RASSEGNA
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Spagna,
processo alla Cina per il genocidio in Tibet
di Mino Vignolo
Corriere della Sera 7 giugno 2006
Madrid. Non piace per niente alla Cina la notizia proveniente da Madrid che l'Audiéncia Nationàl, la "superprocura" spagnola, ha aperto un fascicolo per il presunto "genocidio" perpetrato dal governo di Pechino in Tibet nel corso degli anni Ottanta e Novanta.
Implicati sono sette alti dirigenti politici e militari, fra i quali spiccano i nomi dell'ex presidente Jiang Zemin e dell'ex capo del governo Li Peng. L'inchiesta è consentita da una sentenza del Tribunale Costituzionale spagnolo che ha accolto la tesi della giurisdizione universale nei casi di genocidio, crimini di lesa umanità, terrorismo di Stato e tortura, anche se non vi sono vittime spagnole e i reati non sono stati commessi in Spagna. Accogliendo la denuncia della organizzazione umanitaria "Comitato di appoggio al Tibet", perché il presunto genocidio avvenuto in quel paese è "delitto di diritto internazionale", la Spagna ha aperto un contenzioso con la Cina, sempre ultrasensibile a tutto quanto concerne le accuse per le violazioni di diritti umani provenienti dall'estero.
La dura protesta di Pechino è arrivata subito dopo la prima deposizione di un testimone tibetano naturalizzato spagnolo, Thubten Wangchen, direttore della Fondazione Casa del Tibet, con sede a Barcellona, che ha raccontato le disavventure proprie, della sua famiglia e del suo popolo a causa dell'occupazione cinese e che ha definito "storica" l'occasione, perché per la prima volta un tibetano poteva parlare delle malefatte di Pechino dinanzi a un tribunale.
Nella sua denuncia, il Comitato afferma che oltre un milione di tibetani sono stati uccisi o risultano dispersi da quando la Cina occupò il Tibet nel 1951. le accuse di genocidio sono definite "menzogne" e "calunnie" dal portavoce del Ministero degli Esteri cinese Liu Jianchao che considera L'apertura del processo "una ingerenza negli affari interni". La questione del Tibet è un "affare interno" della Cina e nessuno, nell'ottica delle autorità di Pechino, ha diritto di inrterferire, dicono, con il "pretesto dei diritti umani".
Con tono apparentemente cortese il governo cinese ricorda che Cina e Spagna sono Paesi amici che negli ultimi anni hanno sviluppato eccellenti relazioni bilaterali "con benefici tangibili per entrambi i Paesi". Questi "benefici tangibili", è chiaro il discorso, sono in pericolo se i tribunali spagnoli si ostineranno a mettere il naso nel "dossier Tibet". "In questioni importanti che riguardano la sicurezza, il territorio, l'unità territoriale - ha riaffermato il portavoce - i due Paesi debbono appoggiarsi, rispettarsi e capirsi. Non volgiamo vedere le relazioni fra Cina e Spagna danneggiate da questo affare".
Il governo Zapatero potrá accogliere le rimostranze di Pechino mettendo in sordina il processo, oppure farà il sordo, adducendo il rispetto dell’indipendenza della magistratura. In quest’ultimo caso le reazioni cinesi sul campo commerciale non si farebbero attendere. Niente come il “dossier Tibet” urta la suscettibilità di Pechino e nel caso specifico la rabbia è doppia perché sul banco degli accusati, banco virtuale ma altamente simbolico, siedono sette altissimi dirigenti comunisti.
Nessuno si illude di vedere un giorno questi alti papaveri politici e militari in prigione a Madrid. Il primo testimone ascoltato dal giudice lo sa, ma ha definito un “evento storico senza precedenti” l’apertura dell’inchiesta perché un tibetano ha potuto esprimersi dinanzi a un tribunale straniero e un uditorio potenzialmente mondiale. Ha sottolineato che lo scopo della denuncia non è tanto l’arresto dei dirigenti comunisti quanto che “il governo cinese riconosca i suoi errori e cominci a rispettare i diritti umani”.
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