DISCORSO DEL SIKYONG IN OCCASIONE DEL 57° ANNIVERSARIO DELL’INSURREZIONE NAZIONALE TIBETANA

Oggi ricorre il 57° anniversario della pacifica insurrezione del popolo tibetano contro l’invasione e l’occupazione del Tibet da parte della Repubblica Popolare Cinese. In questa circostanza, assieme ai colleghi del Kashag, vorrei rendere omaggio e pregare per tutti gli uomini e le donne che con coraggio hanno sacrificato la loro vita per la giusta causa del Tibet. Esprimiamo la nostra solidarietà a coloro che continuano a soffrire la repressione sotto il governo cinese.

Sebbene il Tibet sia sotto il controllo della Cina ormai da decenni, i tibetani, pur in questa difficile situazione, sono riusciti a conservare la loro identità e la loro forza d’animo. Le nuove generazioni, ispirate dai sacrifici compiuti da quelle passate, si sono assunte la responsabilità di lottare per la causa del Tibet. Il coraggio e la determinazione dei nostri compatrioti all’interno del Tibet meritano la nostra profonda ammirazione.

Il governo cinese ripete con monotonia che nel nuovo Tibet regnano felicità e prosperità. La verità è un’altra. Tutte le aree abitate dai tibetani sono private delle libertà fondamentali e continuano ad essere strettamente controllate e sorvegliate. Ne è prova l’esteso sistema a griglie imposto ai viaggi e agli spostamenti delle persone. Human Rights Watch denuncia il diffuso e rigido programma di sorveglianza in atto in tutti i villaggi del Tibet. Le recenti autoimmolazioni di due tibetani, dentro e fuori il Tibet, autoimmolazioni che vanno ad aggiungersi alle 142 in precedenza avvenute, testimoniano la mancanza di libertà all’interno del paese. Il Kashag si adopererà per esaudire le loro aspirazioni e attribuisce alle politiche repressive in atto in Tibet la totale responsabilità delle autoimmolazioni.

All’interno del Tibet la situazione è difficilissima. Chi invoca la libertà religiosa o i diritti ambientali è spesso incriminato sulla base di considerazioni politiche e subisce dure punizioni. Il solo fatto di possedere un’immagine del Dalai Lama comporta l’arresto e il carcere. I centri della cultura tibetana sono rigidamente controllati e i monaci e le monache rischiano l’espulsione se non denunciano il loro leader spirituale. Il Freedom House Report 2016 ha classificato il Tibet al secondo posto dopo la Siria tra i paesi che godono meno libertà al mondo. Anche il Parlamento Europeo, nel suo Rapporto sulle Relazioni tra UE e Cina del dicembre 2015, ha espresso con chiarezza preoccupazione per la mancanza di libertà di religione e per le misure restrittive imposte alla libertà di movimento. Il popolo tibetano vive nella paura e nell’insicurezza.

Il trattamento riservato dalle autorità cinesi alle minoranze etniche, inclusi i tibetani, ha provocato disaffezione e alienazione. La proibizione di parlare la lingua tibetana imposta ai dipendenti di un albergo di proprietà cinese a Rebkong, nella provincia del Qinghai, ha suscitato forte opposizione e proteste. Il 22 dicembre 2015, riportando, nel corso di un meeting, frequenti esempi di persone appartenenti a minoranze etniche discriminate o del tutto impossibilitate ad accedere ad alcuni servizi, un leader di spicco del partito comunista, di origini tibetane, ha manifestato la propria preoccupazione per la larga diffusione della discriminazione. Ha affermato che nelle regioni con minoranze etniche questo problema ha causato scontri sociali indesiderati e dure reazioni. Analogamente, la linea politica del governo in generale e, in particolare, i commenti di alcuni leader hanno fatto sì che un intero gruppo etnico sia stato definito “separatista”. Queste parole hanno suscitato, all’interno della Cina, violente reazioni da parte di numerosi studiosi e intellettuali che hanno replicato in termini molto forti.

