TIBET NEWS ITALIA - 38

Autunno 2002

 

INDICE

 

Un saluto dal NUOVO presidente

 

Carissimi soci, socie e amici tutti,


colgo l’occasione offertami dalle pagine di Tibet News-Italia per rivolgervi un saluto e un sincero ringraziamento per la fiducia accordatami lo scorso mese di giugno accettando di sostenere la mia candidatura alla presidenza dell’Associazione Italia-Tibet. Desidero sappiate che mi adopererò in ogni modo per svolgere al meglio questo incarico e continuare il lavoro che il mio predecessore, Piero Verni, ha portato avanti per tanti anni.

Penso che, in questo delicato momento della storia del popolo tibetano, il ruolo dell’Associazione sia più che mai importante. Dopo anni di apparente immobilismo, abbiamo la concreta percezione che qualcosa si sta muovendo. La Cina, è vero, ha ottenuto l’assegnazione dei Giochi Olimpici, è entrata nell’Organizzazione Mondiale del Commercio e ha aperto i suoi mercati agli investimenti stranieri. Sappiamo però che, a dispetto di questi vanti, proseguono all’interno del paese le sistematiche violazioni dei diritti umani e l’accanimento contro ogni forma di opposizione democratica. Le repressioni contro Falun Gong, gli uiguri e i tibetani costituiscono gli esempi più conosciuti e costringono Pechino a una continua allerta e alla ricerca di moventi plausibili per legittimare il ricorso alla forza e salvare la faccia a livello internazionale. Ma lo scontento e la protesta crescono anche in molti settori del mondo contadino e di quello operaio e il nuovo gruppo dirigente, la cui elezione è imminente, dovrà confrontarsi con ognuna di queste situazioni e affrontare numerosi problemi e nodi irrisolti.

All’interno del Tibet la situazione rimane grave. Le autorità cinesi sembrano voler mettere a tacere qualsiasi critica esibendo la consistenza degli investimenti e decantando i progressi economici conseguiti. Con le precauzioni del caso (niente incontri con i detenuti e con la gente comune), Pechino ha promosso una serie di “visite guidate” in Tibet invitando giornalisti e delegazioni parlamentari. Negli ultimi mesi ha rilasciato sei prigionieri politici, tra cui Ngawang Choephel e Takna Jigme Sampo, mentre altri hanno beneficiato di una seppur piccolissima riduzione della pena. E mentre tutti ci stavamo ancora interrogando sulla reale portata di queste aperture, è giunta l’improvvisa notizia della visita in Cina e Tibet di due emissari del Dalai Lama, dopo vent’anni di assenza di contatti formali e dopo quasi dieci anni dalla cessazione di ogni forma di rapporto informale o mediato.

Non è certo ancora giunto il momento di rallegrarci per queste concessioni, anche se ogni pur lieve cambiamento merita il nostro attento interesse ed è benvenuto. E’ il momento invece di raddoppiare i nostri sforzi e far sentire a Pechino che non ci accontentiamo di gesti “di facciata”. Ed è proprio in questa delicata situazione (che potrebbe esplodere in qualche cambiamento ma anche implodere nella consueta chiusura) che il lavoro dell’Associazione diventa importante. Penso a un’Associazione Italia-Tibet più organizzata e visibile, ben radicata sul territorio, in grado di intervenire con puntualità e tempestività. E, oltre a consolidare quelli già esistenti, vorrei stringere fattivi legami di collaborazione con tutte le realtà che in Italia dedicano le proprie energie alla causa tibetana, in uno spirito costruttivo e dinamico. Ritengo fondamentale, in questo momento, l’esistenza dell’ Intergruppo Parlamentare sul Tibet, una compagine altamente rappresentativa che ha già prodotto e depositato una Risoluzione la cui discussione è imminente, e la costituzione dell’Associazione delle Regioni, Province e Comuni per il Tibet la cui importante attività non avrà risonanza solo a livello di enti locali ma sarà promossa anche a livello europeo. Viviamo quindi, in Italia, un momento particolarmente favorevole e incoraggiante, in cui si vanno aggregando molte significative energie. L’Associazione Italia-Tibet ne vuole e ne deve assolutamente fare parte.

Tutto questo non si può fare in un giorno, ma ci stiamo già muovendo. Permettetemi di informarvi brevemente su quanto abbiamo fatto dalla fine di giugno ad oggi.

All’indomani della sua elezione, il nuovo direttivo si è riunito a Votigno di Canossa, nella bellissima cornice della Casa del Tibet. In quell’occasione, Claudio Cardelli, ha accettato di assumere la vicepresidenza dell’Associazione e desidero esprimergli il mio ringraziamento. La sua esperienza e la sua dedizione alla causa del Tibet ci saranno di grande aiuto. A quella prima riunione del Consiglio erano presenti anche Jetsun Pema e Tempa Tsering i cui consigli e l’apprezzamento dimostrato per il nostro lavoro sono stati di grande ispirazione per tutti noi. In un clima sereno e costruttivo, abbiamo deliberato alcune tra le misure più urgenti a livello organizzativo e delineati i primi possibili interventi. Le prossime attività dell’Associazione e il suo assetto organizzativo sono stati perfezionati nel corso di una successiva riunione. Oltre a curare l’aggiornamento del sito web, Marco Vasta ha accettato di attivare il nostro Ufficio Stampa, già entrato in funzione ed elemento fondamentale per la tempestività dell’informazione e la nostra visibilità. Vicky Sevegnani si occuperà del Coordinamento Interno, curando la comunicazione tra il Consiglio e la sede (di cui curerà la riorganizzazione), tra la sede e i referenti di zona e, con gli altri membri del Consiglio, tra l’Associazione e i gruppi di sostegno al Tibet operanti in Italia. Nel frattempo, continuerà a curare la redazione di Tibet News-Italia. Chunyi Kunsang terrà i contatti con la Comunità Tibetana in Italia.

 

Il 20 luglio 2002, ho partecipato a Torino ad una importante riunione organizzata da Claudio Tecchio, Coordinatore ISCOS-CSL Piemonte, durante la quale ho avuto modo di conoscere, tra gli altri, l’On. Gianni Vernetti, Coordinatore dell’Intergruppo Parlamentare Italia-Tibet e Bruno Mellano, Consigliere Nazionale Radicale – Radicali Piemonte, e di incontrare Chhime Chhoekyapa, Rappresentante del Dalai Lama a Ginevra, Giampiero Leo, Assessore alla Cultura della Regione Piemonte e Jinpa Lama Santu, Presidente della Comunità Tibetana in Italia. Tra i tanti argomenti discussi, è stato fatto il punto sul lavoro portato avanti da ognuno dei gruppi rappresentati e sono stati delineati i prossimi importanti appuntamenti a livello internazionale.

 

Il 23 settembre 2002 sono partito per l’India assieme a una rappresentanza dell’Intergruppo Parlamentare, in visita ufficiale a Dharamsala. Facevano parte della delegazione, guidata dal Coordinatore dell’Intergruppo, On. Gianni Vernetti (Margherita), i deputati Laura Cima (Verdi), Olga di Serio D’Antona (DS), Giuseppe Fioroni (Margherita) e Marco Zacchera (AN) e i senatori Alessandro Forlani (CCD-CDU) e Antonio Iovene (DS). Presenti anche il Presidente della Comunità Tibetana in Italia, Jinpa Lama Santu e Bruno Mellano.

Per la sua rappresentatività e compattezza nell’appoggio alla causa tibetana, la delegazione e i suoi accompagnatori sono stati accolti con grande calore da tutte le cariche istituzionali e dai rappresentanti di tutte le più importanti Organizzazioni non Governative del Tibet in esilio. Oltre ad incontrare il Dalai Lama, al quale i rappresentanti dell’Intergruppo hanno presentato copia della Risoluzione sul Tibet già depositata alla Camera, siamo stati ricevuti da Samdhong Rinpoche e abbiamo avuto la straordinaria opportunità di incontrare anche la delegazione tibetana appena rientrata dal suo viaggio a Pechino e Lhasa.

Qualche parola su questi incontri. Samdhong Rinpoche ha ricordato che le recenti “aperture” di Pechino sono frutto della pressione internazionale, soprattutto di quella americana, e ne ha auspicato la prosecuzione accompagnata da azioni non violente e atti di disubbidienza civile all’interno del Tibet. Ha inoltre affermato che la visita della delegazione tibetana a Pechino e a Lhasa è soltanto un promettente inizio, niente di più e niente di meno, da guardare con particolare cautela.

Il Dalai Lama, che ho trovato in ottima salute, si è mostrato meno fiducioso sul futuro di possibili negoziati il cui oggetto, secondo Sua Santità, dovrebbe essere lo status di sei milioni di tibetani all’interno del Tibet. Ha espresso il timore che, da parte cinese, oggetto dei negoziati sia il ritorno della Sua persona e dei 130.000 esiliati, lasciando intendere che, su questa divergenza, potrebbe ben presto arenarsi qualsiasi dialogo.

I membri della delegazione tibetana hanno confermato che i ministri e i funzionari cinesi incontrati, contrariamente a quanto accaduto in passato, hanno ascoltato con attenzione le argomentazioni prodotte circa la posizione del Dalai Lama. In particolare, Kelsang Gyaltsen ci ha riferito di aver cercato di far capire agli interlocutori che la figura del Dalai Lama non costituiva il problema bensì la sua possibile soluzione, un “ponte” per una possibile definizione della questione tibetana. Ha confermato che questa visita è stata solo un inizio, un incontro preliminare mirato alla creazione di un rapporto di fiducia sul quale costruire un dialogo. Pur esprimendo una cauta speranza, ha aggiunto che quest’apertura potrebbe inserirsi nel quadro dei preliminari per il prossimo Congresso del Partito che deciderà il cambio dei massimi vertici cinesi.

 

Questo il quadro generale: l’inizio del lavoro del nuovo direttivo, il contesto italiano, i recenti sviluppi nelle relazioni sino-tibetane. Da qui, con la massima attenzione ad ogni avvenimento, nel rispetto della propria autonomia ma in collaborazione e sintonia con quanti condividono il nostro cammino, l’Associazione Italia-Tibet prende le mosse per portare avanti il suo compito. Forti del nostro impegno e consapevoli delle nostre responsabilità, contiamo sulla collaborazione di tutti, siano essi singoli individui, gruppi, associazioni o istituzioni. Con l’intero Consiglio, al quale auguro buon lavoro, rivolgo ai soci e alle socie il mio più cordiale saluto e un grazie per il prezioso sostegno.

 

Günther Cologna

 


PRIMO PIANO

 

Una delegazione tibetana a pechino e a lhasa

 

Il giorno 9 settembre, con un brevissimo quanto sorprendente annuncio, il governo tibetano ha reso noto che Lodi Gyari e Kelsang Gyaltsen, inviati speciali del Dalai Lama rispettivamente negli Stati Uniti e in Europa, stavano per arrivare nella capitale cinese e, successivamente, si sarebbero recati a Lhasa. Completavano la delegazione due assistenti, Sonam Dagpo e Buchung Tsering. La notizia, immediatamente diramata dalle agenzie di stampa e ripresa da tutte le più importanti testate, ha fatto in breve tempo il giro del mondo suscitando vivo interesse e soddisfazione in quanti hanno a cuore la sorte del Tibet e da anni si battono per l’inizio di un dialogo tra il Dalai Lama e Pechino dopo nove anni di assoluta chiusura da parte dei vertici cinesi.

 

Il governo tibetano in esilio ha preferito non commentare la notizia, rimandando ogni dichiarazione ufficiale al momento del rientro a Dharamsala della delegazione. Agli inviati dell’agenzia Reuter, Tenzin Takhla, un assistente del Dalai Lama, si è limitato a riferire: “Sua Santità è molto felice che i suoi emissari possano effettuare questa visita”, e ha aggiunto che il Dalai Lama “ha sempre cercato di instaurare una forma di dialogo con il governo cinese”.

