RASSEGNA STAMPA

EQUILIBRISMI

da "Nokoss", 4 Aprile 2008

Che sia una questione di soldi è indubbio. Parlo di come va il mondo, in generale. Tendenzialmente è per i soldi che le cose funzionano o meno, che i nodi si sciolgono oppure no, che la voce si alza oppure si sta in silenzio. E chiaramente, in questa sede, parlo di Cina, e di come il mondo tenga indosso i “guanti gialli” quando c’è da tentare un qualsivoglia approccio al colosso.
Fare i funamboli è sempre difficile, ma lo è terribilmente se ci sono in gioco imponenti tesori: enormi cifre – si tratterebbe secondo le stime di circa 1.600 miliardi di dollari- che la Banca Centrale Cinese custodisce e investe in titoli esteri (americani), finanziando di fatto il debito pubblico degli altri paesi. Il tesoro accumulato negli anni dell’irrefrenabile sviluppo che ancora corre veloce e degli scambi commerciali con l’Occidente, sono la ragione delle cautele, dei silenzi e dell’asservimento.

Gli studiosi parlano di “equilibrio del terrore finanziario”, assimilando la bilancia degli investimenti al pericolo del nucleare che anni fa paralizzò il mondo durante la Guerra Fredda. Una potente arma di distruzione dunque, che tiene in un delicatissimo bilico le relazioni con la Cina: il ballo del potere intorno a mercati finanziari e risorse energetiche.

E quindi?

Amnesty International, nel suo rapporto uscito un paio di giorni fa (e reperibile in inglese su: http://www.amnesty.org) chiede alle autorità Cinesi di porre immediatamente fine alle misure repressive nei confronti degli attivisti e degli altri manifestanti, in Tibet e dintorni. e di permettere l’ingresso in quelle zone di giornalisti e osservatori indipendenti; di porre fine agli arresti e alle deportazioni nei laogoi , (luoghi nei quali i detenuti vengono portati, senza alcuna forma di processo, e “rieducati”), nonché di aprire le maglie della comunicazione, completamente censurata.

Per tutta risposta il governo di Hu Jintao ha in primo luogo accusato Amnesty di nutrire “pregiudizi” nei confronti della Cina. E poi, in secondo luogo, Hu Jia, il più popolare tra i dissidenti in Cina, attivo nel campo di ambiente e diritti umani, è stato condannato a 3 anni e mezzo di reclusione per “incitazione alla sovversione allo Stato”.

I Giochi Olimpici di certo non saranno boicottati, in quanto si tratterebbe di una soluzione remotissima: le conseguenze sarebbero pesanti da sopportare e la situazione potrebbe facilmente sfuggire di mano dal momento che l’intera popolazione cinese ne risentirebbe.

Ma la cerimonia d’apertura è una manifestazione importante, alla quale dovrebbero essere presenti tutte le maggiori cariche mondiali: disertandola si darebbe un chiaro segnale politico, un ammonimento al governo cinese, inutile forse, ma di certo simbolico.

Nancy Pelosi, speaker della Camera dei rappresentanti a Washington, tenta di pressare Bush affinchè non presenzi alla cerimonia d’apertura dei Giochi, cosa che sicuramente farà l’imperatore del Giappone, e di cui in Europa si continua a discutere, Sarkozy o non Sarkozy.

E alcuni tedofori – prima Narisa Chakrabongse, thailandese, poi Baichung Bhuta, capitano della nazionale indiana di calcio- hanno annunciato pubblicamente il loro dissenso: rinunceranno per protesta a portare la torcia olimpica.
Intanto in Cina il governo visionario teme attacchi terroristici kamikaze dai monaci tibetani (…scherziamo?): Wu Heping, portavoce del ministero cinese della Pubblica sicurezza, ha accusato infatti i tibetani di “avere organizzato squadre suicide per lanciare attentati violenti”. Violenti. I monaci. Che non uccidono nemmeno le formiche.
Da pochi giorni inoltre è venuto fuori per ammissione del governo di Pechino, un altro focolaio di rivolta: lo Xinjiang, a nord-ovest della immensa Cina, dove vive la minoranza degli Uiguri –minoranza musulmana-, che è stato invaso nel 1949 e da allora mai più lasciato, vista la sua posizione strategica, vicinissima a oleodotti e gasdotti, e dunque zona fondamentale per l’approvvigionamento energetico.
10 giorni dopo l’inizio dei disordini in Tibet, iniziati il 10 marzo, in concomitanza con la partenza della marcia verso Lhasa, a causa della morte avvenuta in misteriose circostanze di un loro importante riferimento sociale - Mutallip Hajim- gli Uiguri hanno rispolverato la loro rabbia latente verso il governo e anche loro, come i tibetani, sperano nell’attenzione che le Olimpiadi stanno portando in Oriente. Nell’attenzione che noi vorremo dare a tutto questo.

 

Mariagrazia Liotti

www.nokoss.net, 04.04.2008

 

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