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Visitare Lhasa

Lhasa, la dimora degli dei. Lhasa, la dimora degli dei, capitale del Paese delle Nevi, è il cuore e l’anima del Tibet che ancora oggi si identifica con essa. Sino all’inizio degli anni ’50 era una piccola città medievale, nelle cui vicinanze sorgevano i tre più grandi monasteri tibetani, e con una popolazione che superava di poco le ventimila unità. Era il centro vitale di una società arcaica che tale era per sua libera scelta e che deliberatamente aveva deciso di non perdersi nell’affannosa ricerca di uno sviluppo materiale fine a se stesso ma al contrario di indirizzare le sue energie verso la conoscenza interiore e l’evoluzione spirituale.
Un tempo Lhasa era universalmente considerata un piccolo gioiello dell’arte e della architettura tibetane. Decine di migliaia di donne e uomini, da tutti gli angoli del Tibet, vi arrivavano ogni anno in devoto pellegrinaggio per prosternarsi e raccogliersi in preghiera davanti ai suoi dei, ai suoi altari e ai suoi templi.
A quel tempo Lhasa consisteva principalmente di due separati quartieri, un piccolo villaggio chiamato Shol, situato proprio sotto il palazzo del Potala, e una serie di antichi edifici, separati da un dedalo di strette stradine, intorno ai templi del Jokang e del Ramoché. Per passare dall’una all’altra parte della città si doveva attraversare un piccolo ponte di pietra e legno chiamato Yutok Sampa, il Ponte del Tetto di Turchesi.
A partire dalla seconda metà degli anni ’80 i cinesi hanno introdotto numerose modifiche architettoniche e fatto costruire molti edifici moderni che hanno notevolmente alterato il volto di Lhasa e l’atmosfera dell’antica magia rimane oggi quasi esclusivamente nella parte vecchia e tibetana della città, in modo particolare nel quartiere del Barkor attorno al tempio del Jokang. Qui, in un intricato insieme di strade su cui si affacciano ancora le caratteristiche case tibetane a due piani, si possono incontrare frammenti dell’antico Tibet. E a volte, osservando i volti, i gesti, gli sguardi, i sorrisi dei tibetani che si muovono tra negozietti, bancarelle e rigattieri di ogni sorta si riesce perfino provare la piacevole (ma illusoria) sensazione che nulla sia mutato.


Il Potala. domina la valle di Lhasa. L’ imponente edificio del Potala, ben tredici piani e 117 metri di altezza, svetta sulla città di Lhasa e lo si può vedere da decine di chilometridi distanza. Anzi, giungendo via terra, è l’unico parametro per capire quanto ci si stia avvicinando alla capitale tibetana. Il Potala era, e continua ad essere, il simbolo del Tibet. Questo palazzo, il cui nome deriva da quello di un monte dell’India meridionale che i buddhisti considerano sacro al bodhisattva Chenrezig, viene giustamente considerato uno dei tesori più preziosi dell’ intera architettura asiatica. E’ talmente sconfinato che nessuno conosce con esattezza il numero delle sue stanze. Fino al 1959 oltre alle residenze dei Dalai Lama ospitava un monastero, decine di cappelle (ognuna delle quali dedicata a una particolare deità del Buddhismo tantrico), uffici governativi ed altre cose ancora. Era il cuore pulsante del Tibet e il punto di riferimento religioso, sociale e culturale di tutto lo sterminato Paese delle Nevi. Alla mattina e alla sera gli abitanti di Lhasa e i pellegrini che vi giungevano in gran numero, specialmente per le celebrazioni delle festività del Nuovo Anno, lo circoambulavano con deferenza; le mani giunte nel gesto della preghiera e gli occhi rivolti verso le stanze dove risiedeva il Dalai Lama. I più devoti addirittura compivano questo percorso prosternandosi e, prosternazione dopo prosternazione, coprivano le centinaia di metri (forse più di un chilometro) dell’intero perimetro del Potala. Era un atto di omaggio, di devozione e purificazione interiore considerato con sommo rispetto dal popolo tibetano.
Oggi nelle mutate condizioni politiche del Tibet contemporaneo la situazione è ovviamente diversa. Proibita rigorosamente fino ai primi anni ’80, la circoambulazione del Potala è ora di nuovo consentita e i tibetani, all’alba e al tramonto, hanno ripreso a compierla anche se il Dalai Lama non risiede più oltre quelle alte e suggestive mura. Adesso in pratica il Potala è un museo che tutti possono visitare, tibetani e turisti. Dopo aver pagato un biglietto, ed avere con una certa fatica salito le ripide scalinate di pietra, si arriva ai piani superiori da cui in genere si comincia la visita alle numerose sale e cappelle tra cui varrà la pena di ricordare la “Cappella di Maitreya”, “La Cappella dei Mandala Tridimensionali”, “La Tomba del 13° Dalai Lama”, “La Cappella di Kalachakra”, “la Cappella delle Tombe dei Dalai Lama”.


