Le purghe di Xi Jinping

2 febbraio 2026

Il generale Zhang Youxia (75 anni), vice presidente della Commissione Militare Centrale e membro del Politburo del Partito Comunista Cinese (PCC) è stato accusato di “violazioni della disciplina e della legge” e probabilmente arrestato

Han Guan, Ministro della Difesa nazionale del governo della Repubblica Popolare Cinese, sabato 24 gennaio ha rilasciato una dichiarazione ufficiale in cui si rivela che il generale Zhang Youxia (75 anni), vice presidente della Commissione Militare Centrale e membro del Politburo del Partito Comunista Cinese (PCC) è stato accusato di “violazioni della disciplina e della legge” e con ogni probabilità arrestato. Il militare, in pratica il principale esponente dell’Esercito, è una figura di grande rilievo in Cina anche al di là della importante carica che ricopriva. Amico fin dall’infanzia del Presidente Xi Jinping, Zhang Youxia era anche lui, come il leader comunista, un “Principe Rosso“. Vale a dire il figlio di un militare o di un quadro politico che aveva partecipato alla guerra civile e alla rivoluzione maoista a fianco di Mao Tse Tung. I rispettivi genitori si conoscevano ed erano amici, oltre che compagni di lotta. Zhang era comunemente considerato da tutti gli analisti un protégé di Xi Jinping che lo aveva prima messo alla guida del Dipartimento generale degli armamenti e poi lo aveva promosso vicepresidente della importante Commissione Militare Centrale, mantenendolo in carica ben oltre l’età pensionabile consueta di circa 70 anni. L’estrema importanza di Zhang risiede anche nel fatto di essere dei pochi comandanti cinesi con una vasta esperienza sul campo di battaglia. Figlio di un generale, combatté come ufficiale di prima linea durante l’ultima guerra della Cina: il conflitto di confine con il Vietnam iniziato nel 1979 e durato anni.
Non si hanno notizie precise su quando e come sia avvenuto il suo arresto. Anzi, a questo proposito, circolano a Pechino le indiscrezioni più singolari. Alcune fonti, ovviamente anonime, parlano perfino di uno scontro armato avvenuto tra la guardia personale di Zhang e i soldati inviati ad arrestarlo. Altre, sostengono addirittura che si sia trattato di un tentativo di colpo di stato da parte di alcuni settori militari per rovesciare la leadership di Xi Jinping che, sempre secondo le medesime fonti, pare abbia trascorso alcuni giorni in un bunker inespugnabile e segreto. Infine c’è chi sostiene (indiscrezione ripresa dal quotidiano statunitense “Wall Street Journal“) che il generale abbia fatto uscire o venduto agli USA, segreti militari relativi al programma nucleare di Pechino. Difficile dire, allo stato delle cose, quanto ci sia di vero o di immaginifico in queste ricostruzioni. Certo però che la destituzione e il più che probabile arresto di Zhang Youxia è un fatto di estrema rilevanza. Molti, sia in Cina sia all’estero, considerano quanto avvenuto un autentico terremoto, forse il più grave dallo sventato tentativo di golpe effettuato nel settembre 1971 dal generale Lin Biao (Lin Piao), considerato fino a quel momento il più fedele compagno d’armi e successore designato di Mao Tse Tung.
In mezzo a questo intrecciarsi di indiscrezioni, sussurri, scenari più o meno probabili, non poteva mancare la questione di Taiwan. Secondo alcuni Zhang temeva che l’invasione della “provincia ribelle“, antico e ricorrente proposito di Xi, avrebbe esposto la Cina al pericolo di una dura risposta militare (oltreché economica) degli USA e dei suoi alleati portando il gigante comunista sul baratro di un confronto militare da cui avrebbe potuto uscirne sconfitto. È un’ipotesi suggestiva, tenendo presente la preparazione militare del generale destituito. Ed è un’ipotesi presa in considerazione anche nella stessa Taiwan dove si osserva con estrema attenzione il “terremoto“ in corso a Pechino. «La rapidità con cui è stata annunciata la destituzione del generale Zhang sembra mirata a limitare i potenziali danni per il Presidente Xi», ha affermato Su Tzu-yun, esperto del Institute for National Defense and Security Research di Taipei, un ente finanziato dal Ministero della Difesa Nazionale di Taiwan. «Questa destituzione potrebbe essere un duro colpo per il morale all’interno dell’Esercito Popolare di Liberazione», ha dichiarato Su in un’intervista, rimarcando che si tratta di un generale ritenuto fino ad oggi invulnerabile. Inoltre, insieme a Zhang è stato messo sotto inchiesta (anche lui sicuramente arrestato) con le medesime accuse anche un altro importante membro della Commissione Militare Centrale, il generale Liu Zhenli, a capo del Dipartimento di Stato Maggiore Congiunto dell’esercito. In effetti oggi in questo organismo sono rimasti solo due membri: il Presidente Xi Jinping e il generale Zhang Shengmin (subentrato all’altro vicepresidente della Commissione, He Weidong, espulso con ignominia dal Partito Comunista lo scorso ottobre) che coordina la purga ordinata da Xi. Purga che sembra essere partita da lontano visto che dal 2012, data della sua salita al potere, Xi ha rimosso con varie motivazioni (e accuse di corruzione) almeno 17 generali. «Con la destituzione di Zhang Youxia, Xi Jinping ha completato una delle più estese purghe dei vertici militari cinesi dell’intera storia della Repubblica Popolare», ha dichiarato l’analista Neil Thomas mentre secondo l’esperto di politica cinese Christopher K. Johnson, «Questo procedimento repressivo non ha precedenti nella storia dell’Esercito Popolare e rappresenta una totale disintegrazione degli alti comandi».
Quali siano state le reazioni degli ufficiali e della truppa dell’Esercito di Pechino, allo stato delle cose è impossibile dirlo. Certo si tratta di una situazione estremamente grave e, forse, potenzialmente gravida di future tensioni e confronti. Indubbiamente è indice di un malessere che serpeggia tanto nella società cinese (già turbata da una situazione economica tutt’altro che rosea) quanto nell’apparato militare e, probabilmente, anche in alcuni settori dello stesso Partito Comunista. Ignorare lo stato di cose presente sarebbe errato. Ma sarebbe altrettanto errato dimenticare che dall’anno della sua proclamazione (1949) la Repubblica Popolare e il Partito Comunista che la governa da oltre settant’anni, hanno dimostrato di saper affrontare, in un modo o nell’altro, crisi terribili e superare sfide che ai più sembravano disperate.
Piero Verni