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LA LOTTA DEL POPOLO TIBETANO E LA NOSTRA IMPAZIENZA
di Roberto Pinter, consigliere regionale Trentino Alto Adige
Socio dell’Associazione Italia-Tibet
Pubblichiamo l’intervento di Roberto Pinter all’Assemblea dei Soci dell’Associazione Italia-Tibet tenutasi presso la Casa del Tibet, a Votigno di Canossa, i giorni 19 – 20 aprile 2008
Da almeno dieci anni dedico una parte del mio impegno politico alla causa tibetana. Ho sempre simpatizzato con le lotte di liberazione e con ogni popolo che rivendicava di essere protagonista della propria vita e del proprio futuro, ma confesso che molti movimenti di liberazione hanno deluso le mie aspettative, scegliendo la lotta armata e tradendo gli ideali nel momento in cui hanno ottenuto il potere.
Con il popolo tibetano, che non conoscevo negli anni in cui si prestava attenzione al maoismo piuttosto che al destino delle minoranze, è stato un amore a prima vista.
Un amore del quale si è reso protagonista il Dalai Lama quando accettando il mio invito (allora ero vicepresidente della Provincia), è venuto in Trentino nel 2001. Ho trascorso con Sua Santità tre giorni indimenticabili e io, che sono stato sempre allergico ai miti e ai simboli, sono stato conquistato dalla profonda umanità, dalla spiritualità e dalla lucidità politica del Dalai Lama. Ma soprattutto sono stato convinto dal rigore della sua nonviolenza e dal carattere mite ma forte e carico di dignità di un popolo di montagna che mette ancora al primo posto il benessere spirituale rispetto al consumismo imperante.
Da allora ho profuso il mio impegno contribuendo ad alimentare la solidarietà e la simpatia che il popolo trentino prova per il Dalai Lama e per i tibetani. Questa simpatia ora si è tradotta nell’impegno di tutte le istituzioni dell’autonomia, provinciale e regionale, a sostegno della causa tibetana.
Le proteste di Lhasa, poi diffusesi in altre regioni, hanno portato il Tibet sotto i riflettori dell’opinione pubblica mondiale. Non erano le prime, ma le Olimpiadi di Pechino hanno offerto un palcoscenico eccezionale.
Le proteste non rispondono a una regia e, pur rimanendo il Dalai Lama autorità indiscussa, nemmeno a Sua Santità. Lo stesso si può dire dell’iniziativa della marcia voluta dalle associazioni di tibetani in esilio che si rifanno all’indipendentismo. La novità non sta nella repressione cinese ma semmai nella diffusione delle proteste e in alcune manifestazioni violente. Il che conferma la crescente rabbia per una situazione che non registra segni di cambiamento.
Un’insoddisfazione che, pur non toccando ancora il Dalai Lama, si rivolge in modo critico alla linea della moderazione che ha portato il Dalai Lama, il parlamento e il governo a richiedere l’autonomia e ad accettare trattative infruttuose.
Peraltro il Dalai Lama nel discorso del 10 marzo ha usato inusuali toni di duro giudizio nei confronti del governo cinese, interpretando e anticipando un comune sentimento del popolo tibetano.
L’insoddisfazione che porta in Tibet monaci e civili a mettere a rischio la propria vita e i profughi ad alzare il livello delle proteste, pur senza una precisa strategia politica, si è estesa anche ai sostenitori della causa tibetana sparsi nel mondo.
L’associazione Italia Tibet è coinvolta nel dibattito e non mancano al suo interno le critiche al governo tibetano e anche alla moderazione del Dalai Lama. Lo stesso appoggio incondizionato alla marcia va oltre alla manifestazione di solidarietà per un’iniziativa che, fin qui, è rimasta fedele al principio della non violenza.
Devo dire a proposito che, sebbene conosca la faziosità e la falsità delle accuse cinesi, non ha giocato a favore della causa tibetana la dichiarazione rilasciata dall’esponente del Congresso della Gioventù Tibetana con la quale minacciava il ricorso ai kamikaze.
Non mancano le discussioni tra i simpatizzanti delle diverse lotte di liberazione su quale sia la strada giusta che il popolo dovrebbe imboccare.
Penso che nel 2008 ogni popolo sia libero di scegliere la strada che meglio ritiene adeguata alle proprie speranze ed io mi guardo bene dal giudicare, anche se, riconoscendo il diritto all’autodeterminazione di ogni popolo, mi sento altrettanto libero di non dare un incondizionato appoggio ad ogni forma di lotta, perché nella storia c’è chi sta dalla parte del torto, chi invade e chi opprime, e chi dalla parte della ragione, chi è occupato e chi è oppresso, ma non per questo i mezzi giustificano i fini e la lotta armata e violenta ha molte volte poi riprodotto potere e intolleranza.
