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TULKU – Le incarnazioni mistiche del Tibet

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TULKU
Le incarnazioni mistiche del Tibet
Testo di Piero Verni
Foto di Giampietro Mattolin
Grafiche Leone – Giugno 2015
Pag. 192, € 30

Nel complesso e multiforme contesto del Buddhismo tibetano la tradizione dei Tulku, i “Preziosi Maestri” che volontariamente decidono di reincarnarsi per trasmettere la loro sapienza e alleviare le pene dell’umanità, è uno dei punti cardine della religiosità del popolo del Tibet e di quanti, nelle regioni himalayane o nella diaspora, ne professano la fede. Il rispetto e la devozione nei confronti dei Tulku, da secoli profondamente radicati nel tessuto sociale e culturale tibetano, e la certezza del perpetuarsi del loro lignaggio attraverso il riconoscimento delle successive incarnazioni annulla ogni distinzione tra materiale e spirituale: per i praticanti del Buddhismo vajaryana il Maestro è presente, sia fisicamente sia nell’energia che rappresenta, pronto a far dono ai fedeli della sua conoscenza e saggezza.

Agli occhi di un occidentale, poco addentro o per lo più del tutto estraneo ai principi filosofici e alle tradizioni del Buddhismo tibetano, la tradizione dei Tulku, così connaturata alla psicologia e al misticismo della gente del Tibet, appare invece di difficile comprensione e può di conseguenza sollevare una serie di legittime domande: chi sono i Tulku e quali ne sono le caratteristiche e le funzioni? Che “cosa” si reincarna e perché? E ancora: come avviene il riconoscimento di una nuova incarnazione e con quale certezza possiamo dire di trovarci veramente di fronte a un “Corpo d’Emanazione”? Come viene cresciuto ed educato un Tulku?

A questi interrogativi fornisce un’esauriente risposta il volume “Tulku – Le incarnazioni mistiche del Tibet”, di Piero Verni, autore del testo, e di Giampietro Mattolin che ha curato la ricca veste iconografica. Lo stile semplice e scorrevole della narrazione consente al lettore di comprendere i principi religiosi e filosofici alla base di questa peculiare tradizione del Buddhismo tibetano e di familiarizzare con i “meccanismi” che regolano i processi della ricerca e dell’insediamento di un nuovo Tulku nel monastero di appartenenza. Lungo il percorso, le predizioni, i segnali, le visioni oniriche scandiscono i tempi e le modalità del riconoscimento e dischiudono al lettore le porte di un universo in bilico tra il fantastico e il reale. E là, dove i confini tra la leggenda e la storia sembrano sfumare l’uno nell’altro, prendono forma le vite e le vicende di alcuni grandi Preziosi Maestri tra i quali spicca la figura del tutto particolare ed eccentrica del VI Dalai Lama. Il racconto della difficile ricerca dell’incarnazione del Grande Quinto, del suo riconoscimento e fastoso insediamento nel Palazzo del Potala e della successiva destituzione e deportazione a Pechino ad opera del Khan mongolo, dipinge un superbo affresco della società tibetana a cavallo tra il XVII e XVIII secolo. A tratti la storia si fa cronaca e, tra eventi di volta in volta mirabolanti o tumultuosi, impariamo a conoscere i molti e disparati personaggi di uno scenario tanto intricato quanto affascinante: grandi Lama e semplici monaci, il Reggente, yogi e oracoli, nobili e soldati, il bambino “straordinario” e i suoi tutori, la gente comune nelle bettole della Lhasa di allora.

Tra le montagne, i pascoli e i laghi dell’Amdo nasce nel 1935 Lhamo Dhondup, il fanciullo speciale che, riconosciuto dalla delegazione monastica incaricata della sua ricerca come XIV Dalai Lama, a quattro anni entrerà solennemente a Lhasa tra due ali di folla e nel febbraio 1940 sarà ufficialmente insediato sul Trono del Leone con il nome di Tenzin Gyatso. La primissima infanzia dell’Oceano di Saggezza – che lo scorso mese di luglio ha compiuto gli ottant’anni – i presagi che condussero gli inviati del reggente alla modesta abitazione dei suoi genitori, il superamento delle prove, il riconoscimento, la gioia di tutto il popolo del Tibet per il “ritorno” della Presenza rimandano a un rituale vecchio di secoli in una società apparentemente immobile nel tempo. Diverso è tuttavia lo scenario politico internazionale lacerato dalla guerra e scosso da profondi mutamenti.  Come scrive Piero Verni: “Nessuno poteva immaginare che la Cina stava per diventare un paese retto da una rigida dittatura marxista-leninista che avrebbe brutalmente cercato di cancellare ogni traccia dell’antica società”.

Nel 1959 la Cina invade il Tibet e il Dalai Lama è costretto a fuggire in India. Improvvisamente nulla è più come prima: nel volgere di poche righe l’incanto si spezza e il lettore è repentinamente messo di fronte alla realtà dell’occupazione, della repressione più feroce e del tentativo di annientamento di una cultura millenaria.  Sarà proprio l’Oceano di Saggezza ad adoperarsi, nei sessant’anni dell’esilio indiano, per la preservazione di un patrimonio religioso, sociale e culturale del tutto unico nel panorama della storia dell’umanità. E, al termine del volume, sarà ancora il Dalai Lama, nel corso di una recente intervista concessa all’autore, ad affrontare l’argomento del futuro della tradizione dei Tulku, dentro e fuori il Tibet, e della prosecuzione del suo stesso lignaggio. Un tema estremamente complesso e foriero di preoccupanti quanto delicate implicazioni politiche alla luce della spudoratezza con cui oggi la Cina atea e materialista si arroga il diritto di scegliere i reincarnati.

Vicky Sevegnani