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Il Tibet, il satyagraha, l’insurrezione e il Dalai Lama in Italia
di Piero Verni
20 Febbraio 2008
Nella prima settimana di gennaio, cinque movimenti politici dell’esilio tibetano (il Tibetan Youth Congress, la Tibetan Women’s Association, il Gu-Chu-Sum, il National Democratic Party of Tibet e gli Students for a Free Tibet-India), hanno dato vita al “Tibetan People’s Uprising Movement” che tradotto letteralmente significa “Il movimento del popolo tibetano per l’insurrezione”. Nome drammatico quanto impegnativo che ben fotografa lo stato di frustrazione dei tibetani per la condizione terribile in cui ancora oggi, a quasi sessant’anni dall’illegale occupazione cinese, versa il Tibet. Costretti a prendere atto che le autorità di Pechino non hanno alcuna intenzione di avviare seriamente alcuna trattativa sullo stato del Tibet (lo stesso Dalai Lama, in una lunga intervista concessa a fine gennaio al settimanale francese Nouvel Observaterur, ha dovuto ammettere che per i cinesi non esiste alcuna questione tibetana di cui dover parlare), i rappresentanti delle cinque organizzazioni sembrano decisi a prendere sulle proprie spalle il peso della lotta politica per tentare di porre termine a quella che considerano una vera e propria dominazione coloniale. Chiedono infatti, in ultima sintesi, che siano rimossi gli ostacoli per il ritorno senza alcuna condizione del Dalai Lama in Tibet, che tutti i prigionieri politici siano rilasciati e che inizi un’effettiva decolonizzazione del Paese delle Nevi da parte della Cina Popolare. Gli obiettivi del “Tibetan People’s Uprising Movement” (il cui slogan è Rise Up, Resist, Return: Insorgi, Resisti, Ritorna) possono sembrare irrealistici ed utopici e non dubito che questo sia il parere delle diplomazie e degli algidi commentatori politici alla Sergio Romano. Ma chi da anni si occupa del problema tibetano la pensa diversamente.
“Si tratta di un disperato tentativo di uscire dalla attuale fase di stallo, dovuta anche al sostanziale fallimento del cosiddetto dialogo tra gli emissari del Dalai Lama ed i gerarchi cinesi e dare un segnale di speranza ai tibetani, dentro e fuori i confini del Tibet” ha dichiarato a Re Nudo, Claudio Tecchio coordinatore della Campagna di Solidarietà con il Popolo Tibetano della CISL, una delle organizzazioni più impegnate in Italia in questo ambito. “I sostenitori della causa tibetana non possono quindi che rallegrarsi di una iniziativa che vede per la prima volta uniti, con una piattaforma chiara e condivisa, tutti i gruppi più rappresentativi dell’opposizione tibetana. Un primo e significativo passo verso l’unificazione di tutta l’opposizione politica e sociale al regime comunista cinese. Dobbiamo solo augurarci che l’azione trovi tutto il sostegno, l’attenzione e la partecipazione che merita”.
E molto simile è anche l’opinione del giornalista e scrittore Carlo Buldrini che segue da oltre trent’anni la situazione tibetana a cui ha dedicato il suo ultimo libro, Lontano dal Tibet.
“Non si può non salutare con soddisfazione la recente decisione del Tibetan Youth Congress e di altre quattro organizzazioni di tibetani in esilio”, ci ha detto Buldrini, “di dar vita a un ‘Tibetan People’s Uprising Movement’. E’ ancora presto per poter giudicare il programma di questo movimento ma non si può non vedere un’analogia tra la marcia che i tibetani intendono compiere, partendo da Dharamsala il prossimo 10 marzo, per raggiungere il Tibet sfidando le autorità di Pechino, e la storica ‘Marcia del sale’ che, a partire dal 12 marzo 1930, portò il Mahatma Gandhi e i suoi 78 satyagrahi fino al villaggio di Dandi, sulle rive del Mare Arabico. Qui il Mahatma, raccogliendo una manciata di sale, lanciò quella sfida all’Impero che condurrà il popolo indiano a conquistare la propria libertà. C’è da sperare che anche la marcia dei tibetani possa, un giorno, portare buoni frutti”.
