RASSEGNA STAMPA

100 GIORNI

di Mariagrazia Liotta
(www.nokoss.net)

6 Maggio 2008


E sono anche meno di 100 i giorni che ci separano dall’inaugurazione dei giochi olimpici di Pechino:  saranno giorni importanti, per tutta la Cina e per il mondo. Giorni di fermento e tensione, di spasmodica attesa segnata implacabilmente dagli enormi contatori, tipo Time Square, che sono stati piazzati in ogni città, e che sono ormai partiti con il conto alla rovescia.
È tutto pronto, le infrastrutture faraoniche –nuove autostrade, terminal di aeroporti- fatte apposta per l’occasione sono ultimate: è di un paio di settimane fa il video che mostra al mondo l’ormai famoso “Nido”, il nuovo – e stupendo- stadio olimpico di Pechino (nella foto), creato da un geniale artista cinese, Ai Weiwei.
Sono stati spesi circa 40 miliardi di dollari per i preparativi, e a fiumi ne torneranno: il momento di gloria e consacrazione per la scalata del colosso è arrivato insomma. Purché vada tutto bene e si ristabilisca l’ordine in quella piccola –ma neanche tanto - regione interessata dagli scontri più duri nelle scorse settimane e oggi sede quasi stanziale dell’esercito cinese.
I rastrellamenti dei monaci e dei dissidenti, in un Tibet chiuso agli osservatori stranieri e ai giornalisti - come costantemente denunciato da Reporter senza frontiere - sono all’incirca terminati e alla “rieducazione patriottica” nei laogai, si accompagnano le prime condanne, che fioccano contro i protagonisti degli scontri: ergastoli e pene detentive che si aggirano intorno ai 15 - 20 anni, per un numero imprecisato di arrestati. Le condanne oggi sono state circa una ventina ma nessuno sa con precisione quanti altri tibetani la stiano aspettando.
In questo clima è avvenuto domenica scorsa l’incontro tra gli emissari tibetani e le autorità cinesi: guardandolo con tutto il candore possibile, con la fiducia riposta nel dialogo, inevitabile, con la speranza che le proteste e il tam-tam mondiale abbiano avuto un qualche effetto sulla politica cinese nei riguardi del Tibet, non ci si può comunque illudere. E con questo non voglio armarmi di un noioso pessimismo disfattista, ma semplicemente, cercare di capire com’è andato l’incontro. Male.
Come insegnano le leggi economiche (e la logica), per addivenire a una transazione bisogna dare qualcosa per ricevere qualcos’altro in cambio, sia per un semplice baratto che per il più elaborato dei contratti d’affari. Ora, quanto serio può essere un incontro in cui una parte –quella di Hu Jintao- esige la tenuta dell’ordine e la pacificazione del Tibet dal Dalai Lama- rappresentato da Lodi Gyari e Kelsang Gyaltsen,portavoce in Europa e USA- in cambio di … niente?
Non si è ben capito –data la segretezza dell’incontro, avvenuto a Shenzen (città giovanissima del sud, figlia dell’enorme e recente crescita economica cinese)- quali saranno le concessioni del governo cinese in termini di autonomia o comunque di rispetto per le istituzioni religiose e culturali del Tibet.  
Il presidente Hu Jintao, durante un incontro con giornalisti giapponesi, si è limitato a esprimere il suo ottimismo in merito a quest’incontro, dichiarando apertura verso la questione. Ma allora perché la stampa nazionale cinese continua con le sue dure bordate verso Tenzin Gyatso e i “crimini mostruosi commessi da lui e dai suoi seguaci”?
L’impressione netta è che si tratti semplicemente di una presa in giro, di un modo – l’unico modo che d’altronde le autorità tibetane non possono rifiutare - per temporeggiare. Così gli animi si placano, l’Occidente smette di prendersela con la Cina e Hu Jintao può traghettare gloriosamente la sua nazione su acque calme, verso le Olimpiadi, per i prossimi 100 giorni.

 

Mariagrazia Liotta

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