MAO,
LA BARBARIE DAL VOLTO DISUMANO
Un articolo di PIETRO VERNI
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«Mao
Tse-Tung, che per decadi esercitò un potere assoluto sulla vita di un
quarto della popolazione mondiale, fu responsabile della morte di 70 milioni
di persone, più di ogni altro leader del XX secolo».
Comincia così, senza se e senza ma, uno dei libri più stimolanti,
anticonformisti, sconvolgenti di questo inizio di millennio, Mao la storia sconosciuta
(Milano 2006), la biografia che la scrittrice cinese Jung Chang (autrice anni
or sono dello splendido Cigni Selvatici, ultima edizione Milano 2005) ha dato
alle stampe con l’aiuto del marito, lo storico britannico Jon Halliday.
E’ un lavoro monumentale, quasi mille pagine di cui circa cento di note,
che fa letteralmente a pezzi uno dei più inossidabili miti positivi del
‘900, quello di Mao, appunto. In effetti, per essere onesti, più
che una di una biografia dovremmo parlare di una autentica ed appassionata requisitoria
che viviseziona l’esistenza politica e privata del “Grande Timoniere”
fornendo al lettore un quadro agghiacciante del massimo protagonista della storia
cinese degli ultimi secoli. Un uomo più abile e cinico che intelligente,
brutale, opportunista, preda di una inestinguibile sete di potere per ottenere
il quale fu disposto a tutto. Requisitoria dunque e quindi per definizione non
imparziale, però circostanziata, precisa, attenta anche ai minimi particolari
(da qui l’incredibile mole delle note). Un lavoro ciclopico che è
stato unanimemente apprezzato dalla critica internazionale che non ha lesinato
lodi. “Un lavoro magistrale” secondo il New York Times, “Una
lettura fondamentale” per The Observer, “Un libro sconvolgente”
nella definizione di “The Times”, “La biografia politica più
poderosa, convincente e rivelatrice dei nostri tempi”, recita l’entusiastica
recensione del Daily Mail. E qui mi fermo ma potrei continuare a lungo nelle
citazioni.
Nonostante il numero delle pagine è un libro che, per quanti sono interessati
alla storia della Cina contemporanea ed ai rapporti tra il movimento comunista
cinese e quello sovietico, si legge di un fiato. A me ha catturato come il migliore
dei thriller che pagina dopo pagina ti avvince e non si lascia mollare se non
dopo averlo terminato. La Cina degli anni ’10 e ’20 del secolo scorso,
la nascita dei primi nuclei rivoluzionari, la Lunga Marcia, le relazioni pericolose
tra Partito Comunista Cinese e i nazionalisti di Chiang Kai-shek, la resistenza
all’invasione giapponese, la guerra civile, la vittoria di Mao e i primi
anni di governo comunista, il Grande Balzo in Avanti, la Rivoluzione Culturale,
l’affaire Lin Biao... tutto viene raccontato, spiegato, svelato senza
alcuna pesantezza narrativa ma con lo stile lieve e riuscito che Jung Chang
già aveva regalato ai suoi lettori con Cigni Selvatici.
Certo non a tutti la lunga, drammatica, terribile storia che i due autori raccontano
in questo nuovo testo era poi così sconosciuta. Quanti avevano già
letto alcune testimonianze critiche, in modo particolare quelle di Jean Pasqualini
(Prisoner of Mao, London, 1975), di Simon Leys (Gli abiti nuovi del presidente
Mao, Milano 1977), di Tiziano Terzani (La porta proibita, Milano 1984), di Jasper
Becker (La Rivoluzione della fame, Milano, 1998), di Jean-Luc Domenach (Chine:
l’archipel oublié, Paris 1992), di Li Zhisui (The Private Life
of Chairman Mao, London 1994), di Palden Gyatso (Il Fuoco sotto la neve, Milano
1997) e lo stesso Cigni Selvatici, avevano già compreso che il vero Mao
era ben diverso dall’icona che una insistente vulgata avevo diffuso in
occidente nei dintorni del ‘68 e che è sopravvissuta alla sua morte,
alla caduta della “Banda dei Quattro”, all’arrivo di Deng
Tsiao Ping, al massacro di TienAnMen, alla selvaggia trasformazione economica
della Cina. Purtroppo però i testi di cui sopra, così come le
testimonianze dirette dei pochi che erano riusciti a fuggire dalla Cina maoista
(dissidenti di vario genere, tibetani, uighuri, mongoli), erano rimasti appannaggio
di ristrette minoranze. Per la gente comune, soprattutto -ma non solo- in Italia,
il mito di Mao è ancora lì, vivo e vegeto. Mao il grande riformatore.