Certo. Buoni frutti per la causa tibetana. Ma quali sarebbero questi buoni frutti? L’apertura di un dialogo con le autorità di Pechino vagheggiata, come abbiamo visto senza alcun successo, da venti anni dal Dalai Lama e dal suo governo in esilio oppure la riapertura di una stagione di lotte civili, non violente, democratiche dentro e fuori il Tibet per reclamare con forza l’inalienabile diritto del popolo tibetano alla libertà e all’autodeterminazione? Una stagione di lotte che potrebbe sfruttare con efficacia e creatività le armi della comunicazione che l’epoca di Internet e del villaggio globale mette nelle mani anche di popoli privi di mezzi e finanziamenti da parte di governi e istituzioni pubbliche internazionali. Molto più che agli obsoleti, nefandi, spesso suicidi strumenti della violenza rivoluzionaria, il movimento dell’insurrezione tibetano potrebbe ricorrere invece ad una sorta di guerriglia e sabotaggio mediatico magari iniziando proprio dalla formidabile opportunità costituita dalle imminenti Olimpiadi di Pechino quando tutti riflettori mondiali saranno puntati sulla Cina Popolare. Ovviamente integrando questa “resistenza informatica” con le armi classiche della disubbidienza civile, della lotta non violenta, del satyagraha di gandhiana memoria.
“Si fa spesso riferimento al Satyagraha di Gandhi quando si tenta di dare una soluzione al problema tibetano”, ricorda ancora Carlo Buldrini, “lo fa ad esempio Samdong Rinpoche il primo ministro del governo tibetano in esilio, per spiegare la scelta di un approccio moderato nelle rivendicazioni nei confronti della Repubblica popolare cinese. E altrettanto fa il Partito Radicale italiano che intende nientemeno lanciare in un prossimo futuro il “Primo Satyagraha mondiale per la pace, la democrazia, la giustizia e la libertà” all’interno del quale intende inserire anche la questione tibetana. Ma quando si parla di Satyagraha non ci si dovrebbe mai dimenticare che Gandhi non si piegò mai di fronte all’oppressione e, per combatterla, rifiutò sia la violenza sia la semplice obiezione di coscienza. La risoluzione dei conflitti attraverso il dialogo, la mediazione, il compromesso è utile quando ci si trova di fronte a problemi di secondaria importanza. Ma Gandhi ci ha insegnato che quando i problemi hanno a che fare con i diritti umani, la giustizia, la libertà, allora il compromesso non è più possibile. In questi casi gli oppressi, con il Satyagraha, e cioè con la lotta non violenta, devono spezzare le proprie catene. Citare il Satyagraha di Gandhi per giustificare la rinuncia all’obiettivo dell’indipendenza del Tibet vuol dire dunque falsificare la figura storica del Mahatma Gandhi nonché il suo messaggio politico e morale. Forse è bene ricordare alcune parole di Gandhi a questo proposito. Il 23 gennaio 1930, in un manifesto divenuto poi famoso, il Mahatma scriveva: ‘Il governo britannico dell’India ha privato il popolo indiano della sua libertà, si fonda sullo sfruttamento della gente, ha rovinato il paese dal punto di vista economico, politico, culturale e spirituale. Crediamo perciò che l’India debba recidere ogni legame con l’Inghilterra e conquistare il Purna Swaraj e cioè la completa indipendenza’. I tibetani che autenticamente si ispirano all’insegnamento del Mahatma Gandhi hanno da tempo capito che ‘Purna Swaraj’ e ‘Rangzen’ (termine tibetano per ‘indipendenza’, N.d.R.) sono sinonimi”.
Da tutto questo si evince chiaramente come in questo delicato momento della vicenda politica tibetana sia di estrema importanza che i tibetani si rendano ben conto che non potranno contare altro che sull’aiuto delle organizzazioni internazionali che li sostengono. Nessun governo muoverà un dito per venire in aiuto della lotta del popolo tibetano e nessun presidente o primo ministro rischierà di mettere a repentaglio i rapporti economico-politici del proprio Paese con la Cina Popolare. Paradigma di questo stato di cose è la recente (dicembre 2007) visita in Italia del Dalai Lama. Presidente del Consiglio Romano Prodi, una compagine ministeriale al cui interno erano presenti alcuni esponenti politici che in passato si erano distinti per le loro posizioni a favore del Tibet. Nomi come Emma Bonino, Gianni Vernetti ed altri sono ben noti a quanti si occupano da anni del problema tibetano. Eppure nessuno si è sentito in dovere di incontrare il Dalai Lama nella sua veste di ministro o sottosegretario. Chi ha visto il leader tibetano lo ha fatto in veste privata e dando poca pubblicità alla faccenda. E nessuno che si sia sentito in dovere di insistere perché Prodi ricevesse il leader tibetano. La più spudorata di tutte è stata proprio la Bonino che quando finalmente è riuscita, interpellata da Radio Radicale, a trovare la forza di rivolgere una pallida critica a Prodi per non aver voluto vedere il Dalai Lama, ha sentito il bisogno di sottolineare “l’onestà” del presidente del consiglio per aver ammesso apertamente di non aver potuto ricevere il Premio Nobel per la Pace, causa “motivi inerenti la ragion di stato”! Eppure per almeno tre giorni il buon Romano Prodi aveva fatto dire dai suoi portavoce che non avrebbe potuto vedere il Dalai Lama in quanto non sarebbe stato a Roma in quei giorni. E solo alla fine si è degnato di ammettere che il motivo del mancato incontro era da imputare alla “ragion di stato”. Ma andiamo signora Bonino, va bene che lei aveva più volte dichiarato che sarebbe stata la giapponese di Prodi ma era proprio necessario esserne anche “la cinesina”? Dio mio, se non ci fosse da piangere ci sarebbe da ridere.