 

Un cauto ottimismo per l’inizio di una possibile apertura e per un potenziale ammorbidimento della posizione cinese è stato espresso da molti gruppi di sostegno al Tibet e da alcune tra le più importanti Organizzazioni non Governative tibetane. Il 12 settembre, da Bruxelles, la Presidenza dell’Unione Europea ha diramato un comunicato in cui esprime la propria soddisfazione e la speranza che questa visita possa aprire la strada a un dialogo diretto tra la Cina e il Dalai Lama per una pacifica e duratura soluzione della questione tibetana. 

 

In risposta a quanti hanno guardato con interesse e rinnovate speranze i “positivi sviluppi” della situazione, Pechino si è affrettata a definire “strettamente personale” la visita degli alti funzionari di Dharamsala. Kong Quan, portavoce del Ministero degli Esteri, ha così dichiarato: “Abbiamo consentito ad alcuni espatriati tibetani di tornare in Cina in forma privata. Siamo lieti che possano constatare personalmente i progressi avvenuti in Tibet”. Dopo avere escluso la possibilità di una visita del leader tibetano in Cina a causa delle sue “attività separatiste”, il portavoce ha affermato che un miglioramento nelle relazioni tra le due parti sarebbe possibile solo a patto che il Dalai Lama ponesse fine alle sue azioni sovversive, ammettesse esplicitamente l’appartenenza del Tibet e di Taiwan alla madrepatria cinese e riconoscesse il governo di Pechino come unico, legittimo rappresentante dell’intero paese.

Il 16 settembre, a Lhasa, il presidente della Regione Autonoma Tibetana, Legkog, ha fatto sapere di avere incontrato Lodi Gyari e di essersi intrattenuto a colloquio con lui per oltre un’ora. Ha però precisato che, nel corso della visita, nessuna delle due parti ha menzionato il Dalai Lama o fatto riferimento alla possibilità di futuri incontri con delegazioni tibetane. Legkog ha dichiarato inoltre di avere illustrato all’ospite i progressi economici conseguiti in Tibet negli ultimi cinquant’anni e ha affermato che Lodi Gyari ha manifestato il suo apprezzamento per i risultati ottenuti e per il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione.

Durante la missione, nulla è trapelato circa le impressioni riportate dalla delegazione tibetana alla quale non era peraltro  consentito alcun contatto con i giornalisti. Tenzin Takla ha fatto sapere che il suo ufficio era in contatto con gli emissari del Dalai Lama ma che, in considerazione della delicatezza dell’argomento, preferiva non rilasciare dichiarazioni.

 

Il 28 settembre 2002, all’indomani del suo rientro a Dharamsala, Lodi Gyari ha rilasciato il primo comunicato ufficiale sull’esito della missione. Nel testo, che pubblichiamo per intero alla pagina seguente, il capo della delegazione tibetana, oltre a dare notizia dei luoghi visitati e delle alte personalità incontrate, definisce “molto più flessibile” rispetto al passato l’atteggiamento mentale della leadership cinese con la quale dichiara di avere avuto uno schietto scambio di vedute in un’atmosfera cordiale. Lo stile tutto sommato asettico, dettato, riteniamo, dalla formalità del documento e dalle circostanze, l’accenno al progresso e allo sviluppo riscontrato in alcune aree, i ringraziamenti di rito per la l’ospitalità e l’assistenza ricevuta, sembrano rientrare nello schema del “gioco delle parti”e rendono difficile capire la reale portata di questa visita. Lodi Gyari afferma di avere cercato con ogni mezzo di porre le basi per l’inizio di una nuova fase nel rapporto tra Cina e Tibet, lasciando intuire la sua fiducia nella possibilità di un nuovo corso, fiducia peraltro espressa, nel corso di una breve intervista, da entrambi gli inviati del Dalai Lama al Presidente dell’Associazione Italia-Tibet, Günther Cologna, il giorno stesso del loro rientro a Dharamsala.

Senza indulgere in alcuna forma di eccessivo ottimismo, resta comunque il fatto che, per la prima volta dopo vent’anni, è stato concesso a un gruppo di emissari del Dalai Lama di mettere piede sul suolo tibetano. Difficile dire se questo gesto possa essere interpretato come il primo passo verso un cambiamento della politica cinese in Tibet o sia semplicemente una studiata mossa di Pechino per migliorare la sua immagine a livello internazionale. Il recente rilascio di sei prigionieri politici, le lievi riduzioni della pena concesse ad alcuni patrioti tibetani ancora detenuti, la speranza in una ripresa del dialogo espressa dal fratello del Dalai Lama al suo rientro a Dharamsala dopo il viaggio in Cina, lo scorso mese di luglio, potrebbero essere interpretati come segnali di apertura. Secondo alcuni osservatori, i leader cinesi potrebbero aver compreso l’importanza del ruolo del Dalai Lama la cui autorità morale, unita all’incessante appello alla non violenza, è finora riuscita a tenere a freno quelle frange più radicali in seno alla comunità tibetana, pronte ad abbracciare la lotta armata per la liberazione del loro paese.

Ammesso che la dirigenza cinese abbia finalmente intuito che l’unico interlocutore possibile, in un futuro e verosimilmente ancora lontano tavolo di negoziati, potrebbe essere solamente il Dalai Lama, questo non significa che la Cina sia ormai pronta ad un riavvicinamento. Pechino continua a detenere il Panchen Lama riconosciuto dai tibetani e cerca di assicurarsi il controllo e la futura compiacenza della seconda autorità religiosa tibetana opportunamente istruendo un Panchen Lama “fantoccio” scelto dalla sua leadership. Il governo cinese insiste inoltre nel chiedere al Dalai Lama il riconoscimento della sovranità della Cina sul Tibet, malgrado il capo tibetano, ormai dal 1988, dichiari di volere, per il suo paese, solo una reale autonomia. Le sue reiterate affermazioni a questo proposito, sono sistematicamente rigettate dalla dirigenza cinese che accusa il Dalai Lama di fomentare idee separatiste e di mascherare, sotto la richiesta di una genuina autonomia, l’aspirazione all’ottenimento di una totale indipendenza del Tibet. Infine, nelle carceri cinesi sono ancora rinchiusi molti prigionieri politici (più di cento nella sola prigione di Drapchi, secondo un recente rapporto fornito da Tibet Information Network), condannati a lunghi periodi di detenzione per avere manifestato in modo pacifico la loro opposizione al regime di Pechino.

In questo quadro generale, la visita in Cina e Tibet degli emissari del Dalai Lama costituisce indubbiamente un fatto nuovo e clamoroso che apre un piccolissimo spiraglio alla speranza. Rimangono però intatti tutti i dubbi sulla reale volontà politica del governo cinese circa il futuro del Tetto del Mondo. Non a caso, l’editoriale apparso sul numero di ottobre dalla Tibetan Review, conclude affermando che, malgrado le possibili, positive implicazioni di questo contatto, non è detto che esso possa portare ad una rapida soluzione del problema tibetano nei termini desiderati dal governo di Dharamsala.


Comunicato rilasciato da Lodi Gyari,
capo della delegazione TIBETANA
in visita in Cina e Tibet

Il 27 settembre 2002, al termine del viaggio che ci ha portati non solo a Pechino, Chengdu e Shanghai ma anche a Lhasa, capitale del Tibet, e nei territori di Nyingtri e Shigatse, abbiamo fatto ritorno a Dharamsala.

 

Il mio collega, l’inviato Kelsang Gyaltsen, ed io avevamo un duplice incarico. Anzitutto ristabilire un contatto con il governo di Pechino e creare le premesse per futuri e regolari incontri diretti. In secondo luogo, spiegare l’Approccio della Via di Mezzo proposto da Sua Santità il Dalai Lama per risolvere la questione del Tibet.

Durante tutta la visita non abbiamo dimenticato questo obiettivo primario. Di conseguenza abbiamo concentrato i nostri sforzi nel creare un clima di fiducia che dissipasse dubbi e fraintendimenti.

 

Abbiamo informato Sua Santità il Dalai Lama circa il nostro viaggio. Durante gli anni passati, Sua Santità ha fatto notevoli sforzi per ristabilire un contatto con il governo cinese. Sua Santità ha gradito il gesto positivo del governo di Pechino che ha ricevuto la nostra delegazione e ha espresso la sua soddisfazione per il nuovo contatto. Ci ha detto di approfittare dell’opportunità creatasi e di continuare ad adoperarci con ogni energia per la prosecuzione di questo processo che potrà condurre ad una soluzione reciprocamente accettabile.

 

L’inviato Kelsang Gyaltsen ed io, accompagnati da due assistenti, abbiamo iniziato il viaggio il 9 settembre 2002. Durante la visita abbiamo incontrato funzionari a Pechino, a Lhasa e in altre zone. Ci hanno informati dei progressi compiuti nelle regioni tibetane e dei progetti di sviluppo intrapresi. Siamo stati colpiti dalla dedizione e dalla competenza dimostrata da molti funzionari tibetani. Pur incoraggiando e mostrando ammirazione per l’impegno con cui cercano di favorire lo sviluppo economico del Tibet, abbiamo tuttavia attirato la loro attenzione sull’importanza di prestare uguale interesse alla preservazione del peculiare patrimonio culturale, religioso e linguistico del Tibet. I funzionari ci hanno anche informato dell’importanza da essi riservata alla tutela del delicato ambiente del Tibet. Abbiamo colto questa opportunità per metterli al corrente delle nostre idee sul problema.

 

Tra i funzionari tibetani abbiamo incontrato Ngapo Ngawang Jigme, vice presidente del CPPCC (Consiglio Politico del Popolo Cinese); Ragdi, presidente del Congresso del Popolo della Regione Autonoma Tibetana e Vice Segretario del Partito; Legchok, presidente del governo della Regione Autonoma del Tibet e Vice Segretario del Partito; Samdup, capo del Dipartimento del Fronte Unito per il Lavoro della Regione Autonoma del Tibet e Atrin, vice presidente del CPPCC nella provincia dello Sichuan.

 

Oltre agli incontri ufficiali, abbiamo avuto la toccante esperienza di poter pregare nel Jokhang e nel Potala. Siamo anche stati in grado di visitare il Norbu Lingka, Gaden, Tashi Lhunpo e il Palkhor Choeten di Gyangtse. La nostra permanenza in Tibet è stata breve. Di conseguenza ci sono state poche occasioni per incontrare la gente comune.

 

Abbiamo avuto l’opportunità di visitare alcune aree di Chengdu, Shanghai e Pechino e siamo stati molto colpiti dal loro progresso e sviluppo. In queste zone, abbiamo inoltre visitato alcuni luoghi sacri al Buddismo.

 

A Pechino abbiamo incontrato Wang Zhaoguo, vice presidente del CPPCC e capo del Dipartimento Centrale del Fronte Unito per il Lavoro, e Li De Zhu, ministro per gli Affari Nazionali e vice presidente del Dipartimento del Fronte Unito per il Lavoro. Abbiamo avuto con loro uno schietto scambio di vedute in un’atmosfera cordiale. Hanno ribadito la nota posizione del governo cinese circa il dialogo con Sua Santità il Dalai Lama. Abbiamo esposto il pensiero di Sua Santità sulla soluzione della questione del Tibet attraverso negoziati, in uno spirito di riavvicinamento e dialogo. I capi cinesi hanno ascoltato i nostri discorsi con vivo interesse e hanno dato inizio a liberi e spontanei scambi di vedute. Abbiamo apprezzato molto tutto questo. Rispetto ai primi incontri con i leader cinesi, avvenuti a Pechino, nei primi anni ‘80, siamo stati colpiti dalla maggiore elasticità mentale degli attuali dirigenti.