Mao che ha ridato unità alla Cina. Mao che ha sfamato il suo popolo.
Mao il demiurgo. Mao che condivide con i suoi compagni le fatiche e gli stenti
della Grande Marcia. Mao sostenitore dei diritti dell’ Altra Metà
del Cielo. Mao strenuo difensore della dignità nazionale cinese. Mao
il Grande Timoniere. E chi più ne ha più ne metta.
Del lungo brivido rivoluzionario che attraversò il corpo dell’occidente
nei lontani anni ’60, tante cose positive sono state dimenticate o al
massimo sono conservate gelosamente nello scrigno della memoria degli ormai
brizzolati esponenti di quella antica stagione (a cui appartiene anche chi scrive).
Invece l’idea che il buon vecchio Mao fosse, magari con qualche ruvidezza
di troppo, fondamentalmente migliore e diverso da tutti gli altri leader carismatici
delle rivoluzioni del secolo scorso, rimane testardamente diffusa. Se posso
citare un’esperienza personale: mi ricordo quando ad una trasmissione
di Radio Popolare di Milano in cui ero stato invitato a parlare della questione
del Tibet ed avevo esposto la situazione in cui versava il Paese delle Nevi
e le violenze subite dai tibetani a causa dell’occupazione da parte della
Cina Popolare, il centralino della radio fu sommerso da una valanga di telefonate
in cui gli ascoltatori si rifiutavano di credere che la Cina maoista avesse
potuto macchiarsi dei crimini che avevo denunciato. Quasi tutti ritenevano possibile
che Deng e il nuovo (per allora) gruppo dirigente cinese potesse star attuando
una dura repressione in Tibet ma Mao no. Lui non lo avrebbe mai fatto. Né
in Tibet né altrove. E il bello, si fa per dire, è che quell’opinione
veniva, e tuttora viene condivisa, anche da molta gente moderata e non certo
di sinistra. L’idea che in Cina la presa del potere da parte di Mao e
del Partito Comunista sia stato un cambiamento positivo per il popolo cinese
è ancora profondamente radicata nell’opinione pubblica. Ma adesso
è arrivato questo nuovo libro che ci spiega per filo e per segno come,
al contrario, il prevalere di Mao all’interno del Partito Comunista Cinese
e la conquista dello Stato da parte di quest’ultimo sia stata, per la
Cina contemporanea, una vera catastrofe pagata con l’incredibile cifra
di circa 70 milioni di morti.
