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SAMDHONG RINPOCHE: “NON POSSIAMO PIÙ CHIEDERE AI TIBETANI DI MANTENERSI CALMI”

Dharamsala, 23 gennaio 2007. (WTN/ PHAYUL)

Nel corso di un incontro con i rappresentanti di trentanove insediamenti tibetani in India, Nepal e Buthan, il Primo Ministro del Governo Tibetano in Esilio Samdhong Rinpoche si è detto fiducioso in una soluzione pacifica della questione tibetana a dispetto dell’atteggiamento negativo e dei violenti attacchi portati da Pechino alla persona del Dalai Lama.
“In passato, abbiamo chiesto ai tibetani di non irritare la Repubblica Popolare Cinese con azioni propagandistiche o campagne”, ha affermato il Kalon Tripa. “Tuttavia, dallo scorso anno, è la stessa Cina a non darsi cura dell’atmosfera favorevole al dialogo e ad attaccare il Dalai Lama. I tibetani in esilio sono duramente criticati anche da altri. Alla luce di questi fattori, non possiamo più chiedere ai tibetani di mantenersi calmi”. “Questa decisione avrà conseguenze negative sulle relazioni bilaterali ma non segnerà la loro fine”, ha proseguito Samdhong Rinpoche. “La nostra linea politica basata sul dialogo proseguirà e nutriamo la speranza che, in tempi brevi, possa avere luogo una nuova tornata di incontri”.
“Sperare per il meglio significa avere fiducia in una soluzione positiva del problema tibetano finché il XIV Dalai Lama è ancora in vita”, ha spiegato il Primo Ministro commentando una delle massime care al leader tibetano. “Essere pronti al peggio significa invece prepararsi a sostenere il movimento tibetano a tempo indeterminato, se necessario anche per secoli, fino all’ultimo uomo”.
Il 22 gennaio 2007, nel corso di un’intervista rilasciata ad una televisione privata, il Dalai Lama ha ripetuto che la sua reincarnazione “potrebbe non rivestire alcuna carica politica”. “Nel 2001 abbiamo eletto democraticamente una leadership alla quale è stato affidato il compito di guidare la diaspora e i nostri compatrioti ancora in Tibet” – ha precisato -. “Forse il prossimo Dalai Lama sarà solo un leader spirituale”. Ha inoltre affermato di aver chiesto alla sua gente di rinunciare a pensare in termini di verità storica e di accettare l’appartenenza del Tibet alla Cina. “Chiediamo a Pechino soltanto una maggiore autonomia affinché i tibetani possano essere maggiormente in grado di preservare la loro cultura”.


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