Il Jokang. Centinaia di lumini votivi che con la loro luce rischiarano gli oscuri ambienti dei templi introducono il fedele nel Jokhang, la cattedrale più importante di Lhasa (fatta costruire dal re Songtsen Gampo nel 7° secolo) e centro attorno a cui pulsa l’anima spirituale di Lhasa. In questo superbo complesso religioso si trovano tutti gli splendori, le eleganze e le opulente ricchezze dell’arte del Paese delle Nevi. Lunghe file di pellegrini passano davanti alle statue dei Buddha (particolarmente al veneratissimo Jowo Sakyamuni portato in dote dalla principessa cinese Wen Cheng, una delle mogli del re Songtsen Gampo), di Tzongkhapa, di Padmasambhava, di Avalokitesvara, del Buddha della Medicina e di tante altre divinità e santi buddhisti. Si fermano per un istante in raccoglimento, le mani giunte e gli occhi socchiusi, depongono sugli altari le loro offerte (quasi sempre lumini colmi di burro fuso al cui interno arde uno stoppino) e proseguono alla volta del prossimo altare e della prossima offerta. L’aria è satura dell’odore acre del burro che si mescola e si scontra con quello degli incensi. Le preghiere e i mantra salmodiati dai devoti in tutti i dialetti del Tibet e il suono profondo dei tamburi rituali che i monaci suonano nelle piccole cappelle che si aprono ai lati della sala centrale si fondono con il rumore dei passi della folla e con le esclamazioni stupite dei pellegrini di fronte a tanta abbondanza di immagini sacre. La particolarissima religiosità del mondo tibetano si esprime nel tempio del Jokang in tutta la sua poliedrica contraddittorietà. Il bisogno di sovrannaturale, così caratteristico di queste parti del mondo, si mescola alla sofisticata eleganza dei concetti della filosofia buddhista. La fede semplice di una quotidianità che non può e non vuole rinunciare alla dimensione spirituale si incontra e integra con le gestualità rituali così cariche di significati e valenze psicologiche.


Norbulinka, il Parco del Gioiello. A circa quattro chilometri dal centro di Lhasa si trova il Norbu Linka. Fatto costruire nel diciottesimo secolo da Jampel Gyatso, l’ottavo Dalai Lama, su di un area ricoperta da un piccolo bosco, questo insieme di palazzi e cappelle fungeva da residenza estiva dei sovrani spirituali e temporali del Tibet che in primavera erano soliti lasciare il Potala per trasferirsi al Norbu Linka seguiti da una imponente processione. Tutta Lhasa si riversava sulle strade lungo le quali si snodava il sacro corteo che era meta ambita per devoti e pellegrini, alcuni dei quali provenienti anche dalle più remote regioni del Tibet, che affrontavano disagi di ogni genere pur di essere presenti almeno una volta nella vita alla suggestiva manifestazione. I palazzi principali del complesso del Norbu Linka sono quelli fatti costruire dall’ottavo, tredicesimo e quattordicesimo Dalai Lama e proprio la residenza di quest’ultimo (Tagtu Migyur Podrang) è oggi stata trasformata in un museo, meta obbligata nei programmi di ogni agenzia turistica che si rispetti.