Il Tibet non ha mai fatto parte della Cina

15 aprile 2026.

Vi proponiamo la recensione di Piero Verni di un”opera innovativa con la quale Hon-Shiang Lau smantella con chiarezza e precisione la narrazione che “il Tibet ha sempre fatto parte della Cina”

 

 

Un punto di vista cinese sul Tibet

Hon-Shiag Lau, Tibet was Never Part  of  China  since  Antiquity, Optimum  Publishig International, 2026 : questa monumentale opera (1268 pagine) è il frutto di una ultra decennale ricerca condotta dallo studioso e accademico cinese Hon-Shiag Lau che ha dedicato gran parte del suo lavoro scientifico all’analisi della effettiva posizione del Tibet riguardo alla Cina nel corso dei secoli. Come ben sappiamo la propaganda di Pechino, a volte con la connivenza di non pochi intellettuali occidentali, cerca di far passare la tesi che il Tibet non è mai stato indipendente ma ha sempre fatto parte della Cina. Prima di quella imperiale, poi di quella repubblicana. Con un breve intermezzo di alcuni decenni nella prima parte del  Novecento,  dovuto alla contingente debolezza dei governi nazionalisti del Kuomingtang. Quindi, sempre secondo la vulgata del regime comunista, l’ingresso dell’Armata Rossa nel Tibet nord orientale avvenuta nell’ottobre 1950 non deve essere considerata un’invasione ma una azione atta a riportare sotto il controllo del Governo centrale territori che per un breve periodo si erano distaccati a causa del lavoro sedizioso di non meglio precisati “agenti dell’imperialismo“.  Ora, il libro del professor Lau (pubblicato prima in cinese e nel dicembre 2025 in inglese,) smonta questa narrativa con chiarezza e precisione. Attingendo a fonti ufficiali cinesi, documenti imperiali, trattati e testimonianze oculari, Lau dimostra che il rapporto del Tibet con la Cina non è mai stato di sottomissione né di assimilazione. Al contrario, rivela una storia tibetana molto più complessa e indipendente, ben lontana dalla litania propagandistica di Pechino. Il presente volume è il primo della ricerca di Lau, un secondo dovrebbe essere pubblicato a breve. In questo vengono presi in esame i documenti e i materiali di fonte cinese relativi ai rapporti con il Tibet delle dinastie Ming (1368-1644) e Qing (1644-1911). Mentre nel successivo saranno discussi quelli con le dinastie Tang (681-907), Yuan (1250-1368) e con la Repubblica di Cina (1911-1949).

Con metodo accurato e minuzioso, Lau accompagna il lettore in un viaggio attraverso secoli di confini contesi, manovre politiche e alleanze mutevoli. Il risultato è un resoconto avvincente che restituisce la verità storica al popolo tibetano. Ovviamente, per quanto la prosa dell’Autore sia scorrevole, si tratta di un testo di non facile lettura e forse non adatto a chi è solo genericamente interessato al mondo tibetano. Ho però voluto recensirlo perché credo sia importante che quanti seguono The Heritage of Tibet news sappiano che esiste un testo del genere. Magari potranno non leggerlo ma ritengo siano felici di apprendere che un emerito professore cinese è entrato nel dettaglio di una sterminata documentazione e ha voluto e potuto dimostrare come in nessun periodo della sua storia il Tibet abbia fatto parte dell’Impero di Mezzo. Come detto prima Lau, prendendo in esame una mole veramente immensa di documenti, dimostra scientificamente che tutte le cronache della dinastia Ming (1368-1644) considerano i territori tibetani quali “territori stranieri“ e, prendendo in esame questi documenti (tavole, cartine, etc. tutte rigorosamente riprodotte), ci offre anche un affascinante affresco della cultura e del modo di pensare di quei sovrani. Analogo “trattamento“ viene riservato alla dinastia Qing (manciù, 1644-1911). Anche questa, secondo l’attenta e dettagliata disamina condotta dal professor Lau, non esercitava alcun controllo sul Tibet, nonostante avesse a Lhasa due ambasciatori (amban). “The Chinese title for ‘Amban’ prove that Tibet was a foreign country to the Qing Empire (The title means Diplomatic Envoy to Tibet) “ (pg. 617). E Lau dimostra anche come la piccola scorta di cui disponevano gli amban fosse poco più che una guardia del corpo di nessun effettivo valore militare. “This shows that in Tibet there were no usable Qing soldiers“. (pg. 1255).

Inoltre si deve segnalare la convincente spiegazione che il professor Lau fornisce della insistenza con la quale il Governo cinese insiste in tutte le possibili sedi ad asserire che il “Tibet è stato parte della Cina fin dall’antichità“. Secondo Lau, non si tratta per nulla (come a volte si è ritenuti a credere) di una astratta “posizione di principio“ portata a estremi maniacali dall’arroganza e dalla supponenza delle dirigenze comuniste che nel corso degli anni si sono avvicendate a Pechino. Il motivo è invece ben più reale e concreto. Infatti la Cina è firmataria dei Patti della Società delle Nazioni del 1918 e della Carta delle Nazioni Unite del 1945. Entrambi i documenti vietano future (cioè successive al 1918) acquisizioni territoriali tramite conquista. Inoltre, la Repubblica Popolare Cinese non solo è membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ma descrive sempre la Cina come vittima del Giappone e delle potenze coloniali occidentali condannando con veemenza queste potenze per le loro conquiste del XIX e XX secolo. Pertanto la Repubblica Popolare Cinese è costretta a definire la sua invasione militare del Tibet come il ritorno di un antico territorio nel seno della Madre patria di cui aveva fatto parte fin dall’antichità. E a questo proposito Lau fa notare come inizialmente la Cina comunista facesse risalire questa “antichità“ al matrimonio dell’imperatore tibetano Songtsen Gampo (?-650 d.C.) con la principessa cinese Wen Chen (620-680 d.C.), nonostante il monarca avesse altre cinque mogli di cui quattro tibetane. In seguito, resisi conto che la tesi era patentemente insostenibile, nel “Libro Bianco“ Tibet-Its Ownership and Human Rights Situation pubblicato nel 1992, spostarono l’ingresso della nazione tibetana all’interno della Cina, al periodo della dinastia Yuan (mongola, 1250-1368). Come si vede un concetto di “antichità“ alquanto elastico se si possono fare balzi di centinaia di anni come se nulla fosse. Ultima cosa che vorrei far presente, è la denuncia della assoluta mancanza di citazioni da fonti sicure e riferimenti certi, relativamente alle affermazioni storiche di Pechino. Un esempio paradigmatico. Sempre nel citato “Libro Bianco“, si afferma che il governo imperiale della dinastia Ming conferì ai Dalai Lama il titolo di Dorje Chang senza meglio specificare. Peccato però che di questo supposto “conferimento“ non vi sia traccia in alcun documento di quella dinastia.

In conclusione. Questo libro non è solo una risorsa fondamentale per storici e studiosi ma anche un’opera essenziale per chiunque desideri comprendere il giusto posto del Tibet nel mondo. Il mio consiglio è di non farsi spaventare dalla mole e dalla vastità della ricerca ma entrare nella impetuosa corrente di questa narrazione e farsi condurre da Hon-Shiag Lau in un lungo ma affascinante viaggio (storico, culturale e politico) tra l’Impero di mezzo e il Tetto del Mondo.

Piero Verni

 (“The Heritage of Tibet news“, https://www.heritageoftibet.com/)