RASSEGNA STAMPA


IL TIBET VA IN CARRIERA

di MARCO GUIDI

Il Messaggero, 31 ottobre 2004

Lhasa. Se non potete sopportare le scale di ogni genere questo Paese non fa per voi. Ma se amate i paesaggi sconfinati, con le montagne che si stagliano contro un cielo perennemente azzurro, quasi fossero ritagliate, se la spiritualità orientale vi si annida dentro l’animo e se, soprattutto, sopportate le alte quote, il Tibet è il vostro Paese. Ed è una terra da visitare in fretta, perché i germi della modernità, inoculati in dosi massicce dai cinesi presto la cambieranno, la renderanno irriconoscibile.
Un milione e duecentomila chilometri quadrati, come Italia, Francia e Spagna messe insieme, abitati da solo due milioni e settecentomila persone, il Tibet è stato per anni una terra incognita, aperta solo ad avventurosi viaggiatori. Ma ora le cose sono cambiate, i programmi dei suoi governanti sono di arrivare in tempi brevi a due milioni e ottocentomila visitatori l’anno, con tutto ciò che questa cifra comporta. Nel frattempo il Tibet vive un’età di mezzo tra passato contadino e pastorale e nuovo sviluppo delle città, in attesa che la ferrovia arrivi finalmente a Lhasa (la ferrovia più alta del mondo) e dovrebbe farlo addirittura entro il 2007, con tre anni di anticipo rispetto alle previsioni, che le strade siano finalmente decenti e non letti di torrente pieni di buche e di dossi. Al momento il modo migliore di arrivarci è prendere un aereo nella città cinese di Chengdu, capoluogo della regione del Sichuan (12 milioni di abitanti, la terza dopo Pechino e Shangai) e sbarcare a Lhasa e poi di lì muoversi in pullman o meglio in gippone tipo Land Cruiser.Il Tibet ufficialmente è regione autonoma della Cina, terra cinese da quando, era il 1950, fu “liberato pacificamente”, come recitano i documenti ufficiali cinesi, e dopo che nel 1959, dopo una rivolta senza speranze, il Dalai Lama e quasi tutti i membri della classe dirigente tibetana fuggirono in India, a Dharamsala. Oggi ufficialmente il Tibet lotta contro la povertà (il reddito medio è di molto inferiore a quello delle altre parti della Cina), e vive in pace le attese di sviluppo. Di lotta all’inquinamento che produce montagne di rifiuti nei posti più impensabili e di promesse di industrializzazione favorite da una tassazione minore del resto della Cina e di una grande apertura ai capitali stranieri, perlomeno a parole.
Ma soprattutto la regione sta conoscendo una sottile e ufficialmente smentita penetrazione di cinesi han (l’etnia dominante) che si manifesta con la creazione di città parallele a Lhasa, a Shigatse (il secondo centro del Paese) e in altri centri con una città cinese che affianca la vecchia città tibetana. Una penetrazione negata, il vicegovernatore della regione autonoma, Wu Jie Li, ha sostenuto senza arrossire che i cinesi residenti in Tibet sono solo 80 mila e che gli altri sono o turisti o lavoratori temporanei, quando salta agli occhi che sono molti di più.
Ma il turista forse non si preoccupa molto di queste cose, cerca invece il Tibet eterno delle montagne, dei pascoli dove gli yak, i grandi bovidi dalla gobba piena di grasso, brucano licheni ed erbe di alta quota. E soprattutto dei grandi monasteri buddisti, dove ardono perennemente le lampade alimentate a burro di yak e dove migliaia di Budda ti guardano con un sorriso a volte enigmatico, a volte decisamente buffo. E’ un pellegrinaggio ininterrotto quello che coinvolge i monasteri buddisti, a partire dal Jokhang di Lhasa, il luogo più venerato, per finire a quelli di Sera a pochi chilometri dalla città, a quello di Tashilhumpo a Shigastse sede del Panchen Lama, la seconda autorità religiosa del Paese come invece quelli di Lhasa e il grande palazzo che la sovrasta, il Potala, furono sede del Dalai Lama. A dire il vero anche il Panchen Lama (reincarnazione del Budda della Comprensione come il Dalai Lama lo è di quello della Compassione), l’undicesimo, vive in una situazione particolare. Alla morte del decimo la sua reincarnazione fu individuata in un bambino, che non era gradito alle autorità cinesi, che ne identificarono subito un altro. Ora pare che il ragazzino, il primo Panchen Lama, quello vero, per intenderci, sia da qualche parte in un domicilio coatto se non in un carcere cinese mentre l’altro Panchen Lama vive la maggior parte del tempo a Pechino pur senza disdegnare soggiorni lunghi a Shigatse.
Ma per chi battano i cuori dei tibetani non ci vuol molto a capirlo. I pellegrini che in lunghe file compiono il giro rituale in senso orario tutt’intorno allo Jokhang, i monaci con cui si riesce a parlare lontano da orecchie cinesi hanno una sola preghiera, che il Dalai Lama torni in Tibet. Magari dopo essersi in qualche modo messo d’accordo con i governanti di Pechino. I quali un poco trattano e un poco si chiudono, convinti che il tempo darà loro ragione. E probabilmente sarà così, le nuove generazioni crescono allevate nelle scuole cinesi, nei centri anche piccolissimi il partito comunista lavora sodo e i pellegrini dei monasteri hanno tutti una certa età, segno che tra i giovani qualcosa sta cambiando. Anche perché le autorità, almeno per quel che riguarda Lhasa, hanno messo dei divieti: non si può entrare in monastero prima dei 18 anni, concluse le scuole dell’obbligo. Mentre per il resto del Paese le cose vanno ancora come un tempo e si vedono aspiranti monaci di 9,10 anni.
Due Paesi al momento coabitano: il vecchio Tibet e il nuovo. Una coabitazione curiosa, con i monaci che parlano al cellulare e gli operai delle fabbriche che ti salutano con il tradizionale saluto buddista fatto a mani giunte davanti al petto. E per tanti nostalgici bisogna registrare l’affermazione del dirigente del Turismo Tashinorbu Tranor: «Nel vecchio Tibet io sarei uno schiavo, invece ora faccio carriera». Già perché nel Tibet indipendente esisteva, negli anni Cinquanta, la schiavitù.
Ma forse al turista questo non interessa, per lui è bello visitare i monasteri pieni di scale e non tanto per osservare i Budda, o Bodisatva, le tombe coperte d’oro dei lama reincarnati ma magari per assistere a una delle più stupefacenti manifestazioni del monachesimo tibetano, il dibattito. Ogni giorno, nel primo pomeriggio, tutti i monaci di ogni monastero si riuniscono per il dibattito sui problemi del buddismo. È una forma di discussione curiosa, con l’interrogante che formula la domanda ad alta voce e poi per accompagnare la sua affermazione, batte le mani con un forte schiocco e punta il dito. Il fatto è che il buddismo tibetano è ben vivo e non pensa nemmeno di cedere all’ateismo di stato che dal canto suo proclama la tolleranza e l’uguaglianza dei cittadini senza distinzioni di fede, razza e lingua. Tutti e due sono convinti di avere il futuro dalla loro: i marxisti contando sulle magnifiche sorti, i buddisti sapendo che tutto si reincarna per decine di millenni.

Altri articoli

torna su