Dopo che Deng Xiao-ping, eliminata la “Banda dei Quattro” e installatosi
saldamente ai vertici politici della Repubblica Popolare Cinese, aveva dato
un quadro molto realistico di cosa fosse stata la cosiddetta Rivoluzione Culturale
(che sensatamente Jung Chang e Jon Halliday preferiscono chiamare la Grande
Purga) e quali guasti avesse prodotto, in diversi cominciarono a domandarsi
come fosse stato possibile che Mao, così saggio e lungimirante, avesse
potuto consentire che la Cina cadesse preda di una tale deriva ideologica, politica,
sociale. A pochi però venne da pensare che forse le cose erano molto
meno contraddittorie di quanto non apparissero. Vale a dire che il “vero”
Mao, quello in carne ed ossa, quello al di là del mito (di cui siamo
debitori innanzitutto all’anima candida dello scrittore americano Edgar
Snow, il principale agiografo occidentale di Mao che scrisse il bestseller Stella
Rossa sulla Cina -ultima edizione italiana Torino 2000- e poi ad una lunga serie
di epigoni di cui sarebbe troppo lungo fare i nomi) fosse proprio quell’apprendista
stregone che non aveva esitato ad evocare i demoni del fanatismo, della violenza,
della frenesia palingenetica in masse enormi di giovani e giovanissimi cinesi
per poi scatenarle cinicamente contro quel Partito Comunista che aveva avuto
il torto di cercare di liberarsi dal peso della sua tutela e stava tentando
di emarginarlo. Questo e non altro infatti fu la Rivoluzione Culturale, una
devastante Grande Purga con la quale Mao e i suoi alleati dell’epoca (la
moglie Jiang Qing, il segretario Chen Boda, il capo dell’esercito Lin
Biao, il fedelissimo Chou En lai) attaccarono e colpirono senza misericordia
i loro avversari all’interno del Partito Comunista Cinese, spesso eliminandoli
fisicamente, gettando l’intera Cina in un indescrivibile caos grazie al
quale però riuscirono a tornare al potere, più forti e spietati
di prima. E sulla Repubblica Popolare Cinese calò una notte della ragione
ancora peggiore di quella che c’era prima. Per circa due anni scuole e
università rimasero chiuse. Bande di giovani attaccavano indiscriminatamente
tutto quello che aveva sia pur lontanamente a che fare con i quadri del Partito
Comunista ritenuti, a torto o a ragione, ostili a Mao. E una volta eliminati
i rappresentanti della “linea nera”, si diedero battaglia tra loro
dal momento che c’era sempre qualche gruppo di “Ribelli” non
abbastanza rosso e fedele al Maozedongpensiero. Quanto dell’antica tradizione
artistica cinese era sopravvissuto alla vittoria comunista del 1949, fu definitivamente
attaccato, cancellato e distrutto in un delirio parossistico che non ha precedenti
nella millenaria storia del “Paese del Centro”. Una nazione devastata,
questa era la Cina che alla fine degli anni ’60 aveva lasciato il ritirarsi
della prima fase della Rivoluzione Culturale, però Mao e la sua cricca
erano tornati saldamente alla guida dello Stato e non importava il prezzo che
era stato fatto pagare al popolo cinese. Il Grande Timoniere era soddisfatto
perché, per dirla con le sue parole: “Grande la confusione sotto
il cielo, quindi la situazione è eccellente”.
Se non si trattasse di una vicenda tragica che ha causato indicibili sofferenze
e la morte di milioni e milioni di persone, sarebbe perfino divertente andarsi
a rileggere le dotte dissertazioni che decine di intellettuali europei (e anche
qualche americano) fecero sulla Rivoluzione Culturale vista come una “grande
occasione di liberazione delle forze migliori della società e della gioventù
cinese”, “espressione del potenziale libertario del comunismo cinese”,
“prova inconfutabile della diversità radicale dell’ideologia
e della prassi politica di Mao rispetto a quella di Stalin”. E via di
questo passo fino all’ineffabile documentario di Michelangelo Antonioni
Chung Kuo, Cina realizzato nel 1972 su incarico di Chou En lai e che altro non
è che un’imbarazzante (per l’autore) favoletta apologetica
sul maoismo (giustamente definita “un’elegante traduzione della
propaganda ufficiale”, da Federico Rampini nel suo bel testo Il secolo
cinese, Milano 2005).
