Pechino si fabbrica i confini

31 agosto 2023

Ogni anno, il ministero delle Risorse naturali della Repubblica popolare cinese, che fino a qualche anno fa si chiamava ministero del Territorio, pubblica una mappa della Cina. E’ la mappa che secondo Pechino corrisponde ai suoi confini, e quella pubblicazione annuale serve ad aggiornare cartine geografiche negli uffici pubblici, nei libri di scuola, nel materiale che sono obbligati a usare, per esempio, i giornalisti dei media pubblici. La geografia è il chiodo fisso dei regimi, quasi quanto la storia. Ricostruire il passato a proprio vantaggio va di pari passo con la ricostruzione delle mappe e dei confini, insomma di tutto ciò che riguarda la territorialità. Per la Cina di Xi Jinping, sin dal suo arrivo alla leadership, geografia e storia hanno assunto caratteri sempre più prioritari, in chiave nazionalista.

La cartina pubblicata l’altro ieri dal ministero di Pechino non è piaciuta praticamente a nessuno dei paesi confinanti con la Cina. E soprattutto all’india del primo ministro Narendra Modi, presidente di turno del G20 che si terrà a Delhi il 9 e 10 settembre. Nella cartina geografica “standard” della Cina, per esempio, l’Arunachal Pradesh è considerato a tutti gli effetti parte del territorio cinese. E’ quella regione di oltre 83 mila chilometri che Pechino chiama la regione del Tibet meridionale, divisa dalla famigerata Linea Mcmahon – un confine dei tempi dell’India britannica riconosciuto da tutti tranne che da Pechino. Quella linea è al centro di complicatissime questioni diplomatiche che, nel 1962, sfociarono nella guerra sino-indiana. Poi, per molti anni, la diplomazia fece il suo lavoro e negli anni Ottanta l’Arunachal Pradesh divenne a tutti gli effetti uno stato indiano. Fino all’inizio degli anni Duemila, quando Pechino riprese a rivendicare l’intera regione. Negli ultimi anni la situazione si è fatta perfino più tesa, e di tanto in tanto, su quel confine, ci sono degli scontri tra truppe indiane e cinesi.

Il ministro degli Esteri indiano, S Jaishankar, ieri ha minimizzato gli effetti della mappa cinese, e ha detto che è una “vecchia abitudine” della Cina dire che sono suoi territori che appartengono ad altri paesi: “Anche noi abbiamo ben chiaro quali siano i nostri territori. E questo governo è molto esplicito su ciò di cui abbiamo bisogno per difenderli. Fare affermazioni assurde non rende vostri i territori di altri”. La tensione territoriale tra India e Cina non si ferma qui, ha conseguenze concrete: a fine luglio tre atleti dell’Arunachal Pradesh che dovevano partecipare ai Giochi universitari a Chengdu, in Cina, hanno dovuto rimandare il viaggio perché l’ambasciata cinese non voleva timbrare il loro passaporto indiano. E Pechino rivendica anche parte del Kashmir, per questo la delegazione cinese per protesta non si è presentata al G20 del turismo a fine maggio che Modi aveva organizzato non a caso lì, a Srinagar.

