RASSEGNA STAMPA


CINA E DIRITTO DEL FANCIULLO. NECESSARIO AFFRONTARE IL CASO DEL PANCHEN LAMA.

di Eva Pföstl

Avanti! , 15 settembre 2005

Come è ben noto, la Cina detiene il discutibile primato di aver rapito nel 1995 e fatto letteralmente sparire un bambino di soli cinque anni, Gedun Choekyi Nyima, colpevole unicamente di essere stato riconosciuto dal Dalai Lama come l’incarnazione dell’XI Panchen Lama, la seconda autorità religiosa del Tibet. A distanza di tutti questi anni le autorità cinesi non hanno ancora consentito ad alcuna organizzazione neutrale di vederlo, neanche alla delegazione dell’Unione europea che ha visitato il Tibet nel 1998, facendo di Gedun il più giovane prigioniero politico del mondo e di cui oggi si teme la morte prematura. A lui spetterà, secondo la tradizione, il delicato compito di designare e istruire il prossimo Dalai Lama, la suprema guida spirituale e temporale del popolo che abita il tetto del mondo. Ma dal 1950, anno dell’invasione militare, la Cina si adopera in tutti i modi per sradicare da questa terra occupata e ferita ogni segno di indipendenza e di identità culturale e nazionale. Da anni il Dalai Lama e il governo tibetano in esilio si adoperano per una soluzione pacifica della causa tibetana. Nel 1988, a Strasburgo, di fronte al Parlamento europeo, il Dalai Lama, rielaborando il Piano di pace in cinque punti esposto nel settembre 1987 ai rappresentanti del Congresso degli Stati Uniti, ha configurato una soluzione basata sulla richiesta di una genuina autonomia per il suo martoriato Paese e ha cercato, instancabilmente, di instaurare un dialogo con le autorità di Pechino. Per anni la Cina, nonostante gli sforzi del governo tibetano in esilio e le pressioni costanti dell’opinione pubblica internazionale, tradottesi in numerosissime risoluzioni del Congresso degli Stati Uniti, del Parlamento europeo e di molti parlamenti nazionali, compreso quello italiano, si è rifiutata di intavolare qualsiasi trattativa. Solo recentemente, dal settembre 2002 in poi, si sono tenute quattro fasi di colloqui tra Dharamsala e Pechino, l’ultima in Svizzera a fine giugno. Le discussioni, però, rimangono allo stato di colloqui su come organizzare un negoziato. Dalla fine degli anni Novanta in poi è aumentata anche la pressione interna sulla Rpc in vista della soluzione dei problemi etnici. Ciò non è solo dovuto alla capacità di ricupero delle mobilitazioni di ordine etnico in tutto il mondo, ma anche al fatto che negli anni Novanta sono intervenuti rapidi cambiamenti socio-economici. Con l’aumentare delle differenze tra livelli di reddito in senso intra e interregionale, milioni di persone si sono riversate dalle zone rurali nelle città alla ricerca di occasioni di sostentamento, con un conseguente incremento della criminalità e dei problemi sociali. Contemporaneamente svanivano le ideologie e iniziò una ricerca di nuovi valori e identità. Tale ricerca ha assunto svariate forme, dal culto di Mao dei primi anni Novanta al neoconfucianesimo, al postmodernismo e alla religione, amalgamando ogni elemento proveniente dal buddismo e dal cristianesimo, dallo sciamanismo e dal Falun Gong. I gruppi che seguono tali credenze continuano a espandersi, in parte perché è subentrato un notevole declino della coesione del Pcc. Nel 1999 i dirigenti della Rpc hanno dovuto fronteggiare una protesta senza precedenti dal 1989, quando 10.000 membri della setta Falun Gong si adunarono all’esterno del centro dirigenziale Zhongnanhai a Pechino. Migliaia di adepti del Falun Gong sono stati in seguito arrestati, ma successivamente l’organizzazione è stata in grado di indire manifestazioni in Piazza Tiananmen per mesi e mesi. Jiang Zemin ha avvertito che il Falun Gong costituirebbe per il Pcc una minaccia paragonabile a quella di Solidarnósc per il Partito comunista polacco negli anni Ottanta. Egli indicò anche gli adepti di Falun Gong, i contadini e lavoratori disoccupati e gli scissionisti tra le minoranze etniche quali fattori destabilizzanti nella società. Tutto ciò rende esitanti quegli analisti cinesi che non sono convinti circa le certezze offerte dal perseguimento eccessivo dello sviluppo economico favorito dai funzionari della Rpc. Essi non credono che la stabilità a lungo termine dello stato cinese sia garantita dalla crescita. Non sarebbe affatto sicuro che i programmi volti a incrementare la ricchezza delle aree urbane della Tar attraverso la promozione del turismo, l’espansione delle infrastrutture, ecc. attenuino le tensioni e conducano alla pacificazione etnica cui si mira.

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