Tibetani e sostenitori del Tibet protestano contro l’occupazione illegale del Tibet da parte della Cina.
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Il 10 marzo 1959 il popolo tibetano si sollevò a Lhasa per difendere la propria libertà politica, culturale e religiosa. A distanza di 67 anni, la sofferenza del popolo tibetano continua a manifestarsi nella limitazione della libertà religiosa, nella repressione delle pratiche spirituali, nell’erosione dell’identità culturale e nella separazione forzata delle giovani generazioni dalle proprie radici.
Le ONG tibetane, il Congresso della Gioventù Tibetana, l’Associazione delle Donne Tibetane, gli Studenti per un Tibet Libero, il Partito Democratico Nazionale del Tibet e il Movimento Gu Chu Sum del Tibet a Dharamshala hanno organizzato una marcia per la pace tra il tempio Namgyal a McLeodGanji, dove vive il Dalai Lama in esilio e Kacheri a Dharamshala, il 10 marzo 2026, per commemorare il 67° anniversario della Giornata della Rivolta Nazionale Tibetana.
Centinaia di tibetani e sostenitori del Tibet hanno partecipato alla marcia e protestato contro il governo cinese per l’oppressione e l’uccisione di migliaia di tibetani che combattevano contro l’invasione cinese il 10 marzo 1959. Eravamo presenti anche noi di “Italia-Tibet” e tanti sostenitori di altre nazioni.
In gran parte del mondo ci sono state analoghe manifestazioni come a Canada, Stati Uniti. Belgio, Regno Unito, Paesi Bassi, Norvegia, Repubblica Ceca, Australia, Germania, Francia, Italia, Svizzera, Taiwan, India, Australia, Nuova Zelanda …. hanno commemorato il 67° anniversario della rivolta nazionale tibetana protestando contro il governo comunista cinese nelle città e davanti alle ambasciate cinesi in questi paesi. Hanno protestato contro il governo comunista cinese per l’occupazione illegale del Tibet negli anni ’50 e continuano a reprimere i tibetani, a eliminare l’identità, la lingua, la cultura e la religione tibetane attraverso politiche di sinizzazione, a distruggere l’ambiente tibetano con l’estrazione mineraria illegale e la costruzione di dighe, e a internare oltre un milione di bambini tibetani, anche di soli quattro anni, in collegi in stile coloniale cinese, separandoli dai genitori, dalla cultura e dalla religione.











