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TIBET:
NOMADI E PASTORI TRASFERITI FORZATAMENTE NELLE AREE URBANE
Washington,
11 giugno 2007.
In un documento di 79 pagine intitolato “Nessuno si può opporre:
trasferiti i pastori del Gansu, Quinghai, Sichuan e della Regione Autonoma Tibetana”,
l’organizzazione Human Rights Watch denuncia il forzato trasferimento
di settecentomila tra pastori e nomadi dai pascoli dell’altopiano tibetano
e delle aree adiacenti in case coloniche situate nelle vicinanze dei centri
abitati. I pastori sono stati obbligati ad uccidere il bestiame ( yak, pecore
e capre), in cambio di rimborsi minimi o inesistenti. Le persone trasferite
nelle aree urbane incontrano inoltre enormi difficoltà a trovare un lavoro
dignitoso in grado di garantirne la sopravvivenza, in parte perché non
conoscono la lingua cinese e in parte perché non possiedono il denaro
necessario all’avvio di una qualsiasi attività.
Secondo il governo cinese, il processo di urbanizzazione, iniziato nel 2000
e proseguito a ritmi serrati a partire dal 2003, è necessario per la
protezione dell’ambiente e per “sviluppare”, “civilizzare”
e “modernizzare” sia le aree interessate sia la popolazione. Human
Rights Watch, che ha chiesto a Pechino di sospendere i trasferimenti e di consentire
ai pastori e ai nomadi di tornare alle proprie terre, ritiene invece che dietro
questa politica si nasconda il desiderio di cancellare la cultura tibetana e
di assimilare i tibetani alla popolazione han.
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