E ancora oggi c’è qualcuno che si ostina a non voler fare i conti
con l’effettiva realtà storica e continua a mantenere in vita il
pregiudizio positivo nei confronti di Mao. E’ il caso, ad esempio, dell’ineffabile
Rossana Rossanda (si proprio lei, la “Ragazza del Secolo Scorso”,
che nonostante le cantonate prese lungo tutto l’arco della sua intensa
vita politica continua a parlare sempre con il solito ditino alzato) che in
un recente articolo (Il Manifesto, del 9 settembre 2006) ha avuto il coraggio
di riprendere un vecchio slogan denghista e scrivere che, “... Mao ha
fatto per il 70% le cose giuste e per il 30% le cose sbagliate. Grazie al suo
70% noi siamo in un giusto differente. Onore a Mao”. Sarebbe interessante
sapere se la Rossanda ha letto la biografia di cui stiamo parlando e se per
lei 70 milioni di morti, la repressione sistematica del dissenso interno ed
esterno al Partito Comunista, l’invasione e il ferreo regime coloniale
imposto al Tibet, al Turkestan Orientale, alla Mongolia Meridionale, la gestione
spregiudicata e violenta del potere, l’idea che un conflitto nucleare
con la conseguente morte di oltre metà della popolazione cinese (oltre
a quella delle popolazioni nemiche) fosse una scelta accettabile nell’ottica
dello scontro con il capitalismo e il revisionismo sovietico... se tutto questo
e altro ancora, facciano parte di quel modesto 30% di cose negative. Per non
parlare poi, dell’atteggiamento sciovinista che Mao ha sempre tenuto nei
confronti delle donne, a partire dalle sue numerose mogli per finire con la
schiera di dodicenni graziosamente infilategli nel letto dai suoi più
stretti collaboratori e con le quali era solito dilettarsi in eccitanti (per
lui) giochi erotici senili.
Ulteriore pregio di questo libro è quello di avere fatto chiarezza su
di un altro diffuso luogo comune e aver dimostrato come l’autoritarismo
maoista non inizi con la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese (1°
ottobre 1949) ma molto prima, in tutti quei frammenti di Cina che nel corso
della guerra civile si vennero a trovare sotto l’autorità di Mao.
Particolarmente illuminanti sono, a questo proposito, le pagine che illustrano
come si svolgesse la vita nelle zone “liberate” di Yenan, la provincia
dello Shanxi dove Mao si era installato al termine della Lunga Marcia. Ebbene
il lettore potrà vedere come negli anni di Yenan, tutto l’armamentario
repressivo che sarà moneta corrente in Cina dopo il 1949, venne già
capillarmente applicato dando così inizio a quello che gli autori definiscono
non a torto, “Un potere fondato sul terrore”.
Termino segnalando il capitolo in cui si racconta l’oscura vicenda in
cui nel 1971 trovarono la morte il generale Lin Biao, sua moglie e alcuni loro
stretti collaboratori. A parte l’interesse derivante dal conoscere una
attendibile versione di cosa successe al numero due del regime che solo un paio
di anni prima (nel 1969, al termine del IX Congresso del PCC) era stato nominato
ufficialmente “Primo Compagno d’ Armi e Successore” di Mao,
troviamo in queste pagine la più compiuta e realistica descrizione del
clima di intrighi, complotti, tradimenti in cui si svolgeva la vita politica
del gruppo dirigente del Partito Comunista Cinese. Un quadro fosco e impietoso
degno delle pagine più oscure del peggior Medio Evo europeo.
Bene, questo e molto altro troverete nelle pagine di Mao la storia sconosciuta,
un libro che, se non vi farete scoraggiare dal numero delle pagine, vi porterà
per mano all’interno di una vicenda storica complessa e drammatica ma
anche ricca di una sua terribile grandiosità. Quella grandiosità
che a volte solo il Male riesce a raggiungere compiutamente. E vedrete come
al maoismo si addica perfettamente la famosa definizione del marxismo data da
Simone Weill, “ Il marxismo è in tutto e per tutto una religione,
nel senso più impuro del termine. In particolare, ha in comune con tutte
le forme inferiori della vita religiosa il fatto d’esser stato continuamente
usato, secondo l’espressione così calzante di Marx, come oppio
del popolo.”
Piero Verni
(p.verni@fastwebnet.it)
Per gentile concessione della rivista Re Nudo