RASSEGNA STAMPA

IN RISPOSTA ALL'ARTICOLO DI GIANNI VATTIMO:

CINESERIE

11 Aprile 2008

Anche l’Italia ha i suoi mandarini, professoroni e intellettualoni che, forse per un eccesso di vanità, per smanioso desiderio di pubblicità o altro, ritengono di assurgere a chissà quali livelli eccelsi sparandole grosse e strizzando l’occhio all’infame regime cinese. Già qualche tempo fa ci era capitato di leggere un delirante intervento di Domenico Losurdo, ordinario di Storia della filosofia all'Università degli Studi di Urbino, considerato vicino all'area dell'Ernesto, minoranza di Rifondazione comunista, il quale, accreditatosi come esperto di “cose cinesi”, preso dagli inebrianti fumi del marxismo-leninismo, si sforzava di mettere in luce i pregi della grande “liberazione” che i comunisti cinesi avrebbero portato in Tibet, stato per secoli asservito al feudalesimo di monaci affamatori, sfruttatori, nullafacenti…
Le tesi di Losurdo, che ben si sposano con le penose corrispondenze del giornalista Francesco Sisci, hanno fatto breccia in Gianni Vattimo, teorico di un pensiero talmente indebolito da avere raggiunto la spossatezza.
Il prof. Vattimo, che in barba all’ermeneutica gadameriana e postheideggeriana, da lui liberamente riletta e ammannitaci in tutte le salse, sembra avere trovato conforto, lui che bollava le ideologie come grandi narrazioni, nell’ideologia più totalitaria e assolutistica che ci sia, vale a dire nel comunismo (ha scritto nientemeno che “Ecce comu”, Fazi, 2007), ha entusiasticamente risposto all’appello scritto in fretta e furia dal collega Losurdo e diramato tramite posta elettronica contro la campagna, in particolare europea, anticinese dai forti connotati, pensate un po’, razzisti che continuerebbe il vecchio piano imperialista contro Pechino.
Caspita, ragazzi, che grinta!
E’ dai tempi di quella buonanima di Mao Tze Tung, quel signore pacioccone che, con il suo libretto rosso, ha spacciato per verità apodittiche le sue ridicolaggini, massacrando, ma queste sono quisquiglie, pinzillacchere, milioni di persone, creando pogrom, campi di concentramento con metodi rieducativi tutt’altro che montessoriani o steineriani, che non si sentiva più un linguaggio così.
Indubbiamente Losurdo e Vattimo debbono avere qualche marcia in più rispetto a noi per sapere interpretare così acutamente la storia, come fanno, e, soprattutto, trarre profitto dai suoi errori.
La stampa europea e quella italiana in particolare – sostiene Losurdo (e con lui, quindi, Vattimo) - hanno accettato la versione dei monaci, e solo qua e là a spizzichi e bocconi si può leggere qualche informazione corretta sulla selvaggia caccia all'uomo di quei giorni in cui la polizia cinese fu chiamata ad intervenire troppo tardi, quando il più era già avvenuto.
Evviva, evviva, sono arrivati i luminari ad aprirci gli occhi!
Come se non bastassero i due cattedratici, ecco arrivare prontamente l’opinionista Sergio Romano, una costante, purtroppo, per gli ascoltatori domenicali di Radio Radicale: la violenta rivolta dei monaci a Lhasa e in altre province cinesi dove abitano importanti comunità tibetane, è stata una insurrezione conservatrice – scrive quest’oggi nella sua rubrica nel “Corriere della Sera” – (…) fu subito evidente che la Repubblica popolare non avrebbe mai tollerato, all’interno dei propri confini, una Santa Sede del buddismo himalayano (Sisci docet, n.d.r.) , un regime feudale e religioso come quello sorto molti secoli fa sull’altopiano tibetano. Ma andiamo avanti il bello è da venire: Quando visitai il Tibet nel 1981– ci spiega l’ex ambasciatore -, il rapporto fra i tibetani e l’amministrazione cinese era congelato dallo stato di arretratezza economica della provincia. Gli occupanti e i sudditi sembravano avere concluso una tregua che nessuno, in quel momento, aveva interesse a rompere. Ma lo sviluppo economico, da allora, ha creato turismo, commercio, iniziative industriali. Durante una visita organizzata dal governo di Pechino dopo le agitazioni dello scorso marzo, i corrispondenti stranieri hanno fatto due constatazioni interessanti.
In primo luogo si sono accorti che i monaci tibetani, contrariamente alla loro reputazione occidentale, non sono cultori della «non violenza» e ne hanno dato la prova con una furia devastatrice che ha colto di sorpresa le forze di polizia.
In secondo luogo hanno compreso che la loro rivolta non era diretta soltanto contro i cinesi, ma anche contro una classe emergente di tibetani che stanno sfruttando i vantaggi della modernizzazione.
Quello a cui abbiamo assistito, in altre parole, non è, se non in parte, uno scontro fra democrazia e dittatura.
È anche il segno di una frattura sociale che si è aperta all’interno della società tibetana.
Non è necessario essere marxisti o anticlericali per osservare che la Cina recita in questa faccenda, sia pure con i modi intolleranti di un regime autoritario, la parte della modernità e che i monaci, come si sarebbe detto una volta, quella della reazione.
Quindi, le notizie che ci giungono, la documentazione che, nonostante il completo oscuramento di ogni canale informativo voluto dai cinesi, è riuscita fortunosamente a trapelare, le foto che attestano indescrivibili efferatezze nonché le uccisioni premeditate compiute in Tibet dagli occupanti cinesi sarebbero panzane. I monaci avrebbero agito violentemente perché al soldo della potentissima e violentissima “cricca” del Dalai Lama (ma che criminale quell’uomo…) e i militari cinesi, invece, poverini, ucci ucci, così bravi, così educati, così moderni, sarebbe stati “colti di sorpresa” dalla “furia devastatrice”.
Temevamo che potesse piovere, ma che grandinasse così…

 

 

Francesco Pullia

 

L’articolo di Vattimo al sito:

http://www.corriere.it/cronache/08_aprile_10/vattimo_appello_contro_monaci_tibetani_ae57a182-06be-11dd-b573-00144f486ba6.shtml


 

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