Geneva Forum 2026. Repressione e resistenza: diritti umani in Tibet e nelle regioni controllate dalla Cina

18 febbraio 2026.

Report di Claudio Cardelli e Piero Verni dal 6° Forum  organizzato dal Tibet Bureau il 9 e 10 febbraio a Ginevra

La prima cosa che ci è venuta da pensare, una volta arrivati nella grande sala del International Conference Centre Geneva (CICG), dove si stava aprendo il “Geneva Forum 2026“, è che “Il Tibet è vivo e lotta insieme a noi“. Infatti, abituati al bombardamento mediatico relativo esclusivamente alla guerra in Ucraina, a Gaza, all’Iran, siamo rimasti subito piacevolmente sorpresi. Decine di qualificati relatori, convenuti in pratica da ogni continente, si erano riuniti per parlare della situazione dei diritti umani in Tibet e nelle altre regioni poste sotto il controllo autoritario del regime di Pechino. Infatti, come recita il suo titolo (“Repressione e resistenza: diritti umani in Tibet e nelle regioni controllate dalla Cina“), il “Geneva Forum 2026“ nasce dalla consapevolezza del continuo aggravarsi della situazione dei diritti umani nelle regioni governate dalla Repubblica Popolare Cinese (RPC) come è stato più volte denunciato da vari organismi internazionali e da numerose organizzazioni indipendenti. Le condizioni di vita di tibetani, uiguri (così come quelle di altri musulmani turcofoni), mongoli, abitanti di Hong Kong, esponenti del dissenso interno, continuano a deteriorarsi. Per citare il documento ufficiale del convegno: “Il ‘Geneva Forum’, è stato concepito nel contesto del terzo ciclo dell’Esame Periodico Universale (UPR) della Cina, con la prima edizione tenutasi il 2 novembre 2018. A seguito del forte impegno e del feedback positivo, il ‘Forum’ si è ampliato in un formato di due giorni per consentire un esame più completo delle questioni tematiche relative ai diritti umani. Dal 2018, le successive edizioni del ‘Geneva Forum’ hanno contribuito all’analisi basata su dati concreti delle condizioni dei diritti umani in Tibet e in altre regioni sotto l’amministrazione cinese, attingendo alla documentazione dei titolari di mandati delle Nazioni Unite, degli organi dei trattati, di esperti indipendenti, accademici e organizzazioni della società civile. Il ‘Forum’ si è evoluto in una piattaforma unica che riunisce esperti di diritti umani, difensori, accademici, diplomatici, governi, think tank, attori della società civile e rappresentanti delle comunità colpite.

Consente una valutazione collettiva delle condizioni dei diritti umani dei tibetani, degli uiguri, degli abitanti di Hong Kong, dei sostenitori della democrazia e dei difensori dei diritti umani nelle regioni sotto il controllo della Cina, promuovendo al contempo il dialogo sulla cooperazione internazionale, la responsabilità e la protezione“. Organizzato dal Tibet Bureau di Ginevra (uno speciale grazie di cuore alla instancabile Thinlay Chukki e ai suoi bravissimi collaboratori) e dal Department Of Information & International Relations della “Central Tibetan Administration“ (CTA), a nostro avviso questo “Geneva Forum 2026“ è stato uno dei più interessanti e approfonditi convegni di questo genere al quale abbiamo partecipato.