 

Siamo stati ospitati dal Dipartimento del Fronte Unito per il Lavoro del Partito Comunista Cinese. Molte altre autorità, compreso il governo della Regione Autonoma del Tibet e i governi dello Sichuan e di Shanghai, hanno partecipato all’organizzazione della nostra visita. Desideriamo esprimere a tutti il nostro sincero apprezzamento per l’ospitalità e l’assistenza ricevuta.

 

Abbiamo compiuto ogni sforzo per creare le premesse che consentano l’apertura di un nuovo capitolo nei nostri rapporti. Siamo profondamente consapevoli che quest’impresa non può essere portata a termine nell’arco di una sola visita e che necessiterà di uno sforzo costante e del sostegno di molti. Kelsang Gyaltsen ed io apprezziamo profondamente il fermo appoggio e la piena cooperazione che abbiamo ricevuto dal Kalon Tripa, Professor Samdhong Rinpoche, e dal Kashag (il Parlamento Tibetano in Esilio, N.d.T) cui abbiamo fatto ampia relazione del nostro viaggio.

 

Dharamsala, 28 settembre 2002

 

 


 

SCARCERAZIONE O RIDUZIONE DELLA PENA PER ALCUNE MONACHE DETENUTE A DRAPCHI

Londra, 14 giugno 2002. Il gruppo di informazione Tibet Information Network ha dato notizia della avvenuta scarcerazione prima dello scadere dei termini di detenzione di due monache rinchiuse nella prigione di Drapchi. Le religiose, Ngawang Choekyi, arrestata nel 1992, e Tenzin Thubten, arrestata nel 1990, avrebbero terminato di scontare la loro pena rispettivamente nell’agosto 2002 e nel marzo 2005. Ridotta di nove mesi anche la detenzione di Ngawang Choezom, condannata nel 1992 a cinque anni di prigione per avere preso parte a una dimostrazione. Nel 1993 le furono comminati altri sei anni di carcere per avere registrato su nastro, assieme ad altre tredici compagne detenute, alcune canzoni inneggianti, in termini metaforici, alla libertà e all’indipendenza. Per avere partecipato alle dimostrazioni avvenute all’interno della prigione di Drapchi nel maggio 1998, Ngawang Choezom fu duramente punita e rinchiusa in isolamento. Avrebbe dovuto tornare in libertà nel marzo 2003.

Ridotte rispettivamente di un anno e mezzo e di un anno le lunghe pene detentive di Ngawang Sangdrol e Phuntsog Nyidrol. La storia di Ngawang Sangdrol è tristemente nota. Arrestata nel 1990, appena tredicenne, per avere partecipato a una dimostrazione, fu condannata una prima volta a tre anni di carcere nel 1992. Nel 1993 le furono inflitti altri sei anni di prigione, cui seguirono altri otto anni nel 1996 e ancora sei nel 1998. Per avere fatto parte, nel 1993, del gruppo delle cosiddette “monache cantanti” e per avere preso parte alle manifestazioni del maggio 1998, fu duramente picchiata e le sue condizioni di salute sembrano estremamente precarie. Nel motivare la riduzione della pena, le autorità cinesi, pur prendendo atto dei due anni trascorsi dalla giovane monaca agli arresti in attesa di giudizio, hanno affermato che Ngawang Sangdrol, negli ultimi tempi, ha mostrato “segni di pentimento”. Identica motivazione è stata espressa per Phuntsog Nyid rol, arrestata nel 1989 e destinata ora a essere liberata nel 2005.

Il 20 giugno 2002, da Dharamsala, il Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia ha reso noto di aver ricevuto conferma della liberazione, avvenuta il 21 marzo scorso, di Gyatsen Dolkar, una monaca di trentuno anni che scontava, a Drapchi, dodici anni di prigione per attività controrivoluzionarie. La sua liberazione era prevista per il 21 agosto 2002. Non sono stati chiariti i motivi di questa piccola riduzione della pena. u

IL FRATELLO DEL DALAI LAMA IN VISITA IN TIBET

Kathmandu, 25 giugno 2002. Radio Free Asia, ha annunciato che Gyalo Thondup, fratello maggiore del Dalai Lama, partirà il 1° luglio da Hong Kong per un viaggio di tre mesi in Tibet. Citando fonti “vicine a Gyalo Thondup”, l’emittente, che dal 1994 trasmette notizie e programmi culturali destinati ai paesi asiatici in cui l’obiettività d’informazione è meno garantita, ha reso noto che, grazie a questo viaggio, il fratello del Dalai Lama “spera di intrattenere franchi colloqui con le autorità tibetane e cinesi circa la dura politica di Pechino nel paese himalayano”. Da Pechino, prima tappa del suo viaggio, Thondup si recherà a Lhasa da dove proseguirà per la regione dell’Amdo (Tibet nord-orientale). Non è esclusa una visita nello Xinjiang (Turkestan Orientale). Un portavoce del Ministero degli Esteri cinese ha dichiarato che al fratello del Dalai Lama è stato concesso di entrare in Tibet “in forma privata, per visitare i propri parenti in Cina”.

Il 5 luglio il governo tibetano in esilio ha fatto sapere che il ritorno in Tibet di Gyalo Thondup, dopo cinquantadue anni, potrà contribuire a far luce sui dubbi che separano Pechino e Dharamsala e che il Dalai Lama non ha nulla da obiettare sul fatto che il fratello desideri verificare di persona la reale situazione del paese.

Il fratello del Dalai Lama, che ora vive nell’India del Nord, negli anni ’50 e ’60 collaborò con la CIA che, dal Mustang, conduceva la guerriglia contro le forze di occupazione cinesi in Tibet. Nel 1952 si recò in Tibet e, negli anni successivi, compì diversi viaggi in Cina dove, nel 1979, incontrò l’allora leader Deng Xiaoping. L’ultima visita a Pechino risale alla fine del 2000. In quell’occasione intrattenne colloqui non ufficiali con le autorità cinesi sulla questione tibetana e sulla posizione del Dalai Lama ma gli fu rifiutato il visto d’ingresso in Tibet. Secondo alcuni osservatori indiani, la visita di Gyalo Thondup in Tibet potrebbe essere interpretata come un tentativo da parte di Pechino di riaprire, se pur a livello non ufficiale, quei canali di contatto informali interrotti dopo il viaggio del Dalai Lama a Taiwan. u

FALUN GONG: TRASMISSIONI PIRATA ALLA TV DI STATO CINESE

Pechino, 27 giugno 2002. Facendo mostra di una certa capacità organizzativa e di una buona competenza tecnologica, alcuni membri del gruppo spirituale Falun Gong sono riusciti a intervenire sul sistema satellitare che regola le telecomunicazioni e a trasmettere sui canali della televisione di stato cinese alcuni brevi messaggi e un filmato. E’ accaduto ben sei volte negli ultimi sei mesi in differenti città, prevalentemente situate nella Cina nord orientale, teatro recentemente di proteste su larga scala da parte di lavoratori. Sebbene non sia esclusa l’ipotesi di una coincidenza, alcuni analisti ritengono che gli episodi potrebbero segnare l’inizio di una nuova fase della lotta tra il governo cinese e il movimento religioso, risoluto a contrastare la massiccia campagna di propaganda contro i propri aderenti cercando alleanze e simpatie tra i disoccupati e le forze sociali che contestano il Partito.

Il 24 settembre 2002, la stampa cinese ha diffuso la notizia che, i giorni 8 e 21 settembre, Falun Gong ha nuovamente sabotato i segnali del satellite Sinosat 1 attivandolo e disattivandolo a più riprese e mandando in onda un video sulle attività del movimento. I tecnici cinesi hanno fatto sapere che le trasmissioni pirata provenivano da una località di Taiwan. La notizia è stata subito smentita dai funzionari di Taipei a seguito dei risultati negativi seguiti alle operazioni di accertamento. u

DHARAMSALA: RACCOMANDAZIONI CIRCA GLI AIUTI STRANIERI IN TIBET

Dharamsala, 29 giugno 2002. “Pur apprezzando il fatto che, negli ultimi vent’anni, il Tibet abbia goduto in ampia misura di aiuti economici provenienti dall’estero, chiediamo alla comunità internazionale e alle organizzazioni umanitarie di vigilare attentamente affinché i reali beneficiari di tali aiuti siano i tibetani stessi”. Questa la reazione di Samdhong Rinpoche, Primo Ministro del governo tibetano in esilio, alla notizia, diffusa dalle agenzie di stampa cinesi al termine di un seminario di due giorni sul tema della cooperazione internazionale svoltosi a Pechino, secondo la quale, a partire dagli anni ’80, sono affluiti in Tibet 90 milioni di dollari USA a titolo di donazioni e sovvenzioni. “Esiste tra i tibetani il legittimo dubbio” – prosegue il comunicato rilasciato dal Kalon Tripa – “che gli investimenti e gli aiuti stranieri siano utilizzati dai cinesi per accrescere la repressione e il controllo sul popolo del Tibet. Per questo motivo, chiediamo alle organizzazioni dei donatori di consultare i tibetani e di destinare le sovvenzioni ai progetti da loro suggeriti”. Dopo aver ricordato che la politica cinese in Tibet punta ad una maggiore urbanizzazione e ad un maggiore sfruttamento delle risorse naturali del territorio, il professor Samdhong Rinpoche ha affermato che queste misure, anziché aiutare i tibetani, ne favoriscono l’emarginazione economica. Perdute o vanificate le occupazioni tradizionali, aumentano disoccupazione e povertà. “Esortiamo quindi le agenzie internazionali” – prosegue il Primo Ministro – “alla massima cautela nel finanziamento di progetti su larga scala che minacciano la cultura tibetana e, al contempo, facilitano il compimento delle strategie di Pechino”.

Nel corso del simposio di Pechino, anche la rappresentante in Cina del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite, signora Kerstin Leitner, aveva subordinato l’incremento degli aiuti stranieri al Tibet alla concessione di una maggiore possibilità di partecipazione dei tibetani alla scelta dei programmi di sviluppo e di protezione del patrimonio culturale del proprio paese. u

FIRMATO L’ACCORDO TRA PETROCHINA E DUTCH/SHELL

Hong Kong, 4 luglio 2002. Nel corso di una conferenza stampa, Wang Fucheng, vice presidente del gigante petrolifero PetroChina, ha annunciato la firma di un accordo tra la compagnia cinese e un consorzio guidato dal gruppo Dutch/Shell per la costruzione del gasdotto “Ovest-Est”, nel Turkestan Orientale (vedi Tibet News Nr. 35, pag. 3 e Nr. 37, pag. 12). La realizzazione del progetto comporterà una spesa di otto miliardi e mezzo di dollari. I partner di Dutch/Shell saranno l’americana ExxonMobil e la russa Gazprom. PetroChina deterrà il 50% delle azioni mentre ognuna delle società facenti parte del consorzio disporrà del 15% del restante pacchetto azionario. Partner minori due società di Hong Kong, la China Light Power e la Hong Kong China Gas Co. Il gasdotto sarà alimentato, per almeno vent’anni, dai 304 miliardi di metri cubi di gas esistenti nelle riserve del bacino del Tarim. “Nuove ricerche garantiranno il rifornimento di gas per almeno 45 anni”, ha precisato Wang Fucheng, aggiungendo che il 35% del costo totale del progetto verrà finanziato dal consorzio mentre PetroChina investirà nell’impresa 2,7 miliardi di dollari. La copertura dell’intero ammontare dell’opera comporterà il reperimento di finanziamenti.

