RASSEGNA STAMPA


IL MEDICO – EROE DELLA SARS IN “RIEDUCAZIONE” A PECHINO
“SBAGLIA SU TIENANMEN”
di Luigi Offendu

Corriere della Sera, martedì 6 luglio 2004

“Cercate la verità attraverso i fatti”: come aveva fatto lui con la polmonite atipica Sars, o con il massacro degli studenti di piazza Tienanmen. “Cercate la verità attraverso i fatti”: così aveva scritto ai suoi famigliari, in un bigliettino stropicciato, poche settimane dopo essere scomparso nel nulla, lo scorso primo giugno. Ed ora, la verità è venuta fuori: Jiang Yanyong, 72 anni, il medico militare cinese divenuto celebre in tutto il mondo – e un eroe nazionale in patria – proprio per aver rivelato nel 2003 il dilagare della Sars, è prigioniero da oltre un mese in un luogo controllato dal governo: una cella o una camera d’ospedale, comunque uno spazio in cui l’uomo non può uscire, pur non essendo stato formalmente arrestato. La sua ultima “colpa”: quella di aver spedito allo stesso governo, in febbraio, una lettera in cui ricordava la strage di Tienanmen e ne denunciava tutte le responsabilità. Le conosceva e le conosceva bene, perché nel giugno 1989 era lui il chirurgo capo nel principale ospedale militare di Pechino, quello dove vennero portati morti e feriti. Ora l’esercito popolare “sta aiutando” e “rieducando” il professore, che ”come suo appartenente ne ha violato le regole di disciplina” secondo un comunicato ufficiale; o meglio, gli “sta lavando il cervello” perché “migliori i suoi livelli di comprensione” della realtà cinese, secondo quanto rivelato dal quotidiano americano Washington Post da una fonte riservata di Pechino. Che aggiunge: l’anziano Yanyong resterà sotto chiave finché “non avrà cambiato le sue opinioni”.
Qualunque sia la verità, l’uomo non ha più visto i suoi cari (il bigliettino con il messaggio è trapelato, come un altro, grazie a mani amiche); vive in isolamento, e la sua famiglia si dice sempre più preoccupata. Anche per le esperienze del passato: sui “corsi di rieducazione”, anche se oggi diversi e assai meno spietati di quelli in auge durante il regno di Mao, grava da sempre un alone di paura e di segreto.
Alla scomparsa del medico, i giornali e le TV cinesi non avrebbero dedicato finora una sola riga. Un’altra prova di quanto il caso sia delicato. Il primo giugno, quando scomparve insieme con la moglie, e con 7 uomini che avevano prelevato la coppia da un’auto, Yanyong stava recandosi all’ambasciata americana per compilare una richiesta di visto. L’azione decisa dal Tribunale supremo militare aveva avuto certamente il “via libera” dai leader politici del partito comunista. Ma nell’esercito e anche nel partito, secondo un anonimo ufficiale intervistato dal Post, il 90 per cento delle persone appoggia Yanyong: perché avrebbe salvato milioni di vite, denunciando l’epidemia di Sars prima tenuta nascosta; e forse anche perché quest’uomo dal volto smunto, fragile, è visto ormai come il simbolo del cinese colto e coraggioso, che si oppone da solo alla macchina dell’impero.
<Non potrò mai dimenticare il primo che vidi morire il 4 giugno 1989 – ha scritto Yanyong in febbraio, nella sua lettera al governo -. Era un ventenne, colpito con la sua fidanzata. La madre mi si inginocchiò davanti, piangendo, abbracciandomi le gambe. Mi chiese di salvare il giovane, ma lui morì. Allora la madre cominciò a urlare: “Sono entrata nel partito e nell’esercito da ragazzina, e ora i soldati dell’esercito popolare ammazzano il mio figlio più caro. Mi vendicherò, mi vendicherò”. Ma i soldati impedirono che le famiglie raccogliessero i corpi di quel ragazzo e delle altre vittime, li umiliarono, li chiamarono ruffiani>.

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