Ma c’è di più nella visione dei territori cinesi dal punto di vista di Pechino, per esempio la linea di demarcazione che mostra praticamente l’intero Mar cinese meridionale appartenere alla Cina. E’ una linea che una sentenza di un tribunale arbitrale internazionale nel 2016 ha definito illegittima, ma nonostante questo continua a essere stampata sui libri di scuola cinesi e, per esempio, sui prodotti culturali anche occidentali da esportazione per il mercato cinese – come la mappa che si vede nel film “Barbie” e che è stata censurata in diversi paesi. Fino a qualche anno fa la linea era composta da solo 9 trattini (la Linea dei Nove punti) ma adesso, e da ieri ufficialmente, i trattini si sono fatti dieci, che si estendono intorno al Mar cinese meridionale fino al Canale di Bashi ea Taiwan. Comprendendo, naturalmente, anche le Isole Spratly, in parte amministrate da Filippine e Vietnam. Fu proprio Manila a portare, nel 2016, Pechino davanti a un tribunale, che decise di non riconoscere quando la sentenza non gli diede ragione. Come ha detto ieri all’agenzia di stampa filippina GMA Integrated News Antonio Carpio, giudice della Corte suprema delle Filippine in pensione, le rivendicazioni nel Mar cinese meridionale della Cina si stanno ampliando ed espandendo. Il presidente filippino Ferdinand Marcos Jr., che tempo fa disse di non dormire la notte per le tensioni nel Mar cinese meridionale, non ha ancora commentato ufficialmente la mappa ma ultimamente, proprio a causa dell’atteggiamento sempre più aggressivo di Pechino nell’area, le relazioni con Manila si sono deteriorate.

Poi, certo, la Cina sa come usare la sua forza diplomatico-economica per far cedere altri governi, magari più fragili economicamente, e rendere le sue mappe una nuova normalità. Nelle scienze politiche si definisce la tattica dell’affettare il salame, e lentamente, fetta dopo l’altra, far cedere l’avversario. L’ha già fatto nelle dispute territoriali col Buthan, con le repubbliche centrasiatiche. E del resto il concetto di “sovranità territoriale” cinese non coincide con il nostro: secondo Takashi Okamoto della Kyoto Prefectural University, “il territorio è un concetto che implica la sovranità. E questo è in linea con la teoria convenzionale. Tuttavia, l’idea che la sovranità territoriale sia sempre a rischio di essere persa, debba sempre essere protetta e non debba mai essere ceduta si presenta come un modo di pensare molto cinese. Si può dire che il processo storico attraverso il quale il territorio è stato perso sia stato impresso nella comprensione cinese del concetto giuridico di ‘sovranità territoriale’”. Il fatto che la politica cinese non ragioni con le stesse parole e concetti che regolano la convivenza pacifica tra paesi è un problema, naturalmente. Soprattutto lo diventa quando un leader autoritario minaccia costantemente l’uso della forza per “riprendersi” quelli che considera i suoi territori perduti: Taiwan.

Ma al di là delle questioni sinologiche, c’è un fatto: quando Pechino, nella sua “proposta di pace” per l’Ucraina parla della difesa della “sovranità, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale di tutti i paesi”, sta usando la sua logica di grande potenza ambigua con Kyiv e molto meno ambigua con Mosca. Ed è anche per questa vicinanza alla Russia di Putin, una partnership in cui Mosca è lo junior partner di Pechino, funzionale alla costruzione del “nuovo ordine del mondo” multipolare e antiamericano, che la diplomazia internazionale negli ultimi mesi si sta muovendo molto.

Questa settimana c’è stata la missione a Pechino della segretaria al Commercio americana, Gina Raimondo, e ieri è arrivato James Cleverly, segretario agli Esteri del governo inglese di Rishi Sunak, che ha il compito di ammorbidire le relazioni bilaterali tra Regno Unito e Cina. Ma l’ammorbidimento, com’è ormai consuetudine di diversi paesi, si accompagna sempre a segnali politici opposti che mandino un messaggio chiaro di contenimento alla Cina. Ieri, mentre Cleverly atterrava a Pechino, il Parlamento inglese ha fatto riferimento per la prima volta a Taiwan come a un “paese indipendente” in un suo documento ufficiale, rompendo un tabù politico e cercando di introdurre un nuovo linguaggio che non sia più sotto ricatto delle rivendicazioni territoriali della Repubblica popolare cinese. Se la strategia di colpire Pechino nel suo concetto di “sovranità” possa funzionare è ancora troppo presto per capirlo.

 

Fonte: Il Foglio Quotidiano

31 agosto 2023