In un lungo e articolato comunicato stampa, Alison Raynolds, direttrice del gruppo londinese Free Tibet Campaign, ha deplorato la firma dell’accordo avvenuto malgrado le reiterate asserzioni da parte di Shell di un immediato ritiro dal progetto se le ricerche sull’impatto ambientale condotte in loco dal Dipartimento Progetti di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) avessero dato esiti sfavorevoli. Non essendo ancora stati pubblicati i risultati dell’indagine, peraltro estremamente difficile a causa del carattere politico dell’intera questione, Free Tibet Campaign ritiene comunque prematura la firma dell’accordo. u

IL DALAI LAMA: IL TEMPO E’ DALLA PARTE DEL TIBET

Split (Croazia), 7 luglio 2002. Nel corso di un incontro con la stampa nella città croata di Split, il Dalai Lama ha dichiarato che la Cina non può sperare di poter svolgere un ruolo importante nella scena mondiale se non pone in atto al suo interno un processo di democratizzazione e non allenta il suo stretto controllo sul Tibet. Secondo Sua Santità, esistono alcuni segnali positivi in questa direzione dovuti all’apertura di Pechino al mondo occidentale e il suo trovarsi di conseguenza esposta alle critiche della comunità internazionale. “Questo è il contesto in cui si accendono le speranze per il Tibet”, ha affermato il leader tibetano. Pur riconoscendo di non essendo in grado di fare previsioni circa un suo possibile ritorno in patria, il Dalai Lama ha aggiunto: “Il tempo è dalla parte del Tibet”.

Prima di arrivare in Croazia, il leader tibetano aveva visitato la Repubblica Ceca e la Slovenia dove è stato ricevuto dai massimi vertici dello stato. Durissima la reazione di Pechino: sia l’agenzia Xinhua sia il quotidiano China’s Daily hanno riportato le dichiarazioni di Liu Jianchao, portavoce del Ministero degli Esteri, che ha criticato le autorità slovene per aver incontrato il Dalai Lama mettendo a re pentaglio le relazioni sino-slovene ed ha chiesto loro di adoperarsi affinché simili incidenti non abbiano a ripetersi per il futuro. u

PRIMA VISITA DI SAMDHONG RINPOCHE IN NORD AMERICA

New York - Toronto, 4-14 luglio 2002. Il professor Samdhong Rinpoche, Kalon Tripa (Primo Ministro) del governo tibetano in esilio, il primo ad essere stato eletto a questa carica per designazione diretta del popolo tibetano, si è recato in visita ufficiale negli Stati Uniti e in Canada. Accanto agli incontri ufficiali con i rappresentanti governativi dei due paesi, Samdhong Rinpoche si è a lungo e ripetutamente intrattenuto con i membri della comunità tibetana nei due paesi allo scopo di informarli circa la politica e i programmi del suo nuovo governo e conoscere le loro opinioni. “I tibetani che risiedono in occidente” – ha dichiarato il Kalon Tripa nel corso di un’intervista a Radio Free Asia – “sono più istruiti, godono di una migliore situazione economica e sono politicamente più informati dei loro connazionali residenti in Tibet o in esilio in India. Chiediamo loro pertanto di svolgere un ruolo più attivo nella nostra lotta per la libertà”. Circa la natura e le modalità di questa lotta, in un’importante intervista pubblicata il 21 luglio dal New York Times, Samdhong Rinpoche, distinguendo tra “non violenza” e “non azione”, ha illustrato il suo progetto, la “visione” alla quale sta lavorando da anni, basata sulla visione gandhiana del sathyagraha, o “resistenza passiva”. “Dobbiamo insegnare ai tibetani che vivono in Tibet a conoscere quali sono i loro diritti e a farne uso”, ha dichiarato. “Ora i tibetani invocano l’indipendenza e per questo vengono arrestati nel giro di poche ore. Ma se impareranno ad esercitare i propri diritti nel rispetto della legge, i cinesi non potranno intervenire con la forza così facilmente”. Rinpoche ha inoltre ricordato che dal 1949 sono entrati in Tibet sette milioni e mezzo di cinesi di etnia han contro i sei milioni di tibetani residenti nel paese. “Stiamo assistendo alla scomparsa di una nazione e di una civiltà…, la lingua tibetana sta scomparendo, i tibetani sono emarginati dal punto di vista economico. Ma vi è ancora qualche speranza” – ha affermato il capo del governo tibetano – “i cinesi sono concentrati per lo più nei grandi centri mentre molti villaggi e sperdute aree abitate da popolazioni nomadi sono ancora intatte. Dobbiamo fare in modo che queste zone restino incontaminate. E anche questo risultato può essere ottenuto grazie alla non cooperazione e alla resistenza non violenta”. u

TAKNA JIGME SANGPO NEGLI STATI UNITI

Chicago, 14 luglio 2002. Complessivamente “in buona salute” malgrado soffra di disturbi cardiaci e di pressione alta, Takna Jigme Sangpo, il prigioniero politico detenuto più a lungo nelle carceri cinesi (vedi Tibet News Nr. 37, pag. 7) è arrivato a Chicago da Pechino, accompagnato da un funzionario dell’ambasciata americana, per ricevere appropriate cure mediche. Era stato arrestato nel 1960 e avrebbe terminato di scontare la sua pena il 3 settembre 2011. Scarcerato il 31 marzo 2002 e costretto agli arresti domiciliari a casa della nipote, a Lhasa, la liberazione di Jigme Sangpo è frutto dell’interessamento e degli sforzi congiunti di alcune amministrazioni americane, del Dipartimento di Stato, di privati e di alcune organizzazioni non governative tra cui la Fondazione Dui Hua (“dialogo”, in lingua mandarina). Secondo quanto riportato da Tibet Information Network, il presidente della Fondazione, John Kamm, avrebbe incontrato Takna a Lhasa il 17 giugno e si sarebbe in seguito adoperato per ottenerne l’espatrio. Kamm ritiene che il rilascio dell’anziano prigioniero sia dettato non tanto da un mutamento della politica cinese in Tibet ma piuttosto dal desiderio di Pechino, dopo i fatti dell’undici settembre, di rafforzare i suoi legami con Washington. Il presidente di Dui Hua ha inoltre dichiarato che, per diretta ammissione delle autorità cinesi, vi sono in Tibet 110 prigionieri detenuti per “attentato alla sicurezza dello stato”.

Su invito del governo svizzero che, assieme alla locale Swiss Tibetan Friendship Association, si è strenuamente adoperato per il suo rilascio, il 15 agosto 2002 Takna Jigme Sangpo è arrivato a Zurigo. u

DELEGAZIONE UE IN TIBET: PECHINO DICE NO A NEGOZIATI CON IL DALAI LAMA

Pechino, 14 luglio 2002. Nel corso di una conferenza stampa tenuta a Pechino, Per Gharton, membro di una delegazione di parlamentari europei in visita in Cina e Tibet, ha definito “problematico” l’atteggiamento delle autorità di Pechino circa le possibilità di una apertura del dialogo con il Dalai Lama. Dopo aver riferito di avere sollevato l’argomento sia con Li Peng sia con il vice premier Quian Qichen, Gharton ha così proseguito: “Entrambi i leader non hanno detto no ai colloqui ma li hanno subordinati a specifiche condizioni, quali la rinuncia all’indipendenza e al separatismo. Secondo noi, il Dalai Lama, nel discorso tenuto al Parlamento Europeo il 24 ottobre 2001, ha mostrato di accettare pienamente queste condizioni ma per la leadership cinese le sue dichiarazioni non sono sufficienti”. Gharton ha inoltre riferito di avere visitato la prigione di Drapchi ma di non avere potuto parlare con i prigionieri a causa delle rigidissime misure di sicurezza. L’europarlamentare olandese Elly Plooij, capo della delegazione, ha tuttavia dichiarato di aver sollevato il caso di Ngawang Sangdrol con lo stesso Li Peng, con il presidente del Congresso Tibetano e con il direttore del carcere facendo notare la sproporzione tra la pena inflitta alla ragazza e il suo reato. Tutti gli interpellati hanno risposto che “persone come Ngawang Sangdrol costituiscono un pericolo per lo stato e per la sicurezza e quindi devono rimanere in carcere”. u

L’ABATE JIGME PHUNTSOG DI NUOVO A SERTHAR

Londra, 25 luglio 2002. Il gruppo di informazione indipendente Tibet Information Network ha reso noto di avere ricevuto conferma del ritorno di Jigme Phuntsog all’Istituto di Studi Buddisti di Serthar, nella provincia dello Sichuan. Dopo la massiccia distruzione di molti edifici dell’Istituto e l’allontanamento forzato di centinaia di monaci e monache (vedi Tibet News Nr. 35, pag. 5, Nr. 36, pag. 6 e Nr. 37 pag. 9 ), molta preoccupazione aveva destato la scomparsa dell’abate, ufficialmente ricoverato presso l’ospedale militare di Barkham e successivamente a Chengdu per cure mediche ma, di fatto, segregato per oltre un anno. Il suo rientro a Serthar, dove peraltro la situazione rimane molto tesa, è stato celebrato con grandi festeggiamenti da parte degli studenti sia laici sia religiosi. Il Khenpo ha ringraziato pubblicamente i suoi seguaci per il loro sostegno ma non ha tenuto né discorsi né i consueti insegnamenti. u

FONTE CINESE: “A LHASA I TIBETANI DIVERRANNO UNA MINORANZA”

Lhasa, 8 agosto 2002. Jin Shixun, vice direttore generale della Commissione Pianificazione e Sviluppo del Tibet, ha ammesso che, nei prossimi anni, i tibetani residenti a Lhasa diverranno una minoranza a causa della continua migrazione nella capitale tibetana di popolazioni di etnia han. L’alto funzionario ha dichiarato che il massiccio afflusso di forza lavoro cinese è da porsi in relazione alla realizzazione dei grandi progetti di sviluppo economico della città e dell’intera Regione Autonoma che potrà, di conseguenza, beneficiare di grande prosperità e stabilità. “Attualmente, i cittadini residenti a Lhasa sono 200.000” – ha dichiarato Jin Shixun – “ma il 50% sono immigrati. Questa percentuale è destinata ad aumentare per consentire l’attuazione degli investimenti  nonché il miglioramento delle infrastrutture turistiche”.

La notizia, diffusa da molti giornali stranieri, è stata definita “assurda” da Legqog, presidente della Regione Autonoma Tibetana. In un comunicato diramato dall’agenzia Xinhua il 5 settembre 2002, Legqog ha affermato che i tibetani costituiscono il 92.2% della popolazione. Ha inoltre precisato che, secondo i dati del quinto censimento nazionale effettuato nel novembre 2000, la Regione Autonoma conta un totale di 2.616.000 residenti di cui 2.411.000 di etnia tibetana. u

UNESCO: DIFFICILE LA VERIFICA DELLA PRESERVAZIONE DEI MONUMENTI DI LHASA

Lhasa, 9 agosto 2002. La preservazione dell’antico centro storico di Lhasa e dei suoi monumenti, tra i quali figura il Palazzo del Potala, tradizionale residenza dei Dalai Lama, è divenuta oggetto di un duro scontro tra i rappresentanti dell’UNESCO e le autorità di Pechino.