Nel corso di una impegnativa “maratona“ durata due giorni e articolata in quattro sessioni quotidiane (due la mattina e due il pomeriggio, ognuna composta da quattro relatori e un moderatore), sono state affrontate le principali tematiche relative al sistema di controllo repressivo operato dal regime comunista negli ambiti sociali, politici, religiosi, educativi e si è anche affrontato il tema di Taiwan costretta da anni a vivere sotto la scure di una serie continua di minacce e annunci di invasione militare. Sarebbe, ovviamente, troppo complesso dare in questa sede un resoconto dettagliato di ogni sessione e dei relativi interventi (le tematiche di tutte le sessioni e i video di ogni discorso possono essere consultati al seguente indirizzo web: https://tibetoffice.ch/genevaforum/), ci limiteremo dunque ad accennare a quelle comunicazioni che ci hanno maggiormente colpiti. Innanzitutto la pacata ma decisa denuncia della drammatica condizione del popolo uiguro raccontata da Zumretay Arkin, Vice Presidente del World Uyghur Congress. Donna di vasta esperienza politica (nell’aprile 2024 è stata insignita dalla Roosevelt Foundation del premio “Freedom of Worship Award“), è entrata nel dettaglio della repressione cinese nei confronti del suo popolo leggendola alla luce della complessiva azione autoritaria di Pechino. Di grande impatto emotivo è stata poi la comunicazione del Prof. Gyal Lo, relativa all’indottrinamento capillare dell’infanzia tibetana in Cina. Nato in Tibet, questo studioso (che avevamo conosciuto a Roma nel corso di un seminario sul Tibet organizzato al Senato dall’Intergruppo Parlamentare Italia-Tibet) ha completato la sua formazione iniziale nella sua regione natale prima di conseguire un master in “Lingua e Cultura Tibetana“ presso la Northwest Minzu University di Lanzhou, in Cina. Nel 1995 è stato nominato professore a contratto nello stesso dipartimento, dove ha insegnato per un decennio e condotto ricerche approfondite sull’istruzione tibetana. Trasferitosi in Canada, ha conseguito un master in “Educazione“ e un dottorato in “Sociologia dell’Educazione“ presso l’Università di Toronto. Al suo ritorno in Cina, gli è stato negato il reinserimento nel suo precedente istituto a causa di critiche politiche legate alla sua formazione accademica occidentale. Dal 2017 al 2020, ha ricoperto il ruolo di professore ordinario presso l’“Istituto di Studi Educativi“ dell’Università Normale dello Yunnan. Nel 2020, in un contesto per lui sempre più difficile, il suo contratto quinquennale è stato considerato risolto con la motivazione che era un “tibetano straniero” con un background occidentale e quindi considerato un potenziale rischio politico. Ha lasciato la Cina il 31 dicembre 2020 e ha scelto di non tornare a causa dei pericoli associati alla conduzione di ricerche indipendenti sull’istruzione e la società tibetane. Il Prof. Gyal Lo oggi è uno dei più autorevoli studiosi della situazione in Tibet di cui denuncia le gravi minacce che incombono sulla società tibetana, in particolare sulla sopravvivenza della sua lingua, religione e cultura.

Due relazioni di estremo interesse sono state anche quelle del dottor Johnny Fok (Ka Chi Fok) e di Lee Chung Lun, il primo un avvocato di Hong Kong attivo sia nel 2014 durante il movimento cosiddetto “degli ombrelli“ sia durante le manifestazioni del 2019; il secondo, responsabile del programma “Cina“ presso l’International Service for Human Rights (ISHR). Due punti di vista cinesi sulla situazione attuale che hanno consentito di conoscere aspetti importanti sia della condizione di Hong Kong sia di quella della Cina continentale. Punti di vista che è stato interessante confrontare con la relazione della dottoressa taiwanese Bonnie Yushih Liao professore di “Diplomazia e relazioni internazionali“ presso l’Università Tamkang (Taiwan). Il suo intervento ha messo in evidenza come la politica autoritaria di Pechino nell’Indo-Pacifico impieghi strumenti legali, amministrativi e discorsivi per tentare di limitare il godimento dei diritti fondamentali anche nelle società di cui non dispone direttamente il controllo.