Ambientalisti e scienziati di tutto il mondo hanno riconosciuto l’importanza dell’altopiano tibetano in quanto sede della terza riserva di ghiaccio del pianeta e sorgente dei dieci più importanti fiumi che, scendendo a valle, bagnano diversi paesi. E’ tuttavia necessario ripetere che l’incessante sfruttamento delle risorse minerarie, la deforestazione, la costruzione di numerose dighe e il ritiro dei ghiacciai hanno causato danni irreparabili all’ambiente del Tibet, danni che a loro volta si ripercuotono sull’ambiente dell’intero continente asiatico. Consapevoli della necessità di proteggere l’ambiente tibetano, abbiamo sistematicamente sollevato questo problema in diverse conferenze internazionali sui cambiamenti climatici. Lo scorso anno, l’Amministrazione Centrale Tibetana, ha presentato ai partecipanti del COP21 di Parigi fatti e cifre correlati da un piano d’Azione in Dieci Punti in cui erano spiegate le ragioni per le quali l’altopiano tibetano è cruciale per il mondo e si chiedeva alle Nazioni Unite, al governo cinese e alla comunità internazionale di prendere immediati provvedimenti per proteggerlo.

Noi, il Kashag dell’Amministrazione Centrale Tibetana, siamo convinti che l’annosa questione del Tibet possa essere risolta attraverso il dialogo tra gli inviati di Sua Santità il Dalai Lama e i rappresentanti del governo cinese. Restiamo totalmente fedeli all’Approccio della Via di Mezzo che chiede per il popolo tibetano una genuina autonomia all’interno della Cina. E’ nostra speranza che i leader di Pechino, anziché travisarle, comprendano le ragioni dell’Approccio della Via di Mezzo e compiano un balzo in avanti aprendosi al dialogo con gli inviati di Sua Santità il Dalai Lama.

A questo proposito, il 25 settembre 2015 il Presidente USA Barack Obama, nel corso di una conferenza stampa congiunta con il Presidente Xi Jinping ha dichiarato: “Continuiamo a incoraggiare le autorità cinesi a preservare l’identità culturale e religiosa del popolo tibetano e a impegnarsi con il Dalai Lama o i suoi rappresentanti”. L’interesse e il sostegno del governo degli Stati Uniti al popolo tibetano è provato dalla visita a Dharamsala nel 2014 e nel 2015 della signora Sarah Sewall, Coordinatrice Speciale per la questione tibetana e Sottosegretario per la Sicurezza Civile, la Democrazia e i Diritti Umani del Dipartimento di Stato. Il Kashag ringrazia di cuore il governo degli Stati Uniti per il sostegno e la solidarietà, fonte di speranza e di incoraggiamento per il popolo tibetano.

La Cina afferma che è suo diritto riconoscere la reincarnazione del leader spirituale tibetano. Questa è una palese bugia poiché tale affermazione si basa sulla falsificazione della storia. Il potere e l’autorità di decidere in merito alla reincarnazione del Buddha della Compassione, protettore e salvatore del Tibet palesato in sembianze umane, spetta soltanto a Sua Santità il Dalai Lama. Nessun altro ha il diritto di farlo. Sul riconoscimento della reincarnazione, Sua Santità il Dalai Lama ha fornito un chiaro parere e precise indicazioni nella dichiarazione, rilasciata il 24 settembre 2011, che così recita: “Quando sarò vicino al compimento dei novant’anni consulterò gli alti Lama  delle tradizioni buddhiste, i tibetani e le altre persone che praticano il buddhismo tibetano e valuterò se l’istituzione del Dalai Lama debba o non debba proseguire. Prenderemo una decisione su questa base. Se si deciderà che la reincarnazione del Dalai Lama debba continuare e se si riterrà necessario il riconoscimento di un Quindicesimo Dalai Lama, la responsabilità del riconoscimento sarà di competenza dei dirigenti del Dalai Lama Gaden Phodrang Trust. Essi consulteranno i capi delle diverse scuole delle tradizioni buddhiste tibetane e i Protettori del Dharma, uniti dal giuramento, indissolubilmente legati al lignaggio dei Dalai Lama. Chiederanno il parere e la guida di queste entità ed effettueranno le procedure di ricerca e di riconoscimento secondo la tradizione del passato. Io stesso lascerò chiare istruzioni. Ricordate che, ad eccezione della reincarnazione riconosciuta attraverso tale legittimo processo, non deve essere dato alcun riconoscimento o legittimazione a un candidato scelto per fini politici da chiunque, compreso chi risiede all’interno della Repubblica Popolare.