L’organizzazione facente capo alle Nazioni Unite è infatti in attesa che il governo cinese conceda ad alcuni suoi funzionari il permesso di recarsi a Lhasa per investigare sulla distruzione di alcuni antichi edifici della città vecchia e sullo scempio architettonico provocato dalla costruzione di un edificio di tredici piani, destinato ad ospitare il comando di polizia, e di un monumento, situato proprio di fronte al Potala e recentemente inaugurato, eretto per commemorare il 50° anniversario della cosiddetta “pacifica liberazione del Tibet”. Esperti di tutto il mondo e sostenitori della causa tibetana hanno in più occasioni dichiarato che la vecchia Lhasa è ormai scomparsa. Due architetti scandinavi, autori di una pubblicazione sulla città, hanno affermato che circa due terzi delle abitazioni tradizionali tibetane situate nell’area del Lingkor, la strada lunga cinque chilometri che circonda la città e abituale percorso dei pellegrini, sono state abbattute. Secondo Alison Reynolds, direttrice di Free Tibet Campaign, “le case tibetane sono state demolite per fare posto a dei piazzali, del tutto anonimi, destinati a rendere più agevole il controllo di eventuali manifestazioni. La distruzione è stata attuata non solo all’interno del Lingkor, ma anche entro l’area del Barkhor, il perimetro più interno attorno al tempio del Jokhang, sotto la protezione dell’UNESCO”.

Da parte sua, Pechino cerca di replicare alle accuse di “barbarie culturale” che le vengono mosse difendendo la propria politica di “rinnovamento”della capitale tibetana. Tra le argomentazioni prodotte, un comunicato della agenzia Xinhua recita testualmente: “Il nuovo aspetto di Lhasa rispecchia i desideri dei tibetani residenti”. Secondo Pechino, un sondaggio condotto su un campione di mille proprietari di case avrebbe dimostrato che la popolazione locale era scontenta della propria situ azione abitativa ed auspicava che i preannunciati cambiamenti avvenissero nel più breve tempo possibile. Le autorità cinesi hanno inoltre accusato il Fondo per l’Eredità del Tibet, un’organizza-zione non governativa europea operante a favore della preservazione del patrimonio architettonico e culturale tibetano, di avere operato alcune ristrutturazioni senza i dovuti permessi e di avere minacciato l’ordine sociale. Il Fondo, i cui rappresentanti sono stati espulsi, aveva curato il restauro di settantasei edifici tra cui alcuni templi millenari. u

CONCLUSA LA VISITA IN TIBET DI GYALO THONDUP

Hong Kong, 9 agosto 2002. Al termine del suo viaggio in Tibet e in Cina, Gyalo Thondup, fratello del Dalai Lama, ha reso noto le sue impressioni sulla visita nel corso di una trasmissione mandata in onda da Radio Free Asia. Gyalo Thondup ha dichiarato, tra l’altro, di avere incontrato i massimi esponenti della leadership della Regione Autonoma Tibetana, Ragdi e Legchok, e di aver chiesto loro di porre fine alla continua denigrazione del Dalai Lama. Ha affermato inoltre di avere avuto l’impressione che l’attuale dirigenza cinese desideri sinceramente conferire una maggiore autonomia ai tibetani e di essere fiducioso circa il futuro del paese. Thondup ha raccontato di avere constatato grandi cambiamenti, concernenti soprattutto la rete stradale e le abitazioni, e di avere verificato personalmente un notevole incremento della popolazione cinese, soprattutto nelle grandi città. Ha dichiarato inoltre di non avere avuto colloqui circa i rapporti tra Tibet e Cina ma di ritenere essenziali per la soluzione del problema tibetano incontri diretti tra le parti interessate, soprattutto tra il Dalai Lama e Jiang Zemin.

Il 31 agosto 2002, a Dharamsala, Gyalo Thondup si è intrattenuto a colloquio per più di un’ora con il Kalon Tripa Samdhong Rinpoche e i ministri del governo tibetano in esilio. Non è stata rilasciata alcuna dichiarazione ma alcuni osservatori ritengono che il viaggio del fratello del Dalai Lama potrebbe aprire uno spiraglio sull’inizio dei tanto attesi colloqui tra la leadership cinese e quella tibetana. u

NEGATO AL DALAI LAMA IL VISTO D’INGRESSO IN RUSSIA

Mosca, 16 agosto 2002. La Russia ha rifiutato il visto d’ingresso nel paese al Dalai Lama che intendeva visitare, nel mese di settembre 2002, le repubbliche di Kalmukia, Tuva e Buriazia dove vivono circa un milione di buddisti. Nel dare conferma della decisione, Boris Makhalov, portavoce del Ministero degli Esteri, ha dichiarato alla stampa che la presenza, nella delegazione tibetana, di rappresentanti del governo di Dharamsala, di artisti e di altre personalità conferiva al viaggio una connotazione più politica che religiosa e che pertanto si è reso necessario “tenere conto della posizione della Cina la cui dirigenza si oppone fermamente all’attività politica del Dalai Lama”. La decisione di piegarsi alle pretese di Pechino ha suscitato indignate reazioni tra i buddisti russi che sono scesi ripetutamente in piazza inscenando diverse manifestazioni di protesta.

Il 7 agosto 2002 anche il governo cambogiano, in seguito ad una precisa richiesta del governo cinese, aveva negato al Dalai Lama il visto d’ingresso nel paese per partecipare alla Conferenza Mondiale Buddista prevista per il prossimo dicembre. Il rappresentante del Ministero per i Culti e la Religione ha dichiarato che “se la Cina fosse stata d’accordo, il governo della Cambogia sarebbe stato lieto di ospitare il Dalai Lama”.

Il 30 agosto 2002, il capo tibetano è stato costretto a cancellare anche il previsto viaggio a Ulan Bator, in Mongolia. La compagnia sud coreana Asiana Airlines, adducendo motivi di sicurezza, non ha concesso al Dalai Lama il passaggio a bordo dei propri aerei. u

ULTIMA VISITA DI MARY ROBINSON A PECHINO

Pechino, 19 agosto 2002. A un mese dal termine del suo incarico presso le Nazioni Unite in qualità di Alto Commissario per i Diritti Umani, Mary Robinson ha compiuto la sua ultima visita ufficiale in Cina, la settima dall’inizio del mandato, durato cinque anni. Parlando con i giornalisti, la signora Robinson ha dichiarato che la situazione dei diritti umani nel paese è tuttora fonte di “grave preoccupazione” e ha rivolto alle autorità cinesi un accorato appello a tutela dei diritti delle minoranze tibetane e uigure. “I tibetani stanno diventando una minoranza all’interno del loro paese” – ha affermato l’Alto Commissario – “e, dopo l’11 settembre 2001, le repressioni contro gli uiguri della regione dello Xinjiang si sono ulteriormente inasprite”. La signora Robinson ha inoltre deprecato la mancanza di gesti concreti e significativi nei confronti dei dissidenti politici e l’arresto in massa di lavoratori scesi in piazza per protestare. “Quando i lavoratori sono arrestati e detenuti senza alcuna possibilità di incontrare i propri avvocati e i propri famigliari” – ha dichiarato – “assistiamo ad una violazione dei diritti umani”. Nel corso dei suoi incontri con i dirigenti cinesi, l’Alto Commissario ha nuovamente sollevato il caso del piccolo Gedhun Choekyi Nyima, l’XI° Panchen Lama, ricevendo generiche rassicurazione sul le sue condizioni di salute.

Il giorno 11 settembre 2002, per pura coincidenza ultimo giorno del suo mandato e anniversario degli attacchi a New York e Washington, Mary Robinson ha duramente criticato gli Stati Uniti per avere adottato, nell’arco dell’ultimo anno, una politica lesiva delle libertà civili degli stranieri all’interno del territorio nazionale e per avere legittimato, in nome della lotta al terrorismo, l’adozione di misure repressive contro i dissidenti in molti paesi, tra i quali ha citato l’Egitto, lo Zimbawe e il Pakistan.

Il successore di Mary Robinson sarà il brasiliano Sergio Vieira de Mello che da anni lavora presso l’Ufficio dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite e che ha recentemente diretto le operazioni di transizione di Timor Est dallo stato di paese occupato a quello di paese indipendente. u

DELEGAZIONE TIBETANA AL SUMMIT DI JOHANNESBURG

Johannesburg, 26 agosto - 4 settembre 2002. Malgrado l’opposizione di Pechino alla partecipazione al Summit sullo Sviluppo Sostenibile di alcuni tra i più attivi gruppi operanti a sostegno della causa tibetana (vedi Tibet News Nr. 37, pag. 4 e pag. 8), un folto gruppo di tibetani ha potuto partecipare al vertice di Johannesburg grazie all’aiuto di alcune Organizzazioni non Governative che hanno accreditato i rappresentanti del Paese delle Nevi come membri delle rispettive delegazioni. La delegazione tibetana, composta da venti persone, comprendeva funzionari del governo tibetano in esilio, quattro monaci appartenenti al monastero di Nechung, esponenti di alcune organizzazioni tibetane e del Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia, membri di International Campaign for Tibet e di Tibet Justice Centre, uno studente tibetano residente negli USA e l’australiano Gabriel Lafitte, esperto in questioni ambientali. Grazie al sostegno ONG locali e internazionali, i tibetani hanno potuto partecipare a vari convegni e discussioni, soprattutto all’interno del “Global People’s Forum” (il Forum delle Organizzazioni non Governative). Significativa la presenza della delegazione tibetana agli incontri sull’occupazione straniera, sull’autodeterminazione, sullo sviluppo sostenibile e sulla questione ambientale in Tibet. u

GLI USA GIUSTIFICANO LA REPRESSIONE CINESE DEL POPOLO UIGURO

Pechino, 26 agosto 2002. Nel corso di una visita a Pechino, il vice segretario di stato americano Richard Armitage ha ufficialmente comunicato che “dopo un attento esame” Washington ha classificato il Movimento Islamico del Turkestan Orientale come “gruppo terroristico” che “ha commesso atti di violenza contro civili disarmati”. L’annuncio, che il governo di Pechino invocava da un anno, è stato dato pochi giorni dopo che le autorità cinesi avevano dato notizia dell’introduzione di nuove e più rigide norme di controllo sull’esportazione di componenti missilistiche e tecnologia nucleare, misura che a loro volta gli Stati Uniti chiedevano da tempo. Queste reciproche concessioni, considerate da molti un necessario passo diplomatico in vista del prossimo incontro tra Jiang Zemin e Bush, previsto per il prossimo mese di ottobre a Crawford, in Texas, non mancano tuttavia di implicazioni politiche. In particolare, la decisione degli Stati Uniti legittimerà la repressione cinese nel Turkestan Orientale giustificando l’intervento di Pechino contro i dissidenti uiguri. Secondo alcuni osservatori infatti, sebbene Washington abbia classificato come “gruppo terrorista” solo l’ETIM (East Turkestan Islamic Movement), un gruppo tra l’altro poco conosciuto anche alla maggioranza degli stessi uiguri, questa distinzione non impedirà alle autorità cinesi di combattere tutte le organizzazioni, incluse quelle contrarie al ricorso alla violenza, che dal 1949 si battono contro l’occupazione cinese. u

 

 

MESSAGGIO DEL DALAI LAMA IN COMMEMORAZIONE DEL PRIMO ANNIVERSARIO DELL’11 SETTEMBRE 2001

 

Dharamsala, 1 settembre 2002. Alla vigilia del primo anniversario degli attentati dell’11 settembre 2001, il Dalai Lama ha divulgato un suo messaggio di commemorazione. Il leader tibetano, insignito del Premio Nobel per la Pace nel 1989, invita i potenti della terra a non rispondere alla violenza con la rappresaglia e con un’ulteriore violenza ma a reagire con moderazione e con l’adozione di misure preventive. Ecco alcuni significativi passaggi del suo appello.

 

“Considero gli attacchi dell’11 settembre al World Trade Centre e al Pentagono distruttivi gesti di odio poiché la violenza è frutto di emozioni annientatrici. Simili eventi ci fanno capire che se permettiamo alla nostra intelligenza di essere sopraffatta da questo tipo di emozioni negative, le conseguenze possono essere devastanti.

 

Come reagire a questi attacchi? La risposta non è facile ma personalmente ritengo che sia appropriato rispondere ad un atto di violenza con la non violenza: a lungo termine la rappresaglia non rappresenta la soluzione migliore.

