16 marzo 2026.
Il 12 marzo nel corso della sessione conclusiva dell’Assemblea nazionale del popolo la Cina ha approvato la legge denominata “Promozione dell’unità e del progresso etnico”…
Un tentativo, speriamo senza successo, di SOLUZIONE FINALE al problema delle minoranze
Elemento centrale della legge è il concetto delle “quattro relazioni”, che descrivono il rapporto tra la cultura dominante han e le culture delle minoranze. Secondo questa visione, la cultura cinese centrale rappresenta il “tronco” dell’albero, mentre le culture etniche sono paragonate a “rami e foglie”. Solo con radici profonde e un tronco forte – aveva dichiarato Xi in un importante discorso del 2021 su questo tema – i rami possono prosperare”.
Sulla carta, questa legge afferma di mirare a favorire l’integrazione tra i 56 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti, dominati dall’etnia Han, attraverso politiche legate all’istruzione e all’edilizia abitativa. Secondo molti critici, tuttavia, la normativa rischia di allontanare le persone dalla propria lingua e cultura. Ad esempio il provvedimento stabilisce che tutti i bambini debbano essere istruiti in mandarino a partire dall’asilo fino alla fine delle scuole superiori e non viene menzionato l’uso di un’altra lingua. Il testo rafforza l’uso del putonghua, il cinese standard, stabilendo ad esempio che i bambini in età prescolare debbano acquisirne la padronanza e che, negli spazi pubblici, i caratteri cinesi debbano avere maggiore visibilità rispetto alle scritture delle minoranze quando entrambe sono presenti. La legge promuove l’identificazione dei cittadini con la patria, la nazione cinese, la cultura tradizionale e il Partito Comunista attraverso programmi di educazione patriottica, la diffusione della cultura nazionale e la promozione dei simboli culturali cinesi. La legge punisce severamente la partecipazione ad “attività di terrorismo, separatismo etnico ed estremismo religioso” proponendosi così di rafforzare la “coesione sociale” in Cina.
Il Tibet Action Institute (TAI), gruppo di difesa dei diritti e di attivismo noto per aver denunciato il sistema cinese dei collegi residenziali in Tibet, ha condannato con forza l’approvazione della nuova legge, che entrerà in vigore da prossimo 1° luglio, avvertendo che la normativa sancisce politiche volte a cancellare l’identità tibetana.
“Il governo cinese ha appena approvato una legge che autorizza il genocidio in Tibet”, ha affermato Lhadon Tethong, direttrice del Tibet Action Institute. “La nuova legge va vista per quello che è: un quadro giuridico a sostegno di politiche già in atto, come il sistema coercitivo dei collegi coloniali in Tibet, che mirano a sradicare l’identità dei tibetani come popolo”. Secondo il Tibet Action Institute la legislazione codifica diverse disposizioni che minacciano direttamente la cultura, la lingua e l’identità tibetane. Tra le sue misure chiave, la legge impone l’uso del cinese mandarino nelle comunicazioni ufficiali e nell’istruzione, indebolendo in modo significativo le limitate tutele per le lingue minoritarie precedentemente riconosciute dalla Legge cinese sull’autonomia etnica regionale del 1984.
Il TAI ha avvertito che la legislazione conferisce inoltre alle autorità il potere di perseguire penalmente le persone ritenute responsabili di instillare nei bambini opinioni considerate dannose per l’“unità etnica”. Il gruppo ha affermato che la legge potrebbe potenzialmente criminalizzare i genitori tibetani che semplicemente sostengono il diritto dei propri figli a ricevere un’istruzione nella loro lingua madre o cercano di preservare le loro tradizioni culturali.
Fonti: AsiaNews – Huffington Post – Phayul