Con grandissima gioia siamo stati testimoni del profondo rispetto, della riverenza e dell’entusiasmo con cui le persone, dentro e fuori il Tibet, gli amici e i nostri sostenitori in tutto il mondo hanno celebrato l’80° compleanno di Sua Santità il Dalai Lama. A Delhi, il più importante evento ha visto la partecipazione dell’ex Primo Ministro indiano Dr. Manmohan Singh, dell’ex Vice Primo Ministro Shri L.K. Advani, degli ex Ministri Dr. Karan Singh, Dr. P. Chidambaram e di altre importanti personalità indiane. In quell’occasione, il Dr. Manmohan Singh ha rispettosamente definito il Dalai Lama “un dono di Dio al mondo”.

Non elenco qui le innumerevoli azioni o realizzazioni di Sua Santità il Grande XIV Dalai Lama: tutto il mondo le conosce. Tuttavia, in un momento in cui il Buddhismo attraversa un periodo difficile, i fedeli seguaci e i praticanti devono sentirsi grati per la preziosa opportunità loro offerta di ricevere gli insegnamenti dei 18 Grandi Stadi del Sentiero (Lamrim) impartiti da Sua Santità il Dalai Lama negli ultimi anni. E’ un gesto senza precedenti nella storia del Tibet e merita di essere scritto a lettere d’oro. Siamo inoltre felici di condividere con voi la notizia che Sua Santità il Dalai Lama tornerà a Dharamsala i prossimi giorni dopo avere terminato con successo le cure mediche negli Stati Uniti.

Dopo la devoluzione dei poteri politici e amministrativi alla leadership eletta dal popolo, il 14° Kashag da me presieduto è prossimo alla scadenza del suo mandato. E’ stato fatto tutto il possibile per creare consapevolezza e sostegno al Tibet a livello internazionale, per migliorare la scolarizzazione dei bambini e la sostenibilità degli insediamenti tibetani. Insignire le monache buddhiste tibetane del Diploma da Geshe è stata una decisione storica. La nostra richiesta di aiuto per le popolazioni del Nepal colpite dal terremoto ha ottenuto una incredibile risposta che merita tutto il nostro apprezzamento e riconoscimento. Il Kashag vuole ringraziare ed esprimere la sua gratitudine a Sua Santità il Dalai Lama per averci costantemente fatto dono delle sue inestimabili parole di saggezza e dei suoi buoni consigli. Dobbiamo ringraziare con tutto il cuore il popolo tibetano dentro e fuori il Tibet per averci sostenuto in tanti diversi modi.

Il popolo tibetano in esilio sta percorrendo il grande cammino della democrazia e ha finora mostrato appassionato interesse e attiva partecipazione al processo elettorale. Molto presto avrà luogo il round finale della votazione per l’elezione del Sikyong e dei Membri del Parlamento Tibetano in Esilio. Invitiamo perciò l’elettorato tibetano a partecipare al voto ed esercitare i diritti democratici specificati nella Carta per i Tibetani in Esilio.

Il Kashag coglie questa occasione per ricordare la gentilezza dei leader di tutte le nazioni che hanno a cuore la giustizia, i parlamentari, gli intellettuali, gli studiosi, le organizzazioni per i diritti umani e i Gruppi di Sostegno al Tibet che hanno con tenacia sostenuto il popolo tibetano. In particolare, ricorderemo sempre la cortesia e il costante sostegno del popolo e del governo dell’India e degli stati indiani che generosamente ci hanno aiutato a preservare e promuovere la nostra religione e cultura e hanno garantito il benessere dei tibetani in esilio. Siamo profondamente grati a tutti loro.

Preghiamo infine sinceramente per la lunga vita e la salute del nostro stimatissimo leader, Sua Santità il Grande XIV Dalai Lama. Possano tutti i suoi desideri realizzarsi. Possa la questione del Tibet trovare un’immediata soluzione. E, soprattutto, possa arrivare velocemente il giorno in cui tutti i tibetani, dentro e fuori il Tibet, saranno uniti.

Dharamsala – 10 marzo 2016