 

Per evitare disastri futuri, dobbiamo continuare a sviluppare una più ampia visione delle cose, a far prevalere la ragione e ad agire sulla base dei principi della non violenza. Questo vale per l’intera umanità, non per un solo paese. [...] Il terrorismo non potrà essere sconfitto con l’uso della forza perché la forza non è in grado di risolvere i complessi problemi che ne sono alla base. Il ricorso alla forza non solo non riesce a risolvere i problemi, ma li può esacerbare e, spesso, lascia dietro di sé distruzione e sofferenze.

 

[...] I conflitti non nascono dal nulla. Sono il risultato di specifiche cause e condizioni, molte delle quali sono sotto il controllo dei protagonisti. Per questo è importante la leadership: è specifica responsabilità dei leader decidere quando agire e quando astenersi dall’agire. In caso di conflitto, è importante adottare ogni possibile misura preventiva, onde evitare che la situazione sfugga di mano. [...] Se istintivamente reagiamo ad un’offesa con la rappresaglia, molto verosimilmente anche il nostro nemico risponderà con una rappresaglia e questo meccanismo innesca la violenza. E’ quindi prima, nella fase precedente, che occorre porre in atto misure di prevenzione e di moderazione. I leader devono quindi essere sempre vigili, lungimiranti e risoluti.

 

[...] Oggi è necessario che individui e nazioni, bambini e leader politici, siano educati all’idea che la violenza è controproducente, che non è un modo realistico di risolvere i problemi, che il dialogo e la reciproca comprensione sono l’unica via realistica per risolvere le nostre difficoltà.

 

L’anniversario dei tragici eventi dell’11 settembre 2001 ci offre una grande opportunità. L’intero mondo si oppone al terrorismo e noi possiamo sfruttare questo consenso per porre in atto misure preventive a lungo termine. In ultima analisi, questo atteggiamento si rivelerà molto più proficuo che non l’intraprendere passi drammatici e violenti, indotti dalla rabbia e da altre emozioni distruttrici. La tentazione di rispondere alla violenza con la violenza è comprensibile, ma un approccio più riflessivo si rivelerà molto più proficuo”.

 

 

CINA: RESTRIZIONI ALL’ACCESSO A INTERNET

Shanghai, 14 settembre 2002. Forse preoccupate dalle reazioni negative dei 46 milioni di utenti cinesi, le autorità di Pechino, dopo due settimane di blocco totale, hanno parzialmente ripristinato l’accesso a Internet attraverso il motore di ricerca Google. Durante il periodo di “black out” totale, gli utenti erano automaticamente dirottati verso motori di ricerca controllati dal governo. Come riferiscono numerosi “navigatori” del Web, in Cina l’accesso a Internet attraverso il motore americano è ora possibile anche se permane l’oscuramento di alcuni siti specifici quali, ad esempio, quello del movimento Falun Gong, del presidente del Partito Comunista Jiang Zemin e, in misura selettiva, di alcune pagine di siti riguardanti il Tibet. Rimane invece ancora totale il blocco di Altavista, l’altro potente motore di ricerca americano. In Cina, la ricerca attraverso Google è particolarmente popolare perché consente di visitare il Web utilizzando i caratteri cinesi. Pechino non ha fornito spiegazioni ufficiali sui motivi di queste misure. Secondo alcuni analisti, le restrizioni sono da porsi in relazione all’imminente cambio dei vertici della leadership cinese, previsto per il prossimo mese di novembre.

Rimane alto, nel frattempo, l’allarme tra i membri di alcuni gruppi di sostegno al Tibet i cui computer sono letteralmente “bombardati” da virus telematici inviati attraverso centinaia di messaggi di posta elettronica provenienti da indirizzi inesistenti o subdolamente amichevoli. Basti pensare che alcuni messaggi infetti recano come mittente lo stesso governo tibetano in esilio i cui computer, peraltro, sono a loro volta oggetto di numerosi attacchi. In alcuni casi sono stati individuati gli esatti indirizzi di provenienza dei messaggi, molti dei quali vengono direttamente dalla Cina e dagli uffici regionali della China Telecom. Greg Walton, un sostenitore della causa tibetana, ha affermato che per loro qualità e frequenza, questi attacchi non sembrano essere opera di “hacker” improvvisati ma di gruppi organizzati. Dallo scorso mese di aprile, anche gli indirizzi di posta elettronica di esponenti Falun Gong, di dissidenti cinesi e di appartenenti al movimento indipendentista dello Xinjiang sono bersaglio di messaggi infettati da virus. u

OLIMPIADI 2008: LA CINA RILANCIA LA SUA IMMAGINE

Losanna, 23 settembre 2002. Dopo essersi garantita l’assegnazione dei Giochi Olimpici del 2008, Pechino sta cogliendo questa opportunità per rilanciare la propria immagine e incoraggiare gli investimenti stranieri nell’industria cinese dello sport. Sun Weijia, vicedirettore del comitato organizzatore dei Giochi, ha così dichiarato: “Le Olimpiadi offriranno un’occasione eccezionale per lo sviluppo dell’industria sportiva e la loro influenza andrà ben oltre questo settore”. “Faremo in modo che tutti possano assistere ai Giochi”, proseguito il dirigente, precisando inoltre che 19 dei 37 impianti sportivi necessari devono ancora essere costruiti. Michael Payne, Marketing Director del Comitato Olimpico Internazionale, ha fatto sapere di non aver mai visto in alcun paese un così grande interesse nella fase iniziale della preparazione dei Giochi ed ha proseguito con queste parole: “In termini di immagine e di affari, quest’occasione è estremamente importante per la Cina. I Giochi costituiranno una piattaforma che accelererà considerevolmente il suo sviluppo”. u

IL CONGRESSO USA APPROVA IL “TIBETAN POLICY ACT”

Washington, 1 ottobre 2002. Il Congresso americano ha approvato un importante documento, che diventerà legge dopo la firma del presidente Bush, in cui sono delineati alcuni aspetti della politica statunitense nei confronti del problema del Tibet. Tra i punti salienti, l’Atto del Congresso sancisce:

·     la legalizzazione della posizione del Coordinatore Speciale per il Tibet presso il Dipartimento di Stato (carica attualmente ricoperta da Paula Dobriansky);

·     la legalizzazione delle linee guida di ogni progetto di sviluppo americano in Tibet su modello di quanto stabilito dal governo tibetano in esilio;

·     l’attenzione al problema della persecuzione religiosa e dei prigionieri politici;

·     l’insegnamento della lingua tibetana al personale di servizio americano di stanza nella Repubblica Popolare Cinese e l’apertura di un ufficio americano a Lhasa;

·     l’intervento del Presidente per una soluzione negoziale del problema tibetano.

Secondo Tomas Lantos, uno sei senatori firmatari dell’Atto, “questa legge è il primo passo verso una più dettagliata normativa sul Tibet e farà comprendere al governo cinese che gli Stati Uniti non hanno mai dimenticato la tragedia del Tibet e del suo popolo”. Il Tibetan Policy Act sancisce inoltre il prosieguo dell’assistenza umanitaria e dell’istruzione scolastica dei tibetani residenti in India e Nepal. u

SCONCERTO TRA I GRUPPI DI SOSTEGNO AL TIBET PER UNA CIRCOLARE DI SAMDHONG RINPOCHE

Dharamsala, 30 settembre 2002. Una circolare di Samdhong Rinpoche, primo ministro del governo tibetano in esilio, indirizzata ai tibetani e agli amici del Tibet, ha provocato sconcerto e reazioni durissime da parte di numerosi esponenti di gruppi di sostegno al Tibet e di molti tibetani. Nel documento in questione, Samdhong Rinpoche, dopo avere menzionato i recenti sviluppi positivi nei rapporti tra il governo di Dharamsala e Pechino in seguito alla visita della delegazione tibetana in Cina e Tibet, così conclude:

“Ora che esistono alcuni segnali positivi circa una possibile volontà della leadership cinese ad iniziare dei colloqui, potremmo usare l’occasione della visita del presidente Jiang Zemin negli Stati Uniti e in Messico per verificare la risposta della Cina. Chiedo tutti i tibetani e amici del Tibet ad astenersi da pubbliche manifestazioni durante la visita del presidente Jiang Zemin negli Stati Uniti e in Messico. Questo è un momento cruciale della nostra lotta non violenta. E’ di enorme importanza che il movimento che in tutto il mondo si batte a sostegno del Tibet sia concorde su questo punto. Sarebbe un gesto forte per il dialogo, la nonviolenza e la riconciliazione in un periodo in cui la comunità internazionale è minacciata da terrorismo, violenza e grida di guerra”.

L’appello di Samdhong Rinpoche ha immediatamente sollevato un acceso dibattito tra quanti hanno interpretato le sue parole come un “ordine” rivolto ai gruppi di sostegno, che ovviamente reclamano la propria autonomia, e quanti hanno ritenuto trattarsi di un semplice invito. Unanime è stata invece la determinazione a continuare a far sentire la propria voce con manifestazioni e proteste, sia pure con qualche distinguo riguardante la loro forma e il loro svolgimento, limitatamente però all’occasione della prossima visita di Jiang Zemin negli USA e in Messico.

Sull’argomento, l’Associazione Italia-Tibet ritiene che non sia ancora giunto il momento di porre fine a proteste e dimostrazioni e di allentare la pressione. Forse, nel corso della visita di Jiang Zemin, cui peraltro si riferisce quella che è solo una richiesta di Samdhong Rinpoche e non certo un ordine, i Gruppi di Sostegno americani e messicani potrebbero, come proposto da alcuni, esprimere il proprio dissenso con una presenza silenziosa ma densa di significato. E’ importante far capire che, pur prendendo atto dei segnali di apertura, siamo sempre al fianco del popolo tibetano e seguiamo gli sviluppi con grande attenzione. u

 


 

DELEGAZIONE DELL’INTERGRUPPO PARLAMENTARE PER IL TIBET A
DHARAMSALA

Il 23 settembre 2002, una delegazione composta da deputati e senatori aderenti all’Intergruppo Parlamentare a sostegno della causa tibetana, costituitosi a Roma lo scorso 8 maggio 2002, è partita alla volta di Dharamsala per una visita ufficiale. La delegazione, guidata dal coordinatore dell’Intergruppo On. Gianni Vernetti (Margherita), era composta dai senatori Alessandro Forlani (CCD-CDU) e Antonio Novene (DS) e dai deputati Laura Cima (Verdi), Olga di Serio D’Antona (DS), Giuseppe Fioroni (Margherita) e Marco Zacchera (AN).

Assieme ai rappresentanti dell’Intergruppo, sono partiti alla volta di Dharamsala anche il neo presidente dell’Associazione Italia-Tibet, Günther Cologna, il presidente della Comunità Tibetana in Italia Jinpa Lama Santu, e il consigliere della Regione Piemonte e Coordinatore dell’Associazione Enti Locali per il Tibet, Bruno Mellano. L’intero gruppo era accompagnato da Chhime Chhoekyapa, rappresentante del Dalai Lama presso l’Ufficio del Tibet di Ginevra.

Dopo un breve sosta a Delhi e l’incontro con i rappresentanti dell’Intergruppo Tibet al Parlamento indiano, la delegazione ha incontrato, a Dharamsala, Samdhong Rinpoche, Primo Ministro del governo tibetano in esilio, Pema Jungney, Presidente del Parlamento, e i massimi esponenti delle principali istituzioni e Organizzazioni non Governative. Il 27 settembre la rappresentanza italiana è stata ricevuta dal Dalai Lama al quale è stata consegnata copia della proposta di Risoluzione sul Tibet depositata alla Camera nel luglio 2002 e sottoscritta da 214 deputati appartenenti a una decina di schieramenti politici.