Molto intenso è stato l’intervento del dottor Tenzin Dorje (Tendor), ricercatore senior presso il Tibet Action Institute. Impegnato da molti anni nel portare avanti la causa tibetana Tendor ha chiesto alla dirigenza tibetana in esilio e a tutti coloro che hanno a cuore la causa del Tibet di essere ancora più decisi nel sostenere le ragioni di questa battaglia e di non aver paura di portare avanti politiche chiare e senza compromessi. Parlando della prossima reincarnazione del Dalai Lama, e dello scontato riconoscimento da parte di Pechino di un “suo“ XV Dalai Lama, ha raccomandato che non si parli del “Dalai Lama scelto da Pechino“ ma di un “anti Dalai Lama“ come in Europa si è parlato di un “anti Papa“ nel caso di controversie relative al riconoscimento del Pontefice cattolico. Ci sembra un ottimo suggerimento. Estremamente utile è stato anche l’articolato discorso della dottoressa Maria Blancas (studiosa di relazioni internazionali relative a sanzioni, commercio, politica estera, diritti umani e sicurezza) che ha svolto una esaustiva e dettagliata analisi della penetrazione cinese nell’America Latina e in altre aree del mondo. Sono stati anche letti messaggi di solidarietà da parte di parlamentari che non avevano potuto essere presenti. Per l’Italia ha inviato un articolato intervento il senatore Giulio Maria Terzi di Sant’Agata, attuale Presidente della 4ª Commissione Permanente (Politiche dell’Unione europea).

Infine vogliamo ricordare la presenza del Sikyong (Primo Ministro) Penpa Tsering che ha aperto e chiuso i lavori del Forum. Nell’intervento introduttivo ha tra l’altro presentato un libro da poco uscito, Tibet was Never Part of China since Antiquity, dello storico e studioso cinese Hon-Shiang Lau. Il Sikyong ha sottolineato l’estrema importanza di questo testo che, ricorrendo soprattutto a fonti cinesi antiche e moderne, dimostra l’assoluta inconsistenza delle tesi sostenute da Pechino riguardo alla presunta appartenenza del Tibet alla Cina. Nel
suo discorso conclusivo Penpa Tsering ha invece ricordato come ora più che mai il continuo sostegno della comunità internazionale sia fondamentale per poter trovare una soluzione duratura al conflitto sino-tibetano. Inoltre ha messo in evidenza un cambiamento strategico nella posizione di Dharamsala, spiegando: “Abbiamo operato un cambiamento strategico nel nostro approccio in relazione alla Via di Mezzo. Per portare la comunità internazionale dalla nostra parte, abbiamo sottolineato che storicamente il Tibet non ha mai fatto parte della Cina. Non vi stiamo chiedendo di mentire; è una verità storica. Nel tentativo di trovare una soluzione al conflitto sino-tibetano, abbiamo cercato di coinvolgere la Cina. Ma se si guardano tutte le politiche cinesi, si vede che stanno declassando lo status del Tibet. Fino a quando non troveremo una soluzione, dobbiamo continuare a coinvolgere la comunità internazionale che non è facile convincere poiché ognuno bada ai propri interessi. Ciononostante, abbiamo ottenuto un discreto successo. Ma abbiamo ancora bisogno di aiuto“.

In conclusione. Un convegno di rara importanza. Uno strumento che può fornire a tutti coloro che hanno a cuore le sorti del popolo tibetano argomenti, cifre e dati indispensabili per affrontare la propaganda e la disinformazione di Pechino. Che in questi ultimi tempi si sono fatte ancora più martellanti e aggressive. Quindi, al di là di questa breve cronaca, invitiamo tutti a consultare in rete il sito del “Geneva Forum 2026“ e seguire con attenzione tutti gli interventi. Come sovente ci ha ricordato Sua Santità il Dalai Lama, “La Verità è l’unica arma di cui disponiamo“.

Never give up!

Piero Verni & Claudio Cardelli

 

Notizie e altre immagini

https://tibet.net/sixth-geneva-forum-2026-convenes-in-switzerland-drawing-delegates-from-26-countries/