TERREMOTO IN TIBET: INTERVISTA A ROBBIE BARNETT

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19 aprile 2010. Pubblichiamo la traduzione dell’intervista a Robbie Barnett sul terremoto nella regione del Kham pubblicata sull’edizione on line di Le Monde il 16 aprile.

Dal 1998, Robbie Barnett dirige il Programma di Studi Tibetani, di cui è stato anche fondatore, presso la Columbia University. Giornalista e scrittore, è autore di numerosi testi sulla situazione del Tibet contemporaneo. Dal 2000 al 2005 ha tenuto corsi estivi per studenti stranieri presso la Tibet University di Lhasa.

Quali potrebbero essere i sentimenti dei laici e dei monaci tibetani nei confronti delle autorità cinesi a un anno dalle decine di manifestazioni avvenute nel Qinghai e nelle regioni confinanti?

In linea generale vi è un normale senso di gratitudine da parte dei tibetani per qualsiasi tipo di aiuto ricevuto dal governo o dal popolo cinese, quale che sia la storia del passato, e molto probabilmente ciò si verificherà anche in questo caso. Questa è una grande opportunità per la Cina: sia il governo sia la gente comune ne sono consapevoli e intendono coglierla per sanare le ferite del passato. Ieri sono stato persino contattato dal quotidiano People’s Daily che voleva assicurarmi su questo punto e accertarsi che io riconoscessi la buona volontà della Cina.

Ma il rapporto tra tibetani e cinesi è molto fragile e la situazione può facilmente degenerare per un minimo errore o per mancanza di sensibilità culturale. Francamente, la storia moderna dei rapporti Sino-Tibetani mostra l’alternarsi, da parte cinese, di cicli di estrema generosità (quantomeno questo è il loro pensiero) cui fanno seguito momenti di estrema tensione non appena si sentono criticati o percepiscono mancanza di gratitudine.

Nel 1951 i cinesi concessero l’autonomia ai tibetani ma poi chiesero le dimissioni del primo ministro; nel 1959 diedero la terra ai contadini ma poi tolsero loro il diritto di praticare la propria religione e di vivere secondo la propria cultura; nel 1980 portarono la modernizzazione ma, dal 1994, i tibetani non possono pregare il Dalai Lama e, in molti casi, praticare il Buddismo. Non è in discussione la “generosità” dei cinesi, ma il problema, come dimostra il passato, sta nel modo con il quale il Partito e il popolo cinese reagiscono alle critiche.

Quali aspetti delle operazioni di soccorso o la presenza dell’esercito e della polizia potrebbero causare incomprensioni, tensioni e scontri con la popolazione locale?

Anzitutto, i primi aiuti sono arrivati a 6 – 8 ore dal sisma, anche se nella zona è situata un’importante base militare. Questo ritardo ha creato seri problemi tra la popolazione ed è possibile che la gente non lo dimenticherà.

Adesso sono sul posto molti soccorritori, il loro numero è impressionante. Ma sono sorti altri problemi: non vi è cibo a sufficienza e si sono già verificati parecchi tafferugli, che hanno portato all’arresto di almeno cinque persone, tra i disperati sopravvissuti che vagano alla ricerca di generi alimentari e tende.

In secondo luogo, sembra che ci sia penuria di medicinali e personale medico. Inoltre, i soccorritori scavano soprattutto tra le rovine delle case di cemento, e con buone ragioni, ma sembra che nelle zone della città abitate solo da tibetani il lavoro vada a rilento. Sono segnalate tensioni anche per quanto riguarda lo svolgimento dei funerali, cerimonie importanti per ogni cultura.

Si fanno stime diverse sul numero dei morti. Ad oggi (16 aprile) il governo cinese parla di 790 morti ma i tibetani dicono che vi sono 1000 morti solo nel monastero di Jyeku e molti altri in diversi istituti religiosi. Non sappiamo se la decisione dei leader cinesi di recarsi in visita ai luoghi terremotati sia stata apprezzata: certamente, cibo e medicinali sono considerati una priorità.

Un altro motivo di tensione potrebbe derivare dal fatto che i funzionari cinesi e i giornalisti, compresi i giornalisti occidentali che non si soffermano a riflettere, non chiamano mai si riferiscono mai alla zona come “territorio tibetano”, ma usano l’espressione “Cina nord-occidentale” o “Qinghai”, con “popolazione a maggioranza tibetana”.

Sarebbe come chiamare la Scozia “Inghilterra del Nord” o l’Alaska “gli USA”: sarebbe una provocazione. Agli occhi dei cinesi, il territorio non è considerato “Tibet” ma è ufficialmente riconosciuto come “area tibetana” in termini di cultura e storia ed è importante che i sentimenti della popolazione locale siano rispettati.

I monaci tibetani si sono prontamente attivati per aiutare la popolazione. Ritiene che la loro presenza possa essere motivo di tensione?

Il pronto intervento dei monaci nel portare soccorso ai terremotati potrebbe essere visto come una potenziale possibilità di cooperazione con i soccorritori inviati dal governo. Ma è una situazione difficile: migliaia di persone stanno soffrendo e le autorità cinesi sono propense a mantenere il controllo e a mostrare che è lo stato a fornire ai tibetani l’assistenza necessaria. Di conseguenza, anche se i funzionari cinesi si avvarranno dell’aiuto dei monaci, la possibilità di tensioni e scontri è molto alta.

Si può ritenere che la politica di urbanizzazione dei nomadi possa aver aggravato le conseguenze del terremoto?

È un problema molto preoccupante perché, dal 2006, la Cina ha obbligato decine di migliaia di nomadi ad abbandonare il loro bestiame e le loro tende (sotto le quali sarebbero stati completamente al sicuro) – di fatto, obbligandoli a rinunciare alla loro cultura – per trasferirli in case di cemento e mattoni costruite alle periferie delle città, soprattutto a Yushu, generalmente senza fornire loro la possibilità di entrate sicure, a parte un modesto emolumento di compensazione. Questa politica, attuata in assenza di qualsiasi forma di consultazione con la popolazione, ha sollevato parecchi dubbi anche tra alcuni studiosi cinesi e mai come ora sembra deplorevole.

È tuttavia importante rilevare che, negli ultimi anni, i rapporti di Yushu con le autorità cinesi sono stati incredibilmente buoni: ai tibetani è stata consentita la creazione di Organizzazioni non Governative, l’apertura di scuole, di una biblioteca, di un centro medico e di un orfanatrofio. Inoltre, le autorità non hanno incoraggiato la migrazione nell’area di non tibetani. I risultati di questa politica si sono visti nel marzo 2008, quando i tibetani di Jyeku decisero di non dare vita a rilevanti manifestazioni di protesta. Le autorità cinesi hanno fatto sì che questa città conservasse, in una certa misura, la sua identità culturale e la sua autorità. Questa dimostrazione di buona volontà potrebbe rivelarsi di aiuto anche in questo difficile momento.

Fonte: Greg Walton

Toronto University