RASSEGNA
STAMPA
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Ma
quanto è buono, quanto è bravo il governo di Pechino!
di Francesco Pullia
da Notizie Radicali,
18 giugno 2007
Bisogna avere,certamente, una bella faccia tosta per scrivere, come ha fatto
il corrispondente dalla Cina del quotidiano “La Stampa”, che “senza
la presenza cinese un Tibet indipendente avrebbe seguito l’esempio di
mezza Asia distruggendo ogni vestigia del passato” e, ancora, che “senza
la presenza di Pechino a Lhasa il Dalai Lama non sarebbe così importante
nel mondo e il buddhismo tibetano non sarebbe così popolare in Cina come
lo è oggi”.
Tutto questo in un articolo, che non si sa se ispirato da farneticazione, malafede
o da entrambe, incentrato sulla figura di una ventiquattrenne nata da un rapporto
che il decimo Panchen Lama (1938 – 1989) avrebbe avuto con una cinese
han, appartenente cioè all’etnia cinese maggioritaria e prevaricatrice
nel paese duramente sottoposto, dagli anni Cinquanta, a vergognosa colonizzazione.
Un pezzo giornalistico abilmente congegnato per arrivare ad un finale prevedibile
ma che, tuttavia, lascia, a dir poco, interdetti: “il Tibet deve poter
trovare una nuova dimensione nella Cina”.
In altri termini, non date retta a coloro che affrontano carcerazioni, torture,
morte, per porre fine a un vero e proprio genocidio e meno che mai a coloro
che, pur di sfuggire alla dittatura imposta dal governo comunista, attraversano
disperati, senza un minimo di equipaggiamento, i quasi seimila metri del Nangpa-la
per finire il più delle volte congelati, sepolti dalle nevi, dispersi
in qualche crepaccio quando non colpiti vigliaccamente alle spalle dalle pallottole
dei militari cinesi.
Che importanza hanno, infatti, per certi inviati la libertà, la salvezza
di un popolo e delle proprie tradizioni? Mettetevi l’anima in pace: il
Tibet appartiene ormai alla Cina e tale deve rimanere. Potenza dell’economia,
direte voi. No. Insulsa piaggeria e cinico, sprezzante, disinteresse per le
inenarrabili sofferenze di una popolazione vessata, ridotta ad essere minoritaria
entro i propri confini (sei milioni di tibetani rispetto ad oltre otto milioni
di cinesi) a causa della politica criminale che il regime di Pechino da quasi
mezzo secolo sta attuando nella complice omertà dei governi occidentali
e nel più flagrante disprezzo delle istituzioni internazionali.
Qualche giorno fa i giornali hanno riportato il grido d’allarme lanciato
dall’organizzazione Human Rights Watch: deportando in città migliaia
di famiglie abituate a vivere di pastorizia, Pechino sta perpetrando nei confronti
dei tibetani la sua soluzione finale mirante all’assimilazione coatta
e all’azzeramento, all’annientamento di un popolo e della sua storia.
Non a caso è stata chiesta una moratoria delle migrazioni forzate da
affiancare a quella delle pene capitali di cui la Cina detiene, come si sa,
il triste primato.
Peccato che queste verità sfuggano agli occhi di certi giornalisti.
Peccato che, invece di ricordare gli oltre 6500 monasteri distrutti dalle guardie
rosse nel Tetto del Mondo, i quattromila oppositori detenuti in campi di concentramento
che poco o nulla hanno da invidiare a quelli dei nazisti o dell’ex Unione
Sovietica, le gravissime conseguenze della campagna di sterilizzazioni e aborti
forzati nonché il sistematico disboscamento che, unito alla dispersione
delle scorie radioattive e alla sperimentazione delle armi nucleari, ha sconvolto
e depauperato il patrimonio faunistico e forestale del territorio tibetano,
si voglia in tutti i modi accreditare la versione ufficiale artatamente fornita
da Pechino, e cioè che grazie all’invasione cinese i tibetani si
sarebbero riscattati dal medioevo e proiettati di colpo nella modernità.
Ma che bravi, che buoni, che generosi e altruisti questi cinesi!
Infine, quando si parla del Panchen Lama si abbia, non diciamo il coraggio,
almeno l’onestà di accendere le luci sulla sparizione decisa dai
cinesi nel luglio del 1995 di Ghedun Choekyi Nyima, un bambino di appena sei
anni, e di tutta la sua famiglia. Quale colpa aveva per meritare tanta considerazione
dalle stellette rosse? Semplice: era stato riconosciuto direttamente dal Dalai
Lama, nell’esilio indiano di Dharamsala, come l’undicesima incarnazione
del Panchen Lama. Sapete che hanno fatto i bravi e buoni governanti di Pechino?
Permettendosi sfrontatamente ingerenza nelle tradizioni religiose tibetane hanno
imposto, in sua vece, un altro bambino, Gyaincain Norbu, figlio guarda caso
di una coppia di funzionari comunisti.
Ma già, è vero, che stupidi che siamo, senza la presenza cinese
il Tibet non avrebbe conosciuto il progresso…
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