La Risoluzione, il cui testo completo è stata pubblicata sul precedente numero di Tibet News Italia, chiede, tra l’altro, al governo italiano di adoperarsi per:

·     una ripresa di negoziati diretti tra il governo tibetano in esilio e il governo cinese, sotto l’egida delle Nazioni Unite, al fine di trovare una soluzione mutuamente accettabile circa il futuro status del Tibet;

·     il rispetto dei Diritti Umani e delle libertà fondamentali del popolo tibetano;

·     il riconoscimento, da parte del governo italiano e dell’Unione Europea, del governo tibetano in esilio quale legittimo rappresentante del popolo tibetano qualora Pechino rifiuti un accordo sullo status del Tibet.

Come dichiarato dall’onorevole Gianni Vernetti, nel corso della conferenza stampa tenutasi a Roma il giorno 8 maggio 2002, in occasione della costituzione del Gruppo Interparlamentare per il Tibet, uno dei prossimi obbiettivi dell’Intergruppo consisterà in un invito ufficiale rivolto al Dalai Lama per una visita in Italia. Questo evento, estremamente importante e significativo, dovrebbe presumibilmente avere luogo entro l’anno 2003.

Il Consiglio dell’Associazione Italia-Tibet ha accolto con viva soddisfazione l’invito ad accompagnare la delegazione a Dharamsala rivolto a Günther Cologna dall’On. Vernetti che ha voluto, accanto ai membri della missione, anche i rappresentanti dei maggiori gruppi operanti in Italia a sostegno della causa tibetana. La presenza, in questi giorni cruciali, del presidente dell’Associazione nella “capitale” del Tibet in esilio assume un’importanza particolare anche alla luce dei recenti sviluppi nelle relazioni tra Dharamsala e Pechino. Nel corso della sua visita Günther Cologna avrà infatti modo di avere colloqui con le massime autorità tibetane e raccogliere informazioni di prima mano sulla reale portata del viaggio in Cina e Tibet dei due emissari del Dalai Lama.

DALL’ ITALIA AL LADAK

Nell’estate 2002, Claudio Cardelli, vicepresidente dell’Associazione Italia-Tibet, ed Emerson Gattafoni, regista televisivo specializzato in reportage motociclistici, hanno percorso circa 4.500 chilometri nel Kashmir e nel Ladak a bordo di due Aprilia Pegaso. Il raid è arrivato fino alla valle di Nubra, nell’estremo nord dell’India, superando il valico stradale più alto del mondo, il Kardhung-la, a 5670 metri. Claudio ed Emerson erano assistiti, per la logistica e le riprese, da Valeria Cagnoni, Giulio Maregoli e Marialidia Sartoris. A Leh, capitale del Ladak, il gruppo è stato raggiunto da Stefano Dallari, membro del Direttivo dell’Associazione, ed è stato ricevuto, con estrema calorosità, al Tibetan Children Village, dalla signora Jetsun Pema e dallo stesso Dalai Lama. Nel prossimo numero di Tibet News pubblicheremo un ampio resoconto di Claudio Cardelli sulla spedizione.

Il 10 agosto 2002, a Leh, Stefano Dallari, fondatore della Casa del Tibet di Votigno di Canossa e membro del Consiglio dell’Associazione Italia-Tibet, ha incontrato il Dalai Lama, in Ladak per una serie di insegnamenti religiosi, e gli ha rivolto alcune domande sui fatti dell’11 settembre. Queste le riflessioni di Sua Santità:

 

Sua Santità, qual è la lezione dell’11 settembre?

Quando ho saputo quello che stava accadendo a New York, tutto mi sembrava incredibile, non riuscivo a crederci. Purtroppo, i tragici avvenimenti degli Stati Uniti mi hanno riconfermato che abbiamo assolutamente bisogno di dialogo perché queste tragedie esplodono a causa dell’unione dell’intelligenza dell’uomo con la moderna tecnologia in un contesto di odio. Se non esistesse il progresso tecnologico, queste cose non potrebbero succedere.

 

Parliamone ancora: l’atto terroristico dell’11 settembre è nato da intelligenze acute, da un calcolo avanzatissimo, con la scelta di aerei per lunghe distanze carichi di combustibile e di bersagli dal valore non solo politico ma anche economico.

Ripeto, solo menti umane molto evolute, direi sofisticate, possono riuscire in imprese di questo genere. E tutto con una tremenda determinazione, quella determinazione che dovrebbe essere usata per grandi traguardi positivi, per fare il bene, per risolvere i problemi con non violenza. Invece, viene usata per fini distruttivi. Una determinazione così forte da portare al sacrificio della stessa vita degli attentatori.

Questo è pericolosissimo oggi perché la moderna tecnologia e la mente dell’uomo,guidate da sentimenti negativi, possono creare catastrofi come quelle che sono successe e che potranno succedere ancora in futuro.

 

Allora, cosa fare?

Dobbiamo fare ogni sforzo possibile per sviluppare un cuore caldo, un cuore pieno di buoni sentimenti, e lavorare su questo con tutte le nostre forze, più di quanto abbiamo fatto fino ad oggi. Io cerco sempre e ovunque di promuovere uno spirito laico di morale e di umanità al fine di sviluppare lo spirito del dialogo e della comprensione umana, indipendentemente dal coinvolgimento della religione.

 

 

ULTIM’ORA

 

 

IL PARLAMENTO ITALIANO APPROVA LA RISOLUZIONE SUL TIBET

 

Roma, 9 ottobre 2002. Dopo estenuanti trattative e l’introduzione di alcuni emendamenti richiesti dal governo in seguito alle pesantissime pressioni cinesi, la Camera dei Deputati ha approvato la risoluzione sul Tibet presentata dal Gruppo Interparlamentare Italia-Tibet. Il documento ha ottenuto il voto favorevole di 407 parlamentari su 409 presenti (un astenuto e un contrario).

La risoluzione denuncia la grave situazione  nel Tibet all’interno della Repubblica Popolare cinese: danni ambientali, violazioni dei fondamentali diritti umani, monaci incarcerati, il perdurare dell’esilio del Dalai Lama e di centinaia di migliaia di tibetani.

 

La risoluzione impegna “il Governo a far proprie le recenti Mozioni del Parlamento Europeo in materia e ad adottare  tutte le iniziative possibili nei confronti della Repubblica Popolare cinese affinché si creino le condizioni per l'apertura di negoziati finalizzati alla realizzazione di un nuovo Statuto per il Tibet che garantisca una piena autonomia dei tibetani in tutti i Settori della vita politica, economica,sociale e culturale, ad eccezione della politica estera e di difesa”.

 

Il Parlamento inoltre impegna il Governo italiano ad “invitare il Governo cinese a riconoscere e rispettare pienamente i fondamentali diritti politici,sociali e culturali delle minoranze religiose,etniche e di altro genere nonché le loro specificità culturali compresa la libertà di culto”.

 

All’indomani del voto, l’On. Gianni Vernetti (Margherita e Presidente dell’Integruppo Italia-Tibet), primo firmatario della mozione ha dichiarato : “Il Tibet rappresenta un ferità per la comunità internazionale, che per troppo tempo ha dimenticato la lotta non violenta del Dalai Lama per la democrazia e la libertà in Tibet. Con l’approvazione della risoluzione, l’Italia è di nuovo protagonista nella battaglia internazionale per il rispetto dei diritti umani. Il Parlamento italiano -ha aggiunto l’On. Vernetti - ha dato ieri un importante contributo per l’affermazione della libertà e della democrazia in un paese, quale la Cina,  nel quale vive un quinto della popolazione mondiale. ”

“E’ necessario ora” – ha concluso l’On. Vernetti - “che vengano avviati negoziati diretti fra la Repubblica Popolare cinese, il Dalai Lama e il Governo Tibetano in Esilio con l'obiettivo di definire un nuovo Statuto che garantisca la piena autonomia per il Tibet”.

 

 

 


TIBET: LE PROSPETTIVE PER IL FUTURO NEL CONTESTO ASIATICO

 

di Michael van Walt van Praag

 

 

Pubblichiamo il testo della conferenza tenuta il 27 agosto 2002 a Bolzano, presso la sede dell’Accademia Europea, da Michael van Walt van Praag, esperto di diritto internazionale, incaricato ONU, ex segretario dell’UNPO (Unrapresentative People Organisation) e consigliere legale del governo tibetano in esilio. Michael van Walt è autore di numerose pubblicazioni tra cui ricordiamo “Lo Status del Tibet”.

 

 

E’ impossibile dire quali potrebbero essere le prospettive future del Tibet senza chiarire alcuni punti fondamentali. Essendo difficile risolvere un problema senza conoscerne esattamente le cause, vorrei anzitutto precisare qual è la reale essenza del conflitto tra Cina e Tibet, le ragioni da cui ha origine. In secondo luogo, ritengo importante affrontare l’argomento del contesto internazionale in cui oggi si dibatte il problema e, infine, dire qualcosa sui fattori che possono influenzare una possibile soluzione della questione.

 

Causa del problema tibetano è senza dubbio l’invasione e l’occupazione di un paese e la conseguente lotta del suo popolo per riacquistare la libertà e affermare il proprio diritto all’autodeterminazione. Non è un caso unico nel suo genere. Esistono al mondo moltissimi casi di conflitti tra gruppi di popolazioni. Culture diverse stanno lottando, con o senza il ricorso alla forza, per liberarsi da un regime oppressivo. In alcuni casi, come sta avvenendo in Tibet, un popolo combatte perché il suo paese è stato occupato; in altri invece, assistiamo all’oppressione di minoranze indigene da parte di un sistema autoritario.

 

La situazione tibetana ha sicuramente alcune sorprendenti somiglianze con quella di Timor Est che, lo scorso 20 maggio, ha conquistato l’indipendenza dopo quattrocento anni di colonialismo portoghese e venticinque anni di occupazione indonesiana; analoga a quella del Tibet è anche la lotta, non ancora risolta, del Sahara Occidentale con il Marocco e quella portata avanti dagli Stati Baltici che, nel 1991, a seguito degli importanti cambiamenti avvenuti all’interno dell’allora Unione Sovietica, hanno invece ottenuto l’indipendenza. Meno conosciuto, anche se molto sanguinoso, è stato il conflitto tra Buganville e la Papua Nuova Guinea, ora fortunatamente terminato con un accordo soddisfacente per entrambe le parti.

 

In ognuno dei casi felicemente conclusi, è stato possibile risolvere il problema grazie al concorso di molti fattori. Tra tutti, uno dei più importanti, il fattore centrale, è senza dubbio la determinazione popolare: se ad un popolo viene a mancare la fiducia o la speranza di vedere realizzate le proprie aspirazioni, non resta veramente molto su cui poggiare le basi di quel processo in grado di assicurare l’ottenimento di una maggiore libertà.

 

 

Un altro fattore in grado di svolgere un ruolo fondamentale nella soluzione dei conflitti è costituito dalla pressione internazionale: più forte è la pressione, maggiore è la possibilità che si verifichi qualche cambiamento. Importante, e spesso determinante, è inoltre l’insediamento di un nuovo gruppo dirigente all’interno del paese dominante. Questo è stato senza dubbio il fattore che ha consentito a Timor Est e ai Paesi Baltici di ottenere l’indipendenza. Bisogna tuttavia ricordare che i cambiamenti verificatisi all’interno dei paesi dominanti sono stati possibili o hanno subito un’accelerazione grazie anche alla spinta dei movimenti di liberazione operanti al loro interno, con un’interazione che ha consentito ad entrambe le parti il conseguimento di una maggiore libertà.

 

Se il concorso di questi fattori ha consentito di risolvere con successo alcuni conflitti lasciando aperta la porta ad un cauto ottimismo, la situazione attuale, così come si è andata delineando dopo l’11 settembre, sembra spegnere le nostre speranze. Viviamo un periodo estremamente difficile in cui molti problemi del mondo, soprattutto quelli concernenti i popoli e le minoranze oppresse, sono stati accantonati nell’interesse degli obbiettivi primari della cosiddetta “guerra al terrorismo”. Ma vi è di più. Molti governi stanno usando gli slogan della guerra al terrorismo per regolare i conti con gruppi di popolazioni, movimenti insurrezionali e minoranze che si battono per l’autodeterminazione. In nome di una non ben definita di lotta al terrorismo, la leadership di molti paesi crede di poter sopprimere in tutta libertà e con la forza le aspirazioni di gruppi considerati “difficili” o contrari. E’ il caso degli Uiguri del Turkestan Occidentale, accusati dalla Cina di terrorismo e, di conseguenza, oggetto di repressioni su larga scala. Ed è anche il caso dei Ceceni, le cui rivendicazioni sono soffocate con la forza dalla Russia che, sotto l’ombrello della lotta al terrorismo, crede di poter agire impunemente e con minori critiche, rispetto al passato, da parte della comunità internazionale.

 

Oltre alla legittimazione del ricorso alla guerra per combattere il terrorismo a scopo repressivo,  sta purtroppo prendendo piede un altro grave atteggiamento: i movimenti che non ricorrono alla violenza per raggiungere i propri obbiettivi sono largamente ignorati o ricevono meno attenzione di quella che meriterebbero.  Di conseguenza, molti popoli oppressi e minacciati sono indotti a ritenere che l’unico modo per essere seriamente presi in considerazione sia la lotta armata o, comunque, il ricorso a forme di lotta violenta.

 

Bisogna tuttavia segnalare anche alcune innovazioni positive. In tempi ormai non recenti, abbiamo assistito alla nascita dello stato autonomo di Hong Kong. Naturalmente, non è affatto certo che l’accordo tra Cina e Hong Kong possa essere applicato anche per dirimere il conflitto tra Cina e Tibet, ma esso mostra comunque una certa apertura da parte di Pechino ed è, in ogni caso, il frutto di una pressione internazionale che la Cina vuole a tutti i costi evitare in rapporto alla questione tibetana. Positivi sono altresì i segnali giunti dalla Papua Nuova Guinea e, nel contesto asiatico, dal raggiunto cessate il fuoco, dopo 20 anni di conflitto, tra India e Bangladesh.

 

Alla luce di queste considerazioni e soprattutto del clima che si è instaurato dopo i fatti dell’ 11 settembre 2001, la determinazione del popolo tibetano, la continuità della loro lotta, è senza dubbio un fattore chiave. E questo vale non solo per i tibetani in esilio ma anche per i tibetani all’interno del Tibet. Samdhong Rinpoche, attuale Kalon Tripa, o Primo Ministro, del governo tibetano in esilio, in occasione di varie interviste ha recentemente auspicato che i tibetani all’interno del Tibet attuino una forma di “azione non violenta”, di politica di non cooperazione o, se preferiamo, di “resistenza gandhiana” contro l’occupazione cinese. E’ un’impresa non certo facile, ma l’intenzione di Samdhong Rinpoche è chiara: i tibetani all’interno del Tibet, che desiderano essere liberati dall’oppressione, devono essere in grado non solo di dire ma anche di fare qualcosa che renda possibile questo obbiettivo e di farlo in modo assolutamente non violento, all’interno della cornice legale esistente oggi in Tibet, nell’ambito della realtà dei rapporti di potere attualmente in essere oggi tra cinesi e tibetani. Siamo di fronte a un’iniziativa del tutto nuova, importante perché esprime e dà corpo alla continuità della lotta all’interno del Tibet, continuità vitale per una possibile soluzione del problema tibetano.

 

Per arrivare a un reale cambiamento, occorre tuttavia che cambi qualcosa anche all’interno della Cina e questo dipende non solo dall’azione dei tibetani ma anche e soprattutto da quello che gli stessi cinesi sono pronti a fare o a sacrificare. Esiste un “Movimento per la Democrazia in Cina”, relativamente esteso e attivo ma, sfortunatamente, alquanto diviso. E’ auspicabile che, malgrado le divisioni, peraltro più presenti tra i dissidenti in esilio che tra quelli in Cina, si crei all’interno del movimento un momento di coesione in grado di favorire un cambiamento, così come è successo in Indonesia, nell’Unione Sovietica o nell’Est Europeo. Bisogna inoltre ricordare che a breve saranno designati i nuovi esponenti della leadership cinese e sarà eletto un nuovo presidente. Speriamo che questi mutamenti portino qualcosa di diverso anche nelle dinamiche e nell’atteggiamento nei confronti del Tibet. Il fatto che il probabile nuovo leader sia ritenuto un sostenitore della “linea dura” è, allo stesso tempo, una cattiva e una buona notizia: se da un lato infatti i “duri” non sono molto aperti ai compromessi, è vero anche che l’apertura di credito di cui godono li rende più forti nell’affrontare le situazioni difficili. Spesso, persone ritenute più “morbide” temono di perdere le loro credenziali e sono più sensibili alle critiche. In ogni caso, qualsiasi cambiamento sarà utile purché sia occasione di volontà di affrontare i problemi e sia occasione di dibattito all’interno della Cina.

 

Senza pressione internazionale è in ogni caso improbabile che la dirigenza cinese senta la necessità di risolvere il problema tibetano. Ovviamente, ogni atto di resistenza all’interno del Tibet crea un problema alla Cina, da vari  punti di vista: economico, militare e della sicurezza, per citarne alcuni. Ma è anche vero che, al di fuori del Tibet, l’attività del Dalai Lama e del suo governo è fonte oggi, per il governo cinese, di maggiori preoccupazioni rispetto al passato. Nel 1987 la situazione era diversa. Nel 2002, l’attività “esterna” del Dalai Lama innervosisce i cinesi più delle turbolenze interne, anche se in misura non sufficiente da costringerli a prendere delle decisioni. Sembra anzi che Pechino, nel corso degli anni, abbia raffinato una particolare tecnica che le consente di familiarizzare con i problemi anziché di intraprendere dei passi per tentarne una soluzione.

[...]Tuttavia, pressioni diverse, esercitate in forme differenti e in differenti contesti internazionali, potrebbero indurre la dirigenza cinese a riconsiderare l’intera situazione e a chiedersi se, in termini di pubbliche relazioni e di credibilità internazionale, il costo del mantenimento dello status quo in Tibet non sia troppo elevato rispetto ai reali guadagni.

La pressione internazionale, il cambiamento dei vertici cinesi e la continuità d’azione all’interno del Tibet potrebbero quindi indurre la nuova leadership a porre la questione tibetana tra le decisioni da affrontare una volta al potere.

 

Quale pressione esercitare e come renderla veramente efficace? L’esperienza personale, acquisita in questi anni assistendo, alle Nazioni Unite, a numerosi dibattiti su varie questioni simili al caso tibetano, mi induce ad affermare che i paesi che con maggiore forza sollevano la questione dei diritti umani, reclamano i diritti dei popoli e sollecitano risoluzioni volte a risolvere questo tipo di conflitti, stanno perdendo credibilità nell’arena internazionale perché, in molti casi, i propositori sembrano agire, o non agire, sulla base di logiche opportunistiche oppure usare due pesi e due misure. Ignorare alcuni casi di gravi violazioni dei diritti umani e protestare per altri, rende infatti del tutto inconsistenti alcune prese di posizione. Questa perdita di credibilità, unita all’abilità di coloro che violano non solo i diritti umani ma anche i diritti dei popoli ad approfittarne e farne un uso di comodo, rende del tutto inutile ogni tentativo di modificare la situazione e giungere a un risultato. Questo è sicuramente il caso della Cina e del Tibet. Pechino usa ogni mezzo per provare l’inconsistenza della politica degli Stati Uniti, dell’Unione Europea e di quanti levano forte la loro voce in nome del Tibet. E’ quindi mia opinione che, nell’interesse del Tibet e degli stessi paesi che lo sostengono, la pressione internazionale debba essere esercitata sulla base di posizioni di principio: chiunque voglia mobilitarsi, e non solo per la causa tibetana, dovrebbe poggiare la propria azione su una linea di principio certa, senza mai ricorrere a doppi standard di valutazione.

 

E’inoltre interesse di tutti sostenere, almeno moralmente, i movimenti non violenti basati su una causa legittima, legittima in senso morale e, forse, filosofico, ma soprattutto in senso legale. Se la comunità internazionale non appoggia in alcun modo questi movimenti, sarà impossibile prevenire o ridurre la violenza e combattere in modo effettivo il terrorismo là dove si verifica. Allo stesso tempo, è necessario non sostenere alcune politiche di governi o regimi illegittimi, cioè di regimi e governi che non adempiono le loro funzioni essenziali. Se uno stato o il suo governo vessa la popolazione o la sfrutta a beneficio di un’élite, se non favorisce il benessere sociale, economico e culturale della sua gente e non rappresenta i suoi interessi ma agisce a beneficio della famiglia al potere o di partiti politici, ritengo abbia perduto la sua legittimità. E questo vale anche nei confronti delle minoranze all’interno di uno stato: se un governo, anziché adempiere alle sue funzioni nei confronti di un certi gruppi di popolazione, li opprime, ne distrugge l’identità culturale e nazionale, ne sfrutta le risorse senza dare nulla in cambio, agisce contro i loro interessi a livello nazionale e internazionale, perde la sua legittimità a governare quel particolare popolo e quella particolare comunità.

Se tutto questo è vero, è importante che la comunità internazionale e i governi legittimi sappiano distinguere  chi ha perduto la propria legittimità, o non l’ha mai avuta, da chi invece rappresenta legittimamente il proprio popolo. [...]Un approccio basato sui principi è quello che consente di sostenere un movimento legittimo e non violento e di rifiutare qualsiasi appoggio a un governo non legittimo in rapporto sia alla totalità sia a una parte della sua popolazione.

[...]Applicato al caso del Tibet, tutto questo significa che gli stati devono assumere una posizione di principio sulla questione e sostenere, ma non solo a parole, i legittimi rappresentanti del popolo tibetano.

 

Se chiedete ai tibetani qual è la loro posizione circa il futuro del loro paese, la maggioranza risponderà di volere l’indipendenza. Il governo tibetano in esilio e Sua Santità il Dalai Lama ritengono invece che, alla luce della situazione, sia nell’ interesse del popolo tibetano chiedere in una specie di via di mezzo tra la totale indipendenza e l’attuale stato di integrazione con la Cina, una forma di autonomia che consenta la preservazione e la salvaguardia dell’identità nazionale e culturale del popolo tibetano.

Come sapete, il Dalai Lama ha fatto delle proposte molto precise. In particolare, la proposta di Strasburgo, presentata al Parlamento Europeo nel 1988, specifica in modo chiaro il tipo di autonomia, in associazione con la Cina, sulla quale il Dalai Lama è disposto a negoziare. Sostanzialmente, si tratta di un tipo di autogoverno che consentirebbe ai tibetani il diritto di decidere, all’interno del loro territorio, su tutte le questioni ad eccezione della politica estera e della difesa. I cinesi tuttavia non hanno mai voluto discutere questa proposta né con il Dalai Lama né con i suoi rappresentanti.

 

Alla luce di questa situazione e delle considerazioni esposte, è importante che i paesi che affermano di accettare il valore dei principi e della legittimità e di voler prevenire e combattere la violenza e il terrorismo prendano posizione sul problema del Tibet che, per eccellenza, fornisce l’esempio di un movimento legittimo e non violento che gode di un grande sostegno anche al di fuori dei suoi confini. Se le nazioni non sosterranno il caso del Tibet facendone un principio sul quale prendere posizione, difficilmente