La resistenza armata in Tibet non ha portato lontano e comunque non sarà mai una strada possibile né vincente. Non c’è solo la questione della non violenza, che comunque ritengo l’unica strada di liberazione possibile in questo millennio, c’è anche l’evidente assurdità di una simile prospettiva nella Cina di oggi.
Se dovesse esplodere la violenza noi potremo anche comprenderla ma sarebbe la fine delle speranze e, d’altronde, tanto era forte l’Intifada tanto è debole la strada dei kamikaze in Palestina e non sono stati certo i terroristi ad ottenere l’autonomia in Sudtirolo.
Il problema non è contestare i deludenti risultati della linea moderata e non violenta: semplicemente non esiste altra strada. Certo si può essere più forti e più combattivi, ma la Via di Mezzo non è una rinuncia, è l’unica via. Benché io sia difensore del diritto all’autodeterminazione e benché il Tibet abbia diritto all’indipendenza, rivendicare oggi l’indipendenza sarebbe la vittoria della disperazione, sarebbe il modo per ricacciare i tibetani in un vicolo cieco al termine del quale non ci sarebbe la liberazione bensì solo la distruzione. Io sosterrei comunque il popolo tibetano, anche se scegliesse di rivendicare l’indipendenza. Non sosterrei però alcuna azione armata.
E non serve sbandierare il Kossovo perché non sono in ballo gli stessi interessi delle grandi potenze nelle aree di controllo e anche perché è comunque sbagliato pensare che nel 2008 la strada giusta sia quella di creare decine di nuovi piccoli stati. Avrei preferito una Iugoslavia dove continuassero a convivere etnie religioni e lingue diverse sebbene in una dimensione democratica e confederata che non assistere alle tremende pulizie etniche, delle quali sono anche responsabili gli stati europei, che sono corsi a sostenere le nascite dei piccoli stati secondo i loro interessi di influenza.
Sembra impossibile oggi pensare ad un mondo delle regioni e dei popoli invece che degli stati e delle potenze, sembra impossibile pensare ad una Cina dove le 50 minoranze godano degli stessi diritti della maggioranza e dove sia possibile l’autogoverno, ma questo è il giusto pensiero in grado di contemplare liberazione e rispetto della vita.
In altre parti del mondo è accaduto, anche dove i nazionalismi non erano meno forti e anche dove le minoranze erano percepite come privilegiate, in Cina ma anche in Italia quando si discuteva della minoranza di lingua tedesca.
I giovani tibetani hanno diritto all’impazienza ma il Dalai Lama e il governo tibetano hanno il dovere di indicare al loro popolo una via che pensi al futuro, non un baratro dove consumare rabbia e impotenza. Non so se piangere quando leggo le critiche rivolte al governo tibetano di voler criminalizzare le proteste, perché leggo le stesse parole di chi accusa il Tibet di teocrazia e il diritto alla Cina di modernizzarlo. Ripeto, possono lasciarci perplessi certe parole pronunciate dal Dalai Lama, ma chi siamo noi per giudicare? La storia e l’occidente sono pieni di critici delle strategie di Mao del comandante zero o del subcomandante Marcos. E non dimentichiamoci che, oltre all’enorme forza spirituale, i tibetani hanno una seconda arma che è l’unità espressa nel riconoscere il Dalai Lama come loro guida spirituale e politica. Il giorno che cesserà questa unità, o verrà a mancare lo stesso Dalai Lama, il popolo tibetano si ritroverà ancora più debole e disperato.
Certo, possiamo avere anche noi il diritto all’impazienza di fronte alla ferocia a all’intransigenza cinese e di fronte al silenzio e all’ipocrisia del mondo che vuole continuare il business con la Cina o coprire le proprie responsabilità in Iraq come in Cecenia. Ma la nostra impazienza anziché tradursi nelle critiche alle rappresentanze tibetane in esilio dovrebbe tradursi in un diverso impegno qui in Italia e nel mondo verso i governi e le economie. Invece di incitare alla rivolta i tibetani potremo sempre scegliere noi la strada della rivolta contro politiche ed economie che non considerano i diritti umani e che privilegiano gli interessi economici. Potremo indignarci di più, scegliere forme più efficaci per ribadire l’ingiustizia che opprime il Tibet e per rivendicare un’ Europa più coerente con i principi declamati ma non rispettati.
Anche se sono convinto che la nostra associazione abbia soprattutto il compito di far sentire la voce del Tibet quando nessuno l’ascolta, anche dopo le Olimpiadi, quando sarà probabile la vendetta del governo cinese, non escludo che ci saranno azioni più importanti che la durezza delle parole, (per la quale non ci vuole grande coraggio), e anch’io, che pure ho molte possibilità come rappresentante istituzionale,sono pronto a cercarle, ma senza rinunciare alla lucidità e senza farmi prendere da un impazienza che non sarebbe nemmeno di grande rispetto per la millenaria cultura tibetana.
Roberto Pinter, consigliere regionale Trentino Alto Adige
19 aprile 2008
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