Comunque non c’è niente di cui stupirsi come ricorda a Re Nudo Claudio Tecchio, “Chi ha finto stupore per il mancato incontro con Prodi evidentemente non conosce bene il ‘teorico della nuova via della seta’, quello che i cinesi considerano il loro più fedele alleato in Europa. Mi ha sorpreso maggiormente invece l’atteggiamento dei Presidenti di Camera e Senato che avrebbero potuto, pur con qualche forzatura, offrire al Dalai Lama la possibilità di intervenire in aula invece che limitarsi ad incontrarlo informalmente fuori dall’emiciclo forse per dare una qualche risposta alle centinaia di parlamentari che chiedevano con forza un incontro ‘ufficiale’ con le nostre istituzioni. Purtroppo l’entourage del Dalai Lama aveva creduto alle promesse di alcuni esponenti governativi, però nei palazzi del potere il Dalai Dalai è entrato solo dalla porta di servizio e senza fare troppo rumore. E vorrei anche ricordare che l’atteggiamento del governo Prodi ha persino colto di sorpresa alcuni sedicenti tibetologi di area ulivista che hanno cercato poi di nobilitare l’accaduto definendo l’incontro con Bertinotti ‘il giorno più importante nella storia del Tibet’. Semplicemente patetico!”
E a proposito di Prodi (mi dispiace dover ricordare queste cose visto come sono andate le cose a lui e al suo governo ma “l’amore per la verità” lo impone) non possiamo non ricordare cosa accadde in occasione della visita del Dalai Lama in Italia del 2003, quando a Palazzo Chigi c’era Berlusconi e Prodi stava terminando il suo mandato di Commissario Europeo e si preparava a candidarsi come leader della coalizione elettorale dell’Ulivo.
“Il Dalai Lama avrebbe dovuto venire direttamente a Roma da Londra con un volo privato messo a disposizione da uno sponsor privato”, ricorda Claudio Cardelli vicepresidente dell’Associazione Italia-Tibet all’epoca responsabile della logistica relativa al viaggio del Dalai Lama, “e a poche ore dall’arrivo del leader tibetano ci venne fatto sapere, mi sembra dal coordinatore dell’intergruppo Tibet del Parlamento italiano Gianni Vernetti, che Romano Prodi voleva -forse sarebbe meglio dire pretendeva- che l’aereo del Dalai Lama facesse uno scalo non previsto a Parma in modo da poterlo incontrare. Per motivi di vario genere non fu possibile venire incontro a questa richiesta, che comunque a mio avviso altro non era che uno spot elettorale, ed io personalmente venni accusato di aver messo i bastoni tra le ruote ad un incontro del Dalai Lama ed uno dei suoi più convinti sostenitori politici. Bella faccia tosta, verrebbe da dire oggi, con il senno di poi!”.
Ora, vorrei che fosse chiaro, il comportamento del governo Prodi non è un caso isolato. Tanto per rimanere all’Italia, il governo Berlusconi non si comportò molto meglio. E’ vero che nel 1994 il Dalai Lama venne ricevuto (grazie soprattutto alle forti pressioni di un Pannella non ancora “giapponesizzato”) in forma privata da Berlusconi ma la cosa non si ripeté tra il 2001 e il 2006, quando il leader tibetano venne più o meno ignorato dal governo di centro-destra. Il fatto è che questi sono gli uomini politici e se il popolo tibetano vorrà realmente incamminarsi lungo la strada dell’insurrezione e della liberazione del proprio Paese, dovrà essere consapevole di come stanno le cose. Un aiuto vero, sincero, concreto e fattivo verrà solo da organizzazioni politiche non governative che hanno a cuore le sorti del Tibet perché comprendono fino in fondo quanto disumano, ingiusto, odioso sia il giogo coloniale di Pechino. E ancor più capiscono che l’eredità del Tibet appartiene sì alle donne e agli uomini del Paese delle Nevi ma è anche patrimonio del mondo intero. Di tutti noi, quindi.
Piero Verni
(blog di Piero Verni su: www.olistica.tv )![]()