TIBET NEWS ITALIA - 37

Estate 2002

 

INDICE

 

LA LIBERAZIONE DEI PRiGIONIERI POLITICI

Alcune considerazioni

 

"Il rilascio dei prigionieri: niente di cui rallegrarsi" è il titolo dell’interessante editoriale pubblicato nel numero di maggio della Tibetan Review. Analizzando le vicende che portarono all’arresto di Ngawang Choephel, Tanag Jigme Sangpo e Chadrel Rinpoche, l’articolo evidenzia la mera formalità del loro rilascio da parte di Pechino che, in realtà, non ha concesso nulla.

In tutto il mondo, istituzioni e gruppi umanitari hanno calorosamente salutato il rilascio di alcuni importanti prigionieri politici, quali Ngawang Choephel, Chadrel Jampa Trinley e Tanag Jigme Sangpo, liberati dalla Cina in questi ultimi mesi. Per l’Unione Europea, l’Australia e altri paesi, queste scarcerazioni rappresentano il trionfo del lavoro in sordina della diplomazia bilaterale su quello che Pechino chiama "confronto diretto", sotto forma di nette risoluzioni di condanna in occasione dei convegni ONU sui diritti umani; per coloro che si battono a favore di tali diritti, gli avvenuti rilasci costituiscono invece il felice epilogo delle dure lotte combattute da chi, in ogni caso, Pechino non aveva alcun motivo di arrestare; per i tibetani, infine, sono il segno tangibile del fatto che la questione del Tibet è finalmente diventata un elemento rilevante nei rapporti della Cina con il resto del mondo oltre a offrire loro, forse, buoni argomenti per appoggiare la grande speranza e la pia fiducia del Dalai Lama nel ruolo della pressione internazionale quale efficace strumento per costringere la dirigenza cinese a risolvere in modo corretto il problema del Tetto del Mondo.

Sfortunatamente tuttavia, i soli a ridere di cuore dell’intera faccenda sono proprio i comunisti cinesi. Dopo ogni rilascio, tutti i commenti si sono tradotti in un deferente omaggio nei confronti della Cina per essersi apparentemente mostrata così indulgente nei confronti dei prigionieri e avere compreso i sentimenti della comunità internazionale sulla questione dei diritti umani. Le espressioni di gratitudine sono state tali che la Cina comunista è sembrata il vero eroe. Nell’euforia del momento, le parole di speranza sul possibile rilascio di altri prigionieri politici, se non di tutti, sono sembrate aggiungersi al nulla perché, in realtà, liberando quei detenuti, Pechino nulla ha concesso.

Tanag Jigme Sangpo è un ammalato cronico settuagenario non più in grado di causare alcun problema al governo cinese. E’ stato rinchiuso in carcere e nei campi di lavoro così a lungo da non possedere più una casa cui fare ritorno una volta rilasciato. E’ un combattente di grande coraggio, sprezzante della propria sicurezza e del benessere personale, ma non è né capo né un organizzatore. Per questo motivo la Cina gli ha concesso di restare in Tibet anziché farlo salire forzatamente su un aereo con destinazione gli Stati Uniti o la Svizzera.

Ngawang Choephel non è né un attivista né una spia come Pechino ha cercato di far credere. E’ soltanto un entusiasta musicista tibetano in esilio con l’innocuo desiderio, del tutto accademico, di raccogliere dati sull’arte teatrale della tradizione tibetana, ormai sul punto di scomparire. Ma il fatto che avesse vissuto in India e studiato per un anno negli Stati Uniti ha fornito alla Cina il succulento pretesto per sollevare un caso politico e rovinare la vita di quest’uomo innocente. Lo hanno definito una spia del governo tibetano in esilio in missione eversiva in Tibet con il finanziamento di alcuni governi stranieri (un ovvio riferimento agli Stati Uniti). Le brutali torture e la condanna a diciotto anni di carcere e di lavori forzati avrebbero dovuto dimostrare la gravità del suo crimine del quale, peraltro, non è mai stata presentata la minima prova o evidenza. Ciò nonostante, dopo avergli fatto scontare sei anni di carcere, la Cina è stata ringraziata per averlo liberato.

Ritenendo sufficiente il suo grado di collaborazione, gli occupanti cinesi avevano affidato a Chadrel Rinpoche la guida del comitato di ricerca della reincarnazione del decimo Panchen Lama. Tuttavia, trattandosi di una delegazione nominata dal governo di Pechino, priva pertanto del riconoscimento e della benedizione del Dalai Lama, l’incarico ricevuto si è rivelato ben presto troppo oneroso. Certo, se si fosse attenuto ai patti, Chadrel Rinpoche sarebbe stato ben ricompensato, ma come lo avrebbero giudicato la storia e il popolo tibetano? Cosa ne sarebbe stato della sua fede nelle istituzioni religiose tradizionali di cui egli stesso era una figura importante? Turbato da questi interrogativi, l’abate di Tashilunpo scelse una via rischiosa e fece pervenire segretamente al Dalai Lama i risultati delle sue ricerche. Di conseguenza, Chadrel Rinpoche, malgrado si sia sacrificato per una nobilissima causa, non è un combattente per la libertà né un difensore dei diritti umani. E non vi è motivo di rallegrarsi per il suo rilascio, poiché aveva già ampiamente scontato la pena che gli era stata ingiustamente inflitta.

Alla luce delle relazioni pubbliche e delle manovre diplomatiche che si intrecciano in questi giorni, la liberazione dei prigionieri politici non significa che la Cina comunista si stia aprendo al riconoscimento dei diritti umani o alle riforme. I rilasci sono senza dubbio ottimi eventi, ma solo per le persone interessate. Non vi è nulla di più: non significano certamente che il governo comunista voglia cambiare il sistema vigente che sopprime i dissidenti e i diritti umani e monopolizza il potere politico. Solo coloro che si rallegrano con la Cina ritengono che a Pechino sia in atto un processo di liberalizzazione. I comunisti hanno invece ampiamente fatto sapere che, i loro, sono soltanto gesti umanitari, destinati a favorire la prosecuzione dei rapporti diplomatici e commerciali.

Per concludere, alla domanda se la Cina abbia finalmente iniziato ad allentare la sua morsa in Tibet, la risposta non può che essere il più assoluto "No". I recenti sviluppi mostrano uno spostamento o, meglio, un aggiustamento della strategia di Pechino, finalizzato al mantenimento dello "status quo", con l’inizio di una nuova fase in cui i governanti cinesi, pur sembrando accettare i diritti umani quale argomento di discussione tra le nazioni, mirano in realtà ad un "non - risultato" finale basato sull’"accordo nel disaccordo" tra le parti.

 

Tibetan Review, Maggio 2002

 

ELETTO IL NUOVO DIRETTIVO
DELL’ASSOCIAZIONE ITALIA-TIBET

 

Il giorno 26 giugno 2002, alle ore 17, presso la sede dell’Associazione Italia-Tibet, Via Pinturicchio 25, Milano, è stato effettuato lo spoglio delle schede per l’elezione del nuovo direttivo.

 

Erano presenti i soci:

  • Giovanni Ribaldone presidente del seggio

  • Claudio Maffezzoli segretario

  • Candida Casali scrutatore

  • Donatella Rigamonti scrutatore

  • Fausto Sparacino scrutatore

 

La votazione per posta, decisa dall’Assemblea dei Soci convocata a Rimini i giorni 20 – 21 aprile 2002, ha dato i seguenti risultati:

 

  • Aventi diritto al voto: 313

  • Votanti: 150

  • Astenuti: 163

  • Schede nulle: 6

  • Schede valide: 144

 

Hanno ottenuto voti:

Candidato alla presidenza:

  • Günther Cologna voti 136

Candidati Consiglieri

  • Claudio Cardelli voti 111

  • Stefano Dallari voti 101

  • Chunyi Kunsang voti 129

  • Giuseppe Fatigati voti 64

  • Vicky Sevegnani voti 123

  • Flavio Tabarelli voti 47

  • Marco Vasta voti 95

 

Il nuovo Consiglio dell’Associazione Italia-Tibet, in carica per il triennio 2002-2005, risulta così composto:

Presidente: Günther Cologna

  • Consiglieri: Chunyi Kunsang

  • Vicky Sevegnani

  • Claudio Cardelli

  • Stefano Dallari

  • Marco Vasta

Abbiamo deciso di ritardare l’invio di questo numero di Tibet News Italia per comunicare in modo tempestivo ai soci, agli abbonati e a tutti gli amici la composizione del nuovo Consiglio dell’Associazione Italia-Tibet.

Come gli iscritti ormai sanno, l’iter che ha portato al rinnovo delle cariche del direttivo è stato lungo e sofferto. Lungo, perché l’invalidazione della votazione effettuata nel corso dell’Assemblea dei Soci di Rimini, a causa di presunte irregolarità nell’attribuzione delle deleghe (irregolarità poi rivelatesi infondate), e la conseguente decisione di interpellare tutti i soci attraverso una votazione per posta, ha costretto il Consiglio uscente e la segreteria dell’Associazione ad affrontare il delicato compito di assemblare tutto il materiale necessario, effettuarne le spedizione, attendere le risposte e procedere quindi allo scrutinio delle schede. Ma l’avvicendamento ai vertici del direttivo è stato anche e soprattutto sofferto, essendo entrati in gioco diversi fattori, tutti importanti, a cominciare, tanto per citarne due tra i più discussi e sostanziali, da differenti visioni sul ruolo e le strategie politiche dell’Associazione in questo cruciale momento della lotta del popolo tibetano (espresse dal Presidente uscente, Piero Verni, e condivise da alcuni soci e membri del vecchio consiglio) e dalla necessità di un rinnovamento della dirigenza a quattordici anni dal suo insediamento (esigenza di cui si è fatta portavoce e interprete Carmen Leccardi, vice presidente uscente).

A questo punto bisogna guardare avanti. Sotto la guida del nuovo Presidente, Günther Cologna, al quale esprimiamo le nostre congratulazioni e porgiamo fervidi auguri di buon lavoro, l’Associazione Italia-Tibet continuerà la sua opera a difesa dei diritti del popolo tibetano nel rispetto sia della propria autonomia sia dei principi ispiratori del proprio statuto. Nel prossimo numero daremo spazio alla voce del Presidente e dell’intero Consiglio per parlare di idee e di programmi. Inoltre, saremo lieti di pubblicare in un’apposita, nuova rubrica le lettere dei soci che desidereranno condividere con gli altri iscritti e con l’Associazione le proprie considerazioni e punti di vista.

Prima di chiudere il numero, un ringraziamento sincero e affettuoso a Piero Verni e a Carmen Leccardi che così a lungo si sono prodigati per l’Associazione Italia Tibet, a tutti i consiglieri uscenti e a quanti, indipendentemente dalla propria presenza all’interno del direttivo, hanno fatto sapere che continueranno a offrire all’Associazione la loro preziosa collaborazione in termini di impegno ed energie. Per un Tibet libero.

 

Tibet News Italia

 

NOTIZIE

PECHINO BLOCCA L’ACCREDITO DI I.C.T. AL SUMMIT MONDIALE SULLO SVILUPPO

New York, 8 febbraio 2002. Per la prima volta dal 1965 la questione del Tibet è stata sollevata alle Nazioni Unite. E’ accaduto in occasione del dibattito circa la partecipazione di International Campaign for Tibet, il noto gruppo con sede a Washington operante a sostegno della causa tibetana, al Summit Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile che si terrà a Johannesburg, in Sud Africa, dal 26 agosto al 4 settembre 2002. Sostenuto da una mozione della Spagna, l’accredito di I.C.T., che lo scorso anno aveva preso parte alla Conferenza Mondiale contro il Razzismo, è stato subito apertamente contrastato dalla Cina che ha accusato International Campaign for Tibet di perseguire una politica "separatista", ponendo al centro della discussione non tanto i requisiti di I.C.T. a sostenere il punto di vista dei tibetani su una politica di sviluppo sostenibile in Tibet ma focalizzando il dibattito sulla questione, del tutto politica, dell’indipendenza del paese. Dopo avere presentato senza successo una mozione di non azione sulla proposta spagnola, la Cina ha chiesto ai 189 stati membri delle Nazioni Unite di votare una successiva mozione di non partecipazione a favore della quale si sono espressi 93 paesi; 44 i contrari e 16 gli astenuti mentre i restanti aventi diritto non erano presenti o non hanno partecipato alla votazione. "Ironicamente, è stata la stessa Cina a sollevare la questione dello status del Tibet alle Nazioni Unite" – ha dichiarato Buchung Tsering, direttore di I.C.T. Nel ringraziare i paesi che hanno sostenuto il diritto dei tibetani a far sentire la loro voce (di fatto si è verificata, al momento del voto, una spaccatura tra il nord e il sud del mondo), Tsering ha inoltre rilevato che l’orientamento espresso evidenzia la crescente influenza cinese presso le Nazioni Unite e il forte potere della sua azione di "lobbying". 

TRE MESI DI RIPOSO PER IL DALAI LAMA

Dharamsala, 10 febbraio 2002. Dimesso dall’ospedale Lelavati di Mumbay dove era stato ricoverato il 27 gennaio a causa di un’infezione intestinale, il Dalai Lama ha fatto ritorno a Dharamsala. Il leader tibetano, che aveva contratto la malattia alla vigilia del conferimento dell’iniziazione di Kalachakra nella città sacra di Bodh Gaya, dietro consiglio dei medici osserverà tre mesi di assoluto riposo annullando tutti gli impegni precedentemente assunti, compresi gli insegnamenti religiosi, le udienze private e le visite, già programmate, negli Stati Uniti e in Canada. Il 12 febbraio il Dalai Lama ha voluto tuttavia incontrare un gruppo di cinquecento tibetani arrivati dal Tibet. "Non dovete preoccuparvi" – ha detto loro – "ora sto completamente bene". Ha inoltre sottolineato l’importanza della presenza dei tibetani all’interno del paese per preservare le peculiari e ricche tradizioni culturali e artistiche la cui sopravvivenza è ora in pericolo a causa dell’occupazione cinese.

Mentre il Dalai Lama, ormai convalescente, stava per lasciare l’ospedale di Mumbay, l’agenzia Xinhua diffondeva un articolo apparso il 2 febbraio sulla rivista China’s Tibet in cui il governo cinese, con parole forti, chiedeva al leader tibetano di "rinunciare a ogni richiesta di indipendenza e di porre fine al suo esilio per ritornare alla madrepatria". Il 4 febbraio, il governo tibetano in esilio, nella persona di Sonam Dagpo, segretario del Dipartimento Informazioni e Relazioni Internazionali, rendeva noto che l’apertura cinese al rientro in patria del Dalai Lama altro non era se non la retorica ripetizione della consueta proposta subordinata al riconoscimento dell’appartenenza del Tibet alla Cina, precondizione assolutamente inaccettabile dai tibetani. Sonam Dagpo ha inoltre rilevato che simili "aperture" si ripetono puntualmente alla vigilia della visita a Pechino di qualche alto dignitario straniero o della presentazione di una risoluzione sul Tibet da parte della Commissione Diritti Umani delle Nazioni Unite. "Il rilascio, dopo sei anni, del musicista Ngawang Choephel così come questo invito a rientrare in patria offerto al Dalai Lama" – ha dichiarato il funzionario tibetano – "fanno parte del piano con cui Pechino vuole mostrare al mondo che intende seriamente risolvere il problema". u

DOCUMENTATE LE PERSECUZIONI RELIGIOSE IN CINA

Washington, 13 febbraio 2002. Il quotidiano Washington Post ha dato notizia della pubblicazione di un rapporto di 141 pagine sulla persecuzione in atto in Cina ai danni della comunità cristiana e di altre minoranze religiose. Il documento, redatto dal Comitato di Ricerca sulla Persecuzione Religiosa in Cina, con sede a New York, raccoglie quanto riportato in otto attendibili dossier sull’argomento trafugati all’estero da un gruppo di cristiani cinesi con la complicità di alcuni ufficiali di polizia. I discorsi e le note di alcuni alti funzionari di varie province cinesi confermano la campagna governativa contro chiese, sette e culti operanti in Cina. Sun Jinxin, vice direttore della pubblica sicurezza nella provincia di Anhui, prende posizione contro il Vaticano "pronto a cogliere ogni opportunità per intervenire negli affari interni delle chiese cattoliche cinesi" ed afferma che le forze di intervento al suo comando "hanno iniziato a cercare, rieducare e convertire alcuni importanti membri del mondo cattolico". Analoghi accenti sono riservati ai membri della setta Falun Gong di cui si vogliono impedire raduni e assembramenti, soprattutto a Pechino. Alcuni documenti fanno esplicito riferimento al ricorso di agenti segreti speciali infiltrati nei vari gruppi i cui membri sono a volte costretti con la forza a lavorare per la polizia di stato. u

PROGETTO DULAN: FERVONO I LAVORI NEL QUINGHAI

Londra, 14 febbraio 2002. Il gruppo londinese Tibet Information Network ha reso noto che la Cina sta alacremente dando corso alla realizzazione del controverso "progetto Dulan", noto anche come piano di "Riduzione della Povertà nella Cina Occidentale". Come i lettori ricorderanno, il progetto, che prevede tra l’altro il trasferimento di 58.000 contadini cinesi in stato di povertà nella contea di Dulan, un’area di tradizione e cultura tibetana situata nella regione del Quinghai, avrebbe dovuto essere finanziato dalla Banca Mondiale. A seguito della mobilitazione di tutti i gruppi operanti a sostegno della causa tibetana, nel luglio 2000 la Banca decise di non erogare il finanziamento. Pechino annunciò allora che avrebbe realizzato l’impresa con le proprie forze. Secondo dati fornite dal Quinghai Daily e ripresi da T.I.N., Pechino intende portare a termine la "parte sostanziale" del lavoro entro il 2002 e ultimare le restanti opere nell’arco dei prossimi due anni. Testimoni oculari riferiscono che quasi tutti gli edifici situati nella strada principale della città di Xingride, nella contea di Dulan, recano la scritta "chai", demolizione. L’entità delle demolizioni indicherebbe la volontà di cambiare completamente la fisionomia dell’area urbana consentendo la creazione di strutture amministrative e commerciali più consone all’accrescimento della popolazione destinata a raddoppiare con l’arrivo degli immigrati la cui presenza comporterà una forte diluizione della presenza tibetana. u

RILASCIATO CHADREL RINPOCHE

Dharamsala, 20 febbraio 2002. Il Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia ha reso noto di aver saputo da fonti attendibili che Chadrel Rinpoche, abate del monastero di Tashilunpo e capo del comitato di ricerca della reincarnazione del 10° Panchen Lama è stato scarcerato e si trova ora agli arresti domiciliari nella città di Shigatse. Chadrel Rinpoche era stato arrestato il 17 maggio 1995, tre giorni dopo il riconoscimento da parte del Dalai Lama di Gedhun Choekyi Nyima quale 11° Panchen Lama. Le autorità cinesi avevano dato ufficialmente la notizia del suo arresto solo nel maggio 1997 con un comunicato dell’agenzia Xinhua che riportava la sentenza di condanna dell’abate a sei anni di carcere con l’accusa di aver complottato per dividere il paese e divulgato segreti di stato. Nel dare l’annuncio, il Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia ha posto in relazione la liberazione di Chadrel Rinpoche con l’imminente visita a Pechino del presidente Bush, definendo il gesto cinese un mero espediente politico. u

BUSH INVITA PECHINO AD AVVIARE COLLOQUI CON IL DALAI LAMA

Pechino, 21-22 febbraio 2001. Nel corso della sua prima visita ufficiale a Pechino, il presidente Bush, per l’occasione significativamente accompagnato da Paula Dobriansky, Coordinatore Speciale per gli affari tibetani, ha chiesto a Pechino di avviare colloqui con il Dalai Lama e con il Vaticano per una larga intesa sulla libertà di culto. Il 22 febbraio, parlando in diretta alla televisione cinese, Gorge W. Bush ha invitato la Cina a garantire le libertà personali e politiche, a tollerare la diversità e il dissenso e a rispettare il governo della legge. "In una società libera" – ha affermato il presidente americano – "dibattito non significa conflitto e disordine non è rivoluzione". Da parte sua, Jiang Zemin ha riaffermato che in Cina non esistono intolleranze religiose e ha dichiarato che alcuni esponenti del clero, soprattutto vescovi e preti cattolici, sono stati arrestati non per il loro credo ma per aver contravvenuto alla legge praticando il culto al di fuori delle chiese approvate dal governo. Il giorno precedente, 21 febbraio, un imbarazzatissimo Jiang Zemin, non abituato a rispondere alle libere domande dei giornalisti stranieri, nel corso di una conferenza stampa congiunta con il presidente Bush aveva finto di non capire o di avere dimenticato quanto gli veniva chiesto a proposito della repressione religiosa in atto in Cina. Aveva comunque dichiarato di avere letto, sebbene non credente, la Bibbia, il Corano e le Scritture buddiste. I due capi di stato, pur convenendo sulla necessità di dare corso a dialoghi bilaterali in vari campi e ad ogni livello, non hanno tuttavia raggiunto alcun accordo su alcune questioni chiave quali la proliferazione delle armi, la libertà religiosa e lo status di Taiwan. u

RICORDO DI UNA COMBATTENTE: ANI PACHEN DOLMA

 

Il 2 febbraio 2002, all’età di 69 anni, si è spenta Ani Pachen Dolma, conosciuta come "la monaca combattente". Figlia di Pomdha Gonor, comandante di un gruppo armato di resistenza contro le forze di occupazione cinesi, Ani Pachen mostrò fin dalla prima giovinezza il suo carattere tenace e ribelle imparando a cavalcare e a maneggiare le armi. Rifiutò il matrimonio e divenne monaca buddista. Tuttavia, quando, nel 1958, alla morte del padre, gli anziani del suo clan le chiesero di sostituirlo al comando, Dolma lasciò il monastero e, alla testa di 600 uomini, per lo più contadini e nomadi, prese il suo posto conducendo la lotta armata contro l’esercito cinese. Quando il suo villaggio fu sopraffatto trovò riparo con la famiglia sulle colline circostanti e continuò a combattere. Fu catturata e arrestata nel 1960, mentre cercava la via dell’esilio. Per ventuno anni, fino a che fu rilasciata, nel gennaio 1981, Dolma dovette sopportare il freddo, la fame, i continui interrogatori e la tortura fisica. Per un anno le furono applicati i ceppi, fu spesso appesa a testa rovesciata e per nove mesi fu rinchiusa in una buia cella di isolamento. Passò undici anni nella prigione di Drapchi dove fu assegnata all’unità di lavoro incaricata della produzione di mattoni. Improvvisamente liberata, Dolma, assieme a centinaia di altri tibetani, lavorò come volontaria alla ricostruzione del monastero di Gaden e prese parte attivamente alle dimostrazioni del settembre e ottobre 1987 e del marzo 1988. Temendo di essere nuovamente arrestata, fuggì in India nel 1989. In esilio ha scritto la sua autobiografia (Sorrow Mountain: The Journey of a Tibetan Warrior Nun), pubblicata nel 2000, "per raccontare alla gente e alle nuove generazioni quello che è successo e quello che sta succedendo al mio paese". u

GLI USA: PECHINO DIA INIZIO A COLLOQUI CON IL DALAI LAMA

Washington, 7 marzo 2002. Il Comitato per le Relazioni Internazionali del Congresso, a chiusura di una speciale sessione sul tema "Considerazioni sulla Politica degli Stati Uniti sul Tibet", ha invitato il governo di Pechino a risolvere la questione del Tibet dando avvio a colloqui con il Dalai Lama. Parlando al Comitato, Paula Dobriansky, coordinatore del Dipartimento di Stato per il Tibet, ha definito "grave" la situazione sul Tetto del Mondo e ha affermato che il paese continua ad essere una delle regioni più povere malgrado i considerevoli investimenti economici compiuti dalla Cina negli ultimi vent’anni. Dopo avere citato le persistenti discriminazioni esistenti in campo linguistico e medico e il continuo flusso migratorio di popolazioni Han, la signora Dobriansky ha tra l’altro dichiarato che, pur manifestando apprezzamento per il recente rilascio di Ngawang Choephel, l’amministrazione degli Stati Uniti non ritiene sufficiente l’occasionale rilascio di alcuni prigionieri politici ma ritiene importante "ridurre il divario su alcune questioni, quali ad esempio quella dei diritti umani, condizione indispensabile per uno sviluppo delle relazioni bilaterali tra i due paesi". "Se il governo cinese non tratta con il Dalai Lama, che strenuamente ricerca il dialogo e una soluzione soddisfacente per entrambe le parti" – ha proseguito il sottosegretario americano – "il movimento di resistenza tibetana potrebbe crescere con il conseguente aumento del rischio di agitazioni politiche". Alla conferenza hanno partecipato, tra gli altri, anche l’attore Richard Gere, nella sua qualità di presidente di International Campaign for Tibet e Lodi Gyari, rappresentante speciale del Dalai Lama negli Stati Uniti. Il primo ha sottolineato l’importanza del ruolo e della figura del Dalai Lama nella soluzione del problema tibetano; Lodi Gyari, dal canto suo, ha riaffermato l’impegno del Dalai Lama a proseguire sulla strada della "Via di Mezzo" nelle trattative con Pechino, malgrado i suoi sforzi non abbiano finora prodotto concreti risultati.

Il giorno 9 marzo Pechino ha respinto l’appello degli Stati Uniti. Kong Quan, un portavoce del ministero degli esteri, ha dichiarato che il Dalai Lama non è soltanto una figura religiosa e, da tempo, sta lavorando per dividere la Cina. "Se il Dalai Lama desidera sinceramente il dialogo con il governo cinese" – ha dichiarato il portavoce – "deve porre fine a ogni attività separatista, dichiarare che il Tibet è parte integrante della Cina e riconoscere che Taiwan è una provincia cinese". u

L’UE A GINEVRA: NO A UNA RISOLUZIONE CONTRO LA CINA

Bruxelles, 11 marzo 2002. I quindici stati membri dell’Unione Europea hanno deciso di non presentare alcuna risoluzione di condanna della Cina per violazione dei diritti umani alla prossima annuale sessione della Commissione Diritti Umani delle Nazioni Unite che si terrà a Ginevra dal 18 al 26 marzo. L’U.E. ha reso noto che si limiterà a considerare l’opportunità di appoggiare un documento presentato da altri paesi, eventualità assai remota dal momento che gli Stati Uniti, che dal 1990 hanno sempre presentato una risoluzione di condanna, quest’anno non fanno parte della Commissione e saranno presenti a Ginevra solo in qualità di osservatori. L’Unione Europea ha motivato la sua decisione rendendo noto che, alla luce del soddisfacente dialogo bilaterale esistente con la Cina in materia di diritti umani, ritiene più opportuno dare seguito a questo tipo di approccio.

Pressoché unanime la condanna della decisione dell’Unione Unione Europea, da molti accusata di codardia. "Nessuno ritiene che i dialoghi bilaterali sui diritti umani abbiano prodotto risultati concreti in merito alla questione tibetana" – ha affermato Tsering Jampa, direttore della sede europea di International Campaign for Tibet". Ancora più indignata Alison Reynolds, direttore di Free Tibet Campaign, che ha così commentato: "L’Unione Europea non ha scuse, non ha giustificazioni per una decisione che danneggia l’integrità e l’oggettività della Commissione Diritti Umani delle Nazioni Unite: come può l’U.E. pretendere che la Cina si preoccupi seriamente del problema dei diritti umani se essa stessa ha un comportamento ipocrita e usa due pesi e due misure"?

Naturalmente positiva la reazione cinese alla decisione dell’Unione Europea. Il 14 marzo, l’agenzia Xinhua ha riportato una dichiarazione del portavoce del ministero degli esteri della Repubblica Popolare in cui si afferma che la Cina vorrebbe collaborare con l’Unione Europea per ridurre le divergenze nel campo dei diritti umani attraverso un dialogo "basato sull’uguaglianza e il reciproco rispetto".

A Ginevra, i diritti dei tibetani, assieme a quelli degli Uiguri, sono stati perorati dal ministro degli esteri tedesco, dal rappresentante svizzero e, per la prima volta, da quello del Guatemala che ha rivendicato il diritto del popolo Maya, dei Curdi e dei tibetani al rispetto delle proprie libertà politiche, economiche, sociali e culturali. u

DELEGAZIONE T.A.R. AL PARLAMENTO EUROPEO

Bruxelles, 25 marzo 2002. Per la prima volta una delegazione cinese proveniente dalla Regione Autonoma Tibetana è in Europa, per una visita di cinque giorni, su invito del Parlamento Europeo e della Camera dei Rappresentanti del Belgio. La delegazione è capeggiata da Raidi, presidente del Comitato del Congresso del Popolo in Tibet. Il 22 marzo, International Campaign For Tibet, con una lettera indirizzata al presidente Patrik Cox, ha chiesto al Parlamento Europeo di valutare la natura propagandistica della visita e di cogliere questa opportunità per esprimere al gruppo dirigente cinese la propria preoccupazione per la situazione tibetana e sollevare la questione dell’avvio di negoziati da tempo sollecitati dal Dalai Lama. L’agenzia ufficiale di stato Xinhua ha dato grande risalto all’avvenimento riportando la notizia della grande mostra fotografica sul Tibet "cinese", definita "un canale per una migliore, reciproca comprensione", inaugurata per l’occasione all’interno del Parlamento Europeo. Il 27 marzo, l’agenzia cinese ha invece esaltato il grande interesse dimostrato dai parlamentari belgi nei confronti della Regione Autonoma unitamente all’auspicio che la visita contribuisca a consolidare legami e contatti tra Belgio e T.A.R. u

PATTEN AUSPICA L’AVVIO DI COLLOQUI TRA PECHINO E IL DALAI LAMA

Shanghai, 29 marzo 2002. Chris Patten, ultimo governatore di Hong Kong, ora Commissario per gli Affari Esteri dell’Unione Europea, parlando agli studenti dell’Università Fudan di Shanghai ha così dichiarato: "Vorremmo che iniziassero colloqui tra la leadership cinese e il Dalai Lama in quanto il dialogo faciliterebbe la riconciliazione e gioverebbe all’immagine della Cina a livello internazionale". Rispondendo a un universitario cinese che gli aveva chiesto come mai era stato concesso al Dalai Lama di parlare al Parlamento Europeo, fornendogli così una "piattaforma" da cui parlare, in modo distorto, della situazione dei diritti umani in Tibet, Patten ha affermato che in Europa non esistono dubbi sul fatto che il Tibet è una provincia cinese ma sussistono forti preoccupazioni sulla preservazione delle tradizioni culturali e linguistiche tibetane. Commentando la visita, appena conclusa, della delegazione cinese a Bruxelles, l’ex governatore inglese di Hong Kong ha dichiarato di essere soddisfatto perché, come al Dalai Lama, anche ai dirigenti della Regione Autonoma Tibetana è stata data l’opportunità di esporre il loro punto di vista al Parlamento Europeo. Circa la divergenza di vedute tra la Cina e l’Unione Europea sulla questione dei diritti umani in Tibet, Patten ha asserito che le "risolute e civili discussioni" sull’argomento sono un sintomo della crescente maturità delle relazioni tra le due parti. u

RILASCIATO TANAK JIGME SANGPO

Dharamsala, 4 aprile 2002. Il governo tibetano in esilio ha diffuso la notizia del rilascio di Tanak Jigme Sangpo, il prigioniero politico più a lungo detenuto nelle carceri cinesi. Jigme Sangpo, oggi settantaseienne, è stato liberato il 31 marzo 2002 per motivi di salute dopo un periodo di detenzione durato oltre trentacinque anni. Attualmente si trova a Lhasa, a casa della nipote, Pema Chozom. Arrestato per la prima volta nel 1960, all’età di trentaquattro anni, sotto l’accusa di "corrompere le menti dei bambini con idee reazionarie", fu nuovamente condannato nel 1964 per avere espresso il suo pensiero sulla repressione in Tibet. Nel 1970, sorpreso mentre cercava di far pervenire al Dalai Lama un documento sulle atrocità commesse in Tibet dai cinesi, gli furono inflitti altri dieci anni di carcere. All’età di 53 anni, Jigme Sangpo fu inviato al campo di lavoro di Nyethang, a 60 chilometri da Lhasa, ma, nel 1983 subì una nuova condanna a quindici anni di prigione e privato per cinque anni dei diritti politici per avere attaccato dei manifesti scritti di suo pugno all’ingresso principale del Jokhang, il più importante tempio della capitale tibetana. Questa volta fu accusato di "incitamento e propaganda antirivoluzionaria". Nel 1988, con la stessa accusa, la sua pena fu prolungata di altri cinque anni. Il 6 dicembre 1991, durante la visita di una delegazione svizzera, Jigme, dalla sua cella, gridò forte "Free Tibet" e altri slogan in cinese e in tibetano. Le autorità carcerarie cercarono di minimizzare l’incidente dicendo agli ospiti che la voce era quella di un pazzo ma, il 4 aprile 1992, fu condannato ad altri otto anni di carcere. Avrebbe terminato di scontare l’intera pena il 3 settembre 2011, dopo quarantuno anni di reclusione.

A favore del suo rilascio si sono battuti da alcuni anni molti gruppi di sostegno al Tibet e organizzazioni non governative di tutto il mondo. Il governo americano e quello svizzero hanno sollevato più volte il caso di Tanak Jigme Sangpo con le autorità di Pechino. Negli ultimi due anni gli era stata prospettata più volte la libertà "per motivi di salute", ma Jigme, temendo di essere allontanato dal suo paese con il pretesto delle cure mediche, diceva di essersi abituato al carcere e di non volere essere di peso ai suoi parenti.

A nome del governo tibetano in esilio, Samdhong Rinpoche ha espresso la sua soddisfazione per la liberazione dell’anziano prigioniero. "Chiedo alla Repubblica Popolare Cinese di liberare anche gli altri prigionieri politici" – ha affermato il primo ministro tibetano – "e mi auguro che la leadership cinese trovi il coraggio, la saggezza e la giusta visione per risolvere il problema tibetano attraverso negoziati". u

TIBET JUSTICE CENTER ESCLUSO DAL SUMMIT DI JOHANNESBURG

Berkeley (CA), 5 aprile 2002. Dopo International Campaign for Tibet, anche Tibet Justice Center (il gruppo a sostegno del Tibet con sede a Berkeley, in California, che molti ricorderanno sotto il nome di Committee of Lawyers for Tibet) è stato escluso dalla rosa delle Organizzazioni non Governative ammesse dalle Nazioni Unite a partecipare al Summit Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile (WSSD) che si terrà a Johannesburg dal 26 agosto al 4 settembre 2002. Il presidente di TJC, Dennis Cusak, ha chiesto a Kofi Annan di indagare sui reali motivi che impediscono alle organizzazioni operanti a sostegno del Tibet l’accredito al vertice. Cusak ha inoltre accusato il segretariato della conferenza di Johannesburg di cedere alle pressioni cinesi dopo che Wang Yingfan, ambasciatore di Pechino presso le Nazioni Unite, in una lettera indirizzata al Segretario Generale si era opposto all’accredito di TJC affermando che "l’obiettivo primario del lavoro del gruppo mirava a separare il Tibet dalla Cina". Wang aveva altresì accusato l’organizzazione californiana di non avere contribuito in alcun modo allo sviluppo economico, sociale e culturale del Tibet.

Kofi Annan ha reso noto che il segretariato del summit, esaminato l’operato di TJC, lo ha trovato "importante per la conferenza" ma, al contempo, ha rilevato l’esistenza di "attività politicamente motivate, riguardanti il Tibet, non direttamente connesse alla questione dello sviluppo sostenibile".

Il giorno 30 maggio 2002 è stato ufficialmente negato l’accredito al WSSD anche al Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia, l’Organizzazione non Governativa con sede a Dharamsala. Ancora una volta la Cina ha impedito la discussione circa l’ammissione del gruppo presentando una mozione di non azione che ha ottenuto l’appoggio di 90 paesi tra i quali il Pakistan e Cuba. Stranamente assenti i rappresentanti di ben 50 paesi e 37 i contrari tra i quali gli Stati Uniti e, in rappresentanza dell’Unione Europea, la Spagna. u

ARRESTATO IMPORTANTE LAMA TIBETANO

Dharamsala,16 aprile 2002. Tenzin Delek Rinpoche, un alto lama tibetano appartenente al monastero di Nyachu, situato nella prefettura autonoma di Karze (Kham orientale), è stato arrestato dalla polizia cinese il giorno 7 aprile 2002, assieme ad altri quattro monaci, sotto l’accusa di avere progettato e organizzato l’esplosione di un ordigno lo scorso anno, a Chengdu. Samdhong Rinpoche, primo ministro del governo tibetano in esilio, in un comunicato ha deplorato l’arresto dell’importante religioso, definito "un fautore, da molti anni, della rinascita spirituale del suo paese", affermando che questo nuovo sopruso non farà che accrescere il risentimento dei tibetani. In realtà Tenzin Delek Rinpoche sconta la sua immensa popolarità e l’incrollabile fedeltà al Dalai Lama apertamente professata in molte occasioni. Nel mirino della polizia cinese per essersi rifiutato di riconoscere il "falso"Panchen Lama voluto da Pechino e per essersi prodigato a favore della popolazione locale, Tenzin era già stato minacciato d’arrestato nel 1997. La sua instancabile attività non era comunque mai cessata. u

SINGOLARE MANIFESTAZIONE ALL’ASSEMBLEA ANNUALE DI BP

Londra, 18 aprile 2002. Una dozzina di azionisti e di votanti per ricevuta procura si sono presentati all’annuale assemblea generale della British Petroleum travestiti da soldati cinesi. In queste insolite vesti hanno accolto con uno scrosciante applauso il discorso del presidente esecutivo, Lord Brown, al termine della sua esposizione sugli investimenti della compagnia inglese in Cina. Con questa insolita manifestazione, i "soldati dell’Esercito di Liberazione" hanno voluto ironicamente rendere edotta l’assemblea circa il sicuro apprezzamento del governo cinese per il costante contributo che la British Petroleum continua a fornire allo sfruttamento delle risorse naturali dell’altopiano tibetano. Come i lettori ricorderanno, BP è la maggiore azionista straniera della compagnia petrolifera di stato cinese PetroChina i cui progetti in Tibet e nel Turkestan orientale fanno parte del cosiddetto "Piano di Sviluppo delle Regioni Occidentali" volto a consolidare, secondo quanto affermato in un comunicato congiunto da Free Tibet Campaign e Students for a Free Tibet, "il controllo di Pechino in queste aree e a indebolire l’identità culturale e il nazionalismo dei tibetani e delle popolazioni uigure". Il comunicato, nel richiamare BP al rispetto di una speciale risoluzione adottata lo scorso anno da una parte degli azionisti con la quale veniva chiesto alla compagnia britannica di rinunciare agli investimenti con PetroChina, esprime altresì lo scetticismo dei due gruppi circa l’effettiva possibilità di BP a dare corso ai ventilati propositi di rispetto dell’ambiente e dei diritti umani delle popolazioni locali interessate stante il suo attivo e crescente coinvolgimento con la compagnia cinese. u

IN UN VIDEO LA DISTRUZIONE DEL CENTRO MONASTICO DI SERTHAR

 

New Delhi, 18 aprile 2002. E’ stato presentato ai giornalisti, a New Delhi, un video della durata di dieci minuti che mostra le immagini della distruzione degli edifici del complesso monastico di Serthar da parte delle "squadre di lavoro"cinesi (vedi Tibet News Nr. 35, pag. 5 e Nr. 36, pag. 6). Il documentario è stato realizzato grazie alle sequenze trafugate da due monaci fuggiti da Serthar a piedi, attraverso l’Himalaya. Le immagini non lasciano adito a dubbi: armati di grossi martelli, picconi e sbarre di ferro, gruppi di volontari affiancati da personale di polizia paramilitare radono al suolo le abitazioni dei monaci e delle monache. Un religioso, intervistato, afferma che il 26 giugno 2001 arrivarono al monastero cinquanta camion "pieni di cinesi" che iniziarono a distruggere migliaia di case. Il video mostra inoltre alcune monache che rovistano tra le macerie delle proprie abitazioni alla ricerca dei loro effetti personali. "Mi sento tanto triste" – dichiara una delle religiose – "ho rinunciato alla mia famiglia per raggiungere il monastero e passare la mia vita negli studi religiosi. Quando sono stata espulsa mi sono sentita come un pesce lasciato a morire fuori dall’acqua".

Il Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia ha così commentato: "Il documentario smentisce completamente le affermazioni cinesi in materia di libertà di religione. Quest’anno, davanti alla Commissione Diritti Umani, la Cina è riuscita ad evitare una condanna ma di fronte a prove di questo genere il mondo non può continuare a chiudere gli occhi". u

 

IL PARLAMENTO TEDESCO ADOTTA UNA RISOLUZIONE SUL TIBET

Berlino, 18 aprile 2002. "I Diritti Umani e lo Sviluppo in Tibet": questo il titolo della risoluzione adottata dal parlamento tedesco nella quale si chiede al Congresso Nazionale del Popolo della Repubblica Popolare Cinese di "avviare un negoziato con il Dalai Lama al fine di concordare uno Statuto sul Tibet che tenga conto del diritto dei tibetani all’autodeterminazione e garantisca loro ampia autonomia all’interno della Repubblica Popolare". La risoluzione, appoggiata da tutti i principali partiti della Repubblica Federale, sostiene la prosecuzione del dialogo tra l’Unione Europea e Pechino sulla questione dei diritti umani anche se "finora questo dialogo non ha consentito alcun progresso" in Tibet.

In particolare, a proposito della questione tibetana, definita "un problema sentito da tutti gli stati europei", la risoluzione "fa appello a tutti gli stati membri dell’Unione Europea e al Parlamento Europeo affinché, nei loro contatti bilaterali con la Cina, si adoperino perché, in tempi brevi, inizi un dialogo tra il Dalai Lama e la leadership cinese. Il parlamento tedesco ritiene tuttavia indispensabile per una soluzione duratura della vertenza un dialogo diretto tra le parti così come proposto in numerose occasioni dal Dalai Lama". 

IL PRESIDENTE DEL CIO: LA CINA RISPETTI I DIRITTI UMANI

Londra, 24 aprile 2002. Nel corso di un’intervista rilasciata alla BBC, Jacques Rogge, il nuovo presidente del Comitato Olimpico Internazionale, ha dichiarato di ritenere che la Cina, dopo avere ottenuto l’assegnazione dei Giochi Olimpici dell’anno 2008, rispetterà la promessa di migliorare la situazione dei diritti umani. "Tuttavia" – ha proseguito – " il CIO è un’organizzazione responsabile e se la sicurezza, la logistica o il rispetto dei diritti umani non saranno conformi ai nostri standard, agiremo di conseguenza". Rogge, che ha preso il posto di Juan Antonio Samaranch, ha negato che lo scorso anno, a Mosca, il Comitato Olimpico abbia ignorato la situazione esistente in Cina e abbia deciso di premiare Pechino per aprire ai suoi sponsor un potenziale, vasto mercato. "Abbiamo chiesto alla Cina di migliorare al più presto la questione dei diritti umani" ha affermato il neo presidente, chiarendo però che il monitoraggio della situazione non spetta al Comitato Olimpico ma è compito di "specialisti", quali le Nazioni Unite e Amnesty International con i quali il CIO è frequentemente in contatto. 

ESPLODE UNA BOMBA A CHENGDU

Londra, 25 aprile 2002. Si è appreso da Tibet Information Network che il 3 aprile una bomba rudimentale è esplosa a Chengdu, la città situata a est della regione nota come Kham, ferendo almeno una persona. L’agenzia Xinhua, nel confermare l’accaduto, ha reso noto che la polizia cinese ha effettuato alcuni arresti ma nulla è trapelato circa gli autori dell’attentato e i motivi del loro gesto. Secondo alcune voci, l’esplosione è opera di tibetani anche se non è esclusa la possibilità che gli attentatori siano lavoratori cinesi esasperati o praticanti di Falun Gong. Xinhua ha fatto sapere che uno studente di nome Zhang ha ricevuto una ricompensa di 20.000 yuan per avere fornito informazioni. T.I.N. ricorda che, in questi ultimi anni, nello Sichuan sono esplose almeno due bombe di cui una a Dartsedo, il 2 agosto 2001, e una seconda, nell’ottobre 1999, nella contea di Kardze. In quest’occasione fu arrestato Sonam Phuntsog, un monaco tibetano. Otto sono invece le esplosioni che si sono succedute a Lhasa negli ultimi sette anni. 

CELEBRATA A DHARAMSALA LA "GIORNATA DEI MARTIRI"

Dharamsala, 29 aprile 2002. Il movimento Tibetan Youth Congress ha consacrato la giornata del 29 aprile al ricordo delle migliaia di martiri tibetani caduti per la causa dell’indipendenza del loro paese. La data prescelta coincide con il quarto anniversario della morte di Pawo Thubten Ngodup, l’eroe tibetano che, il 27 aprile 1998, a New Delhi, preferì immolare la sua vita cospargendosi di benzina e dandosi fuoco piuttosto che consegnarsi alla polizia indiana che, con la forza, voleva porre termine a uno sciopero della fame fino alla morte organizzato dai militanti della Gioventù Tibetana.

Ricoverato in ospedale con ustioni gravissime su tutto il corpo, Thubten Ngodup si spense due giorni più tardi. Per ricordarne il sacrificio assieme a quello di tutti coloro che si sono battuti per liberare il Tibet dall’oppressione cinese, è stata scoperta a Dharamsala una statua che lo raffigura. Nel corso della cerimonia, Tenzin Samphel, vice presidente di TYC, ha dichiarato, tra l’altro, che il recente rilascio di alcuni prigionieri politici tibetani, avvenuto in coincidenza con la visita in Cina di alte personalità del mondo politico straniero, altro non è se non un espediente con cui Pechino cerca di salvare la sua immagine di fronte alla comunità internazionale. Ne è prova il recente arresto di Tenzin Delek e di altri patrioti tibetani. 

 

 



LHASA: DEMOLIZIONE DEI VECCHI EDIFICI TIBETANI

Lhasa, 29 aprile 2002. A partire dal 26 aprile è iniziata a Lhasa la demolizione di numerosi edifici costruiti in stile tradizionale tibetano. Ai residenti sono stati dati cinque giorni di preavviso prima di lasciare le abitazioni, assieme alla promessa di una "corsia" preferenziale nell’assegnazione dei nuovi appartamenti (peraltro più piccoli e con un maggiorato costo d’affitto) negli edifici di cemento armato destinati a sostituire le case tradizionali. Nel divulgare la notizia, Tibet Information Network ha reso noto che uno dei complessi edilizi si trova nell’area adiacente il tempio del Jokhang ed è sotto la protezione dell’UNESCO mentre un altro edificio di tre piani, vecchio di secoli, è situato nelle vicinanze del Lingkor. Alcuni residenti hanno chiesto alle autorità di non dare corso alla demolizione ma il loro appello non è stato accolto. Un portavoce dell’UNESCO, intervistato a Parigi, ha espresso la sua preoccupazione per la situazione ed ha affermato che l’organismo internazionale cercherà di intervenire prima che sia troppo tardi anche se non tutte le case destinate ad essere abbattute rientrano nella lista dei tesori "dell’Eredità Mondiale". E’ rilevante comunque ricordare che nel 2000 le autorità cinesi hanno espulso da Lhasa il "Fondo per l’Eredità del Tibet", un’organizzazione non governativa europea operante nel settore della preservazione del patrimonio architettonico e culturale tibetano.

La demolizione dei vecchi edifici rientra nel nuovo piano urbanistico, approvato dalle autorità di Lhasa, mirante a quadruplicare l’area urbana portandola dagli attuali 53 chilometri quadrati ai 272 previsti entro l’anno 2015. Il particolare accento posto da Pechino sullo sviluppo della città sta privilegiando il settore edilizio a detrimento della preservazione del patrimonio storico-artistico e dello "sky line" della città, già deturpato dalla costruzione di un edificio di tredici piani, a nord del Barkor, destinato a ospitare gli uffici della Pubblica Sicurezza e di un monumento alto trentasette metri, nella piazza del Potala, eretto per commemorare la "pacifica liberazione del Tibet".

 

Nel deplorare la distruzione degli antichi quartieri, il giorno 2 maggio 2002, Samdong Rinpoche, Kalon Tripa (primo ministro) del governo tibetano in esilio, ha così dichiarato: "Questi edifici sono non soltanto simboli storici. Sono testimonianze fisiche dell’eredità culturale tibetana. Poiché la Cina ha ratificato la Convenzione sulla Protezione del Patrimonio Culturale e Naturale, ha il dovere di garantire la protezione, la conservazione e la trasmissione alle future generazioni di quanto si trova sul suo territorio". u

 

 

L’UE FINANZIERA’ UN PROGETTO DI AIUTI IN TIBET

Lhasa, 30 aprile 2002. L’Unione Europea e la Cina hanno congiuntamente concordato, a Lhasa, il finanziamento di un programma di aiuti e riduzione della povertà di cui beneficeranno circa 40.000 abitanti della regione rurale di Bainang, in Tibet. Il programma si articola in nove progetti riguardanti principalmente i settori dell’istruzione, dell’assistenza medica e del rifornimento di acqua potabile. Il contributo dell’Unione Europea sarà di 7,6 milioni di Euro; la Cina investirà nel progetto 16,05 milioni di yuan (1,94 milioni di dollari). 

 

LE AUTORITA’ DI LHASA AGEVOLANO IL RIENTRO IN PATRIA DEI TIBETANI

Londra, 1 maggio 2002. Il gruppo di informazione inglese Tibet Information Network ha reso noto che le autorità di Lhasa sembrano voler incoraggiare i tibetani in esilio a tornare nel loro paese. Secondo una disposizione dell’ambasciata cinese a Katmandu, è consentito ai tibetani che ne fanno richiesta di tornare in Tibet per un anno. La procedura dà seguito a dichiarazioni rilasciate i mesi scorsi dalle autorità della Regione Autonoma Tibetana che auspicavano un rientro in patria dei "compatrioti residenti all’estero per fare visita alla famiglia, ai parenti e agli amici, per rendere omaggio a Buddha o solamente per vedere il paese". L’ottenimento dei permessi, in vigore già negli anni ’80 e divenuto estremamente difficile negli anni ’90, prevede la concessione di un visto di entrata e di uno in uscita. I tibetani, tuttavia, temono che, allo scadere dell’anno di permanenza in Tibet, le autorità nepalesi non concedano loro l’autorizzazione ad attraversare il Nepal per rientrare in India, come ormai frequentemente accade a molti profughi (vedi Tibet News Nr. 36, pag. 10). Inoltre, in alcuni casi, l’ambasciata cinese a Katmandu condiziona il rilascio del permesso alla consegna del "Libro Verde", il documento rilasciato dal governo tibetano in esilio ai minori di 18 anni. Un giovane tibetano ha dichiarato a T.I.N. che non cederebbe mai il suo documento in cambio di un visto d’ingresso in Tibet perché questo gesto significherebbe la sua uscita dalla comunità dei profughi e un futuro incerto nelle mani dei cinesi. 

CONTESTATA LA PRESENTAZA SHELL NEL TURKESTAN ORIENTALE

Londra, 15 maggio 2002. Con un comunicato stampa, Free Tibet Campaign ha annunciato che alcuni suoi rappresentanti saranno presenti all’annuale assemblea degli azionisti, che si terrà contemporaneamente a Londra e a Le Hague, e chiederanno alla compagnia petrolifera di salvare la propria reputazione abbandonando il progetto di partecipazione alla costruzione del gasdotto "Ovest-Est", nel Turkestan Orientale. Dopo febbrili trattative (vedi Tibet News Nr. 35, pag. 3), il gruppo Royal Dutch/Shell è a capo di un consorzio che dovrebbe affiancare la compagnia di stato cinese PetroChina nel piano di costruzione di un gasdotto che si snoderà per 4.000 chilometri dal bacino di Tarim, nello Xinjiang (Cina nord-occidentale), fino alla città di Shanghai. Il consorzio dovrebbe detenere il 45% delle azioni mentre il 90% del restante pacchetto sarebbe detenuto da PetroChina. I gruppi operanti a sostegno del Tibet (assieme a Free Tibet Campaign partecipano alla campagna anche International Campaign for Tibet, Milarepa Fund, Students for a Free Tibet e US Tibet Committee) si oppongono al coinvolgimento di Shell nel progetto sia per solidarietà con il popolo Uiguro sia perché PetroChina è impegnata in lavori di sfruttamento delle risorse naturali tibetane di gas.

Sebbene la compagnia sancisca, nei principi ispiratori del proprio operato, di "compiere i propri affari nel rispetto dei diritti umani e di tenere in debito conto la salute, la sicurezza e l’ambiente in conformità ai dettami dello sviluppo sostenibile", si teme che PetroChina possa chiedere a Shell di sottoscrivere l’accordo finale prima che l’azienda petrolifera possa concretamente verificare la compatibilità del progetto con i propri principi guida. 

IL DALAI LAMA IN AUSTRALIA E NUOVA ZELANDA

Melbourne, 20 maggio 2002. Con l’arrivo a Melbourne è iniziata la lunga visita del Dalai Lama in Australia e Nuova Zelanda, primo impegno ufficiale del leader tibetano dopo il periodo di assoluto riposo consigliatogli dai medici per riprendersi dai postumi della preoccupante infezione intestinale che lo ha colpito alla vigilia della celebrazione dell’iniziazione di Kalachakra lo scorso mese di gennaio, a Bodh Gaya. Mentre da Dharamsala giungevano confortanti rassicurazione sullo stato di salute di Sua Santità e sull’imminenza della sua partenza, l’attenzione dell’opinione pubblica si concentrava sul primo ministro australiano John Howard che, in visita a Pechino negli stessi giorni, è stato accusato di cedere alle pressioni cinesi e voler evitare qualsiasi incontro ufficiale tra il governo del suo paese e il capo tibetano. Il quotidiano The Age ha pubblicato la notizia che alcuni alti esponenti della delegazione Australia-Cina per il dialogo sui diritti umani avrebbero incontrato ufficialmente il Dalai Lama che, malgrado il grandissimo interesse suscitato dalla sua visita, non è stato ricevuto dal alcun membro del parlamento. In Nuova Zelanda, il 28 maggio, il leader tibetano è stato invece calorosamente accolto, a Wellington, dal parlamento e, trovandosi il primo ministro Helen Clark in Australia, ha incontrato il facente funzioni, Jim Anderton.

In una lunga intervista concessa a Radio Australia il 21 maggio, il Dalai Lama ha tra l’altro affermato che, malgrado l’assenza di ogni contatto formale tra Dharamsala e Pechino dal 1993, qualcosa all’interno della Cina sta cambiando. Intellettuali, scrittori e alcuni artisti iniziano a comprendere l’importanza del Tibet e della sua cultura. "Sebbene la dirigenza cinese mantenga una diversa opinione" – ha dichiarato -"queste nuove idee finiranno per avere ripercussioni anche sul regime, si tratta senza dubbio di segnali positivi". 

DHARAMSALA SI CONGRATULA CON TIMOR EST

Dharamsala, 21 maggio 2002. Dopo 300 anni di occupazione portoghese, il 20 maggio 2002 Timor Est ha celebrato il ritorno all’indipenden-za. Per l’occasione, Samdhong Rinpoche, primo ministro del governo tibetano in esilio, ha inviato al presidente Xanana Gusmao le proprie felicitazioni. "Sono consapevole" – recita tra l’altro il messaggio - "delle importanti sfide che lei e la sua gente dovrete affrontare e vi auguro tutto il coraggio e la saggezza necessari. Sono certo che il suo lavoro e quello del suo governo si ispirerà ai principi del rispetto della lotta dei popoli per l’autodeterminazio-ne, dei diritti umani e della democrazia e si farà garante di tali principi anche nei confronti di situazioni simili alla vostra". 

PECHINO RIFIUTA LE CRITICHE SULLE CONDIZIONI CARCERARIE IN TIBET

Pechino, 28 maggio 2002. Con la pubblicazione di ben nove rapporti nell’arco di una settimana, Pechino ha ricusato le critiche di maltrattamento dei prigionieri all’interno delle carceri tibetane. In risposta alle numerose lettere ricevute da organizzazioni internazionali e da membri del congresso degli Stati Uniti, Lu Bo, direttore della prigione di Drapchi, ha così dichiarato: "Nessun prigioniero, a Drapchi, è morto per cause non naturali o per mancanza di assistenza medica. Negli ultimi cinque anni abbiamo contato tra i nostri detenuti quindici decessi, tredici uomini e due donne, ma tutti sono mancati per cause naturali, principalmente per malattie cardiache o cerebrali". A sua volta, il vice direttore del carcere, Wang Huadong, ha affermato che il presidio medico all’interno della struttura è garantito da tredici dottori qualificati e che le cure ospedaliere sono paragonabili a quelle prestate da cliniche private. Ha inoltre stimato in un milione di yuan il costo annuale delle prestazioni sanitarie fornite gratuitamente ai prigionieri 

I DIRITTI UMANI IN CINA NEL RAPPORTO ANNUALE DI AMNESTY

Londra, 28 maggio 2002. Anche quest’anno l’importante e atteso rapporto annuale di Amnesty International sulla violazione dei diritti umani nel mondo dedica una rilevante sezione alla Cina. In particolare, dopo avere rilevato l’eccessivo uso della forza da parte della polizia contro le proteste di operai e contadini, Amnesty denuncia la prosecuzione delle campagne contro le cosiddette "organizzazioni eretiche"quali la setta Falun Gong e alcuni gruppi cristiani. Circa 200 praticanti di Falun Gong sono morti in custodia a causa delle torture subite; altri sono detenuti arbitrariamente o sottoposti a sbrigativi processi. Il rapporto evidenzia inoltre l’imprigionamento di alcuni dissidenti, le restrizioni imposte ai giornalisti, agli organi mediatici e all’uso di Internet, il diffuso ricorso alla tortura e alla pena di morte che continua ad essere applicata in modo esteso ed arbitrario. Nel corso dell’anno 2001 sono state sentenziate 4015 condanne a morte: 2468 le esecuzioni, con un picco di 200 esecuzioni il giorno 21 aprile 2001 in seguito a massicci rastrellamenti compiuti in tutto paese allo scopo di "estirpare il male". Il rapporto prende inoltre in esame la situazione nella Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang, nella Regione Autonoma Tibetana, nella Mongolia interna e nella Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong. Sono denunciate le esecuzioni sommarie, le torture, le detenzioni arbitrarie perpetrate nei confronti delle popolazioni uigure, il maggiore gruppo etnico, a maggioranza musulmana, dello Xinjiang con un particolare riferimento all’ondata di arresti ed esecuzioni, all’indomani dell’attacco dell’11 settembre negli Stati Uniti, di persone etichettate come "separatiste" e "terroriste".

Continuano le violazioni dei diritti umani in Tibet dove oltre 250 prigionieri di coscienza, molti dei quali monache e monaci, continuano ad essere detenuti. Alcuni monasteri sono stati chiusi e i religiosi espulsi. Dure le condizioni nelle carceri: i detenuti sono torturati e molti hanno problemi di salute a causa della malnutrizione, delle precarie condizioni igieniche, del duro lavoro e delle percosse loro inflitte. 

SENATO USA APPROVA RISOLUZIONE SUL PANCHEN LAMA

Washington, 5 giugno 2002. Il senato degli Stati Uniti ha approvato una Risoluzione con la quale condanna la violazione dei diritti umani in Tibet, chiede il rilascio del Panchen Lama e sollecita l’inizio di un dialogo tra la leadership cinese e il Dalai Lama o i suoi rappresentanti. Il documento, presentato dal senatore Paul Wellstone il giorno 25 aprile, giorno del tredicesimo compleanno del Panchen Lama, era stato redatto con l’intenzione di far conoscere al vice premier Hu Jintao, nell’imminenza della sua visita nella capitale americana, la preoccupazione del congresso per le sorti del piccolo prigioniero politico. 

SUMMIT DI ROMA: NULLA DI FATTO PER IL TIBET

Roma, 13 giugno 2002. Il problema di un adeguato sostentamento alimentare delle popolazioni nomadi tibetane ha ricevuto scarsa attenzione da parte dei rappresentanti dei governi riuniti a Roma per il vertice mondiale FAO. La situazione dei nomadi dell’altopiano tibetano è stata sollevata nel forum delle Organizzazioni Non Governative, svoltosi parallelamente al summit. Carol Samdup, portavoce di Canada Tibet Committee, ha così dichiarato: " La politica cinese di rendere stanziali i nomadi e di chiudere il bestiame in recinti minaccia non solo lo stile di vita tradizionale tibetano ma anche la conservazione delle diversità genetiche delle famiglie contadine". 

 

 

NOTIZIE dall’Italia

 

 

GRANDE FOLLA AGLI INCONTRI CON PASSANG E CHOYIN

 

Enorme interesse e grande affluenza di pubblico agli incontri organizzati dalla sezione italiana di Amnesty International assieme all’Associazione Italia-Tibet con Passang Lhamo e Choyin Kurzang, due giovani profughe tibetane recentemente fuggite dal Tibet, che hanno portato anche in Italia la testimonianza della loro drammatica storia e delle torture subite. In ognuna delle nove conferenze in programma (vedi Tibet news Nr. 36, pag. 1) tenutesi dal 17 al 25 febbraio, le loro parole hanno commosso le affollate platee e ricordato le continue sopraffazioni e gli abusi cui il popolo del Tibet è continuamente sottoposto. Il coraggio e la determinazione delle due giovani monache costituiscono un esempio della determinazione con la quale il popolo tibetano lotta per la propria libertà. La serie degli incontri, caratterizzati anche da un grande interesse mediatico, si è conclusa a Roma con una conferenza stampa alla quale hanno partecipato Paolo Pobbiati, responsabile del Coordinamento Estremo Oriente e Pacifico di Amnesty International e Piero Verni, presidente dell’Associazione Italia-Tibet. Entrambi hanno partecipato e condotto l’intera serie delle conferenze. Un particolare ringraziamento a Karma Chukey che, con grande disponibilità, ha superbamente svolto il lavoro di traduttrice.

 

CONFERITO A JETSUN PEMA IL PREMIO "DONNA CORAGGIO"

 

Brescia, 26 febbraio 2002. Jetsun Pema, direttrice generale della Tibetan Homes Foundation e sorella del Dalai Lama, è stata insignita a Brescia del premio "Donna Coraggio 2002" riconosciutole dal Comune assieme alla sezione locale dell’Associazione Nazionale Donne Elettrici "per la fermezza e l’impegno nell’affermare il diritto di vivere liberamente i propri diritti". Nel consegnarle la targa, il sindaco di Brescia Paolo Corsini l’ha definita "un altissimo esempio del coraggio di agire che ha in sé l’immenso potere di trasformare le cose". Jestun Pema ha dedicato il premio al popolo tibetano "che oggi non ha ancora una voce ma che ogni giorno continua a credere nei diritti umani e nella libertà di cui la Cina, che ci ha occupato, non ha rispetto. E’ importante poter far conoscere la causa tibetana perché crediamo fortemente in una soluzione pacifica del problema: non sarà la violenza a scacciare la violenza".

Accompagnata dal marito, Tempa Tsering, Jetsun Pema, ricevuta da Roberto Cota, presidente del Consiglio Regionale, ha presenziato a Torino, il 28 febbraio, presso la sede del Consiglio Regionale, alla conferenza stampa di presentazione dell’Assemblea Costituente dell’ "Associazione dei Comuni, delle Province e delle Regioni per il Tibet", promossa dalla Regione Piemonte. I giorni 1 e 2 marzo si è recata a Bolzano dove, oltre ai soci locali dell’Associazione Italia-Tibet, ha incontrato il presidente della Provincia autonoma Luis Durnwalder. Nel corso dell’incontro sono state delineate nuove forme di aiuto ai rifugiati tibetani; in particolare, la Provincia favorirà la formazione di tre studenti tibetani che saranno ospitati in Alto Adige e fornirà aiuto ai nuovi centri di accoglienza dei profughi in esilio.

COSTITUITA L’ASSOCIAZIONE DEI COMUNI, PROVINCE E REGIONI PER IL TIBET

Torino, 9 marzo 2002. Su iniziativa della Regione Piemonte e con l’adesione dell’ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani), si è tenuta a Torino, presso l’Aula del Consiglio Regionale del Piemonte, l’Assemblea Costitutiva dell’Associazione delle Regioni, delle Province e dei Comuni per il Tibet. Hanno finora aderito tre regioni (Basilicata, Lombardia e Piemonte), sei province (Alessandria, Asti, Cuneo, Lucca, Pavia e Vercelli) e centootto comuni di cui otto capoluoghi di provincia.

Nella sessione mattutina, nel corso della quale hanno tenuto i loro interventi, tra gli altri, Giampiero Leo, Assessore alla Cultura della Regione Piemonte, Olivier Dupuis, Segretario del Partito Radicale Transnazionale, deputato europeo e promotore della risoluzione sul Tibet al Parlamento Europeo, e Gianni Vernetti, deputato e portavoce del costituendo Intergruppo Parlamentare per il Tibet, è stato illustrato l’impegno delle istituzioni europee a sostegno della causa tibetana. Nella sessione pomeridiana l’Assemblea si è proposta l’obiettivo di coinvolgere altri enti locali nella campagna "Una bandiera per uno status di reale autonomia per il Tibet", caratterizzata dall’approva-zione di ordini del giorno sulla questione tibetana e dall’esposizione permanente di centinaia di bandiere tibetane nelle sedi istituzionali di comuni, province e regioni.

Nella dichiarazione di costituzione dell’Associazione, i comuni, le province e le regioni hanno richiamato e fatto proprio "l’invito del Parlamento Europeo agli stati membri dell’Unione Europea, espresso nella risoluzione del 6 luglio 2000, di riconoscere, sotto l’egida del Segretario generale delle nazioni Unite, il governo tibetano in esilio come legittimo rappresentante del popolo tibetano qualora le autorità di Pechino continuassero a rifiutare negoziati". L’Associazione ha inoltre deciso di organizzare una campagna di gemellaggio tra i comuni italiani e quelli che, in India, ospitano profughi tibetani, a cominciare da Dharamsala, sede del governo tibetano in esilio, e di promuovere la propria attività in sede europea. Nella seduta pomeridiana sono intervenuti Claudio Tecchio, coordinatore della "Campagna di solidarietà con il popolo tibetano", Ciampa Tender, responsabile europeo di Tibet Humanity Organisation e Piero Verni, presidente dell’Associazione Italia-Tibet.

GIORNATA DI SOLIDARIETA’ CON IL TIBET

Roma, 10 marzo 2002. Per commemorare il 43° anniversario dell’insurre-zione di Lhasa del 10 marzo 1959, l’Associazione Italia-Tibet ha organizzato a Roma, presso l’Hotel Nazionale, una giornata di solidarietà con il Tibet. L’incontro è iniziato alle ore 10 con un discorso introduttivo di Carmen Leccardi, vice presidente dell’Associazione Italia-Tibet. Dopo la lettura dei messaggi dell’onorevole Gianni Vernetti, coordinatore del Gruppo Interparlamentare per il Tibet (la cui costituzione sarà ufficialmente annunciata nel mese di maggio), e di Claudio Tecchio, responsabile della Campagna di Solidarietà con il Popolo Tibetano, Dechen (in rappresentanza delle donne tibetane in Italia) ha dato lettura, con grande commozione, del messaggio per il 10 marzo dell’Associazione Donne Tibetane. E’ seguito l’intervento di Lama Jimpa, presidente della comunità tibetana in Italia, che ha sottolineato la necessità del lavoro congiunto di tutti i gruppi, senza dispersione di energie. Per l’Associazione Italia-Tibet, Piero Verni ha rilevato l’importanza della costituzione dell’Associazione delle Regioni, Province e Comuni per il Tibet e dell’Intergruppo Parlamentare, segnali, entrambi, di un positivo passo in avanti. Ha inoltre auspicato contatti continuativi con tutte le realtà in grado di contribuire alla destabilizzazione della Cina, a cominciare dai rappresentanti di Falun Gong e le istituzioni. La sessione mattutina dell’incontro si è conclusa con un dibattito e interventi liberi.

Nel pomeriggio sono stati proiettati due documentari sul Tibet e, con l’intervento di un rappresentante romano di Amnesty International, è stato presentato il libro "La prigioniera di Lhasa" (casa editrice Fandango), dedicato a Ngawang Sangdrol.

DELEGAZIONE DELLA PROVINCIA DI MILANO A DHARAMSALA

Dharamsala, 28 marzo 2002. Il presidente della Provincia di Milano, Ombretta Colli, accompagnata dai consiglieri Gian Mario Vitali ed Enrico Fini, è stata ricevuta a Dharamsala da Jetsun Pema e dai bambini del locale Tibetan Children Village. I membri della delegazione milanese hanno voluto prendere personalmente contatto con questa istituzione che, dall’inizio degli anni ’60, fornisce ai piccoli profughi assistenza ed istruzione. Hanno inoltre preso visione dei lavori di costruzione del nuovo complesso di Selakui, a Dhera Dun (Uttar Pradesh), che, grazie allo stanziamento di 500 milioni di vecchie lire da parte della Provincia, sarà in grado di dare asilo ad altri cinquecento bambini. Assieme all’Istituto di Solidarietà tra i Popoli dell’Ospedale S. Raffaele di Milano, la Provincia ha inoltre contribuito alla donazione di materiale tecnico e sanitario sia al Dalek Hospital di Dharamsala sia al Sakya Hospital di Dhera Dun.

UFFICIALMENTE COSTITUITO L’INTERGRUPPO PARLAMENTARE ITALIA-TIBET

Roma, 8 maggio 2002. Con una conferenza stampa a Palazzo Montecitorio, è stata ufficialmente annunciata la costituzione di un Intergruppo parlamentare a sostegno della causa tibetana. Hanno già aderito al neo costituito intergruppo italiano 90 esponenti sia della Camera che del Senato appartenenti a sei diversi partiti (Margherita, Democratici di Sinistra, Forza Italia, CCD-CDU, Verdi e SVP). Alla conferenza stampa di presentazione erano presenti, oltre al coordinatore dell’Intergrup-po, onorevole Gianni Vernetti (Margherita), anche gli onorevoli Pietro Folena, Osvaldo Napoli, Alessandro Forlani, Fiorello Cortiana e Karl Zeller, in rappresentanza delle altre forze politiche.

Uno dei primi impegni dell’Intergruppo parlamentare italiano sarà costituito dalla presentazione alla Camera dei Deputati di una risoluzione sul Tibet, il cui testo integrale pubblichiamo di seguito, imperniata sui seguenti punti:

Alla conferenza stampa erano presenti anche Chhime Chhoekyapa, rappresentante a Ginevra del governo tibetano in esilio, Claudio Tecchio, responsabile della Campagna di Solidarietà con il Popolo Tibetano, Paolo Pobbiati, in rappresentanza di Amnesty International e Piero Verni per l’Associazione Italia-Tibet. Commentando l’importante evento, Chhime Chhoekyapa ha così dichiarato: "La costituzione di un gruppo parlamentare per il Tibet invia alle autorità cinesi un chiaro messaggio circa la crescente preoccupazione internazionale sulla tragica situazione del nostro paese".

 

INTERGRUPPO PARLAMENTARE ITALIA-TIBET

PROPOSTA DI RISOLUZIONE SUL TIBET

 

La Camera dei Deputati

 

viste

 

le risoluzioni sul Tibet del Parlamento europeo del 14 ottobre 1987, 15 marzo 1989, 15 settembre 1993, 17 maggio 1995, 13 luglio 1995, 14 dicembre 1995, 18 aprile 1996, 23 maggio 1996, 13 marzo 1997, 16 gennaio 1998, 13 maggio 1998, 15 aprile 2000;

le risoluzioni sulle violazioni dei diritti fondamentali in Tibet adottate dal Bundestag tedesco (15 ottobre 1987, 20 giugno 1996, 18 Aprile 2002), dalla Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati italiana (12 aprile 1989), dalla Camera dei Deputati belga (20 giugno 1990), dalla Commissione Affari Esteri del Parlamento irlandese (21 luglio 1998);

la risoluzione adottata il 23 agosto 1991 dalla Sotto-Commissione delle Nazioni Unite per la prevenzione delle discriminazioni e la protezione dei diritti delle minoranze;

la risoluzione dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (D.E. 173, 5 ottobre 1988);

le risoluzioni adottate dal Congresso degli Stati Uniti d’America, dal Senato e dalla Camera dei Rappresentanti australiani e dal Parlamento Ceco;

l’atto costitutivo dell’ "Associazione dei Comuni ,delle Province e delle Regioni Italiane per il Tibet", Associazione alla quale hanno già aderito decine di Enti Locali

 

ricordando

 

che il Tibet fu invaso e occupato nel 1949 e 1950 dalle forze armate del regime di Pechino e che è tuttora occupato;

i rapporti del 1959 e del 1960 della Commissione Internazionale dei Giuristi sulla questione del Tibet;

che la lotta di resistenza del popolo tibetano negli anni ’50 e ’60 provocò la morte di oltre un milione di tibetani, cioè di oltre un quinto della popolazione di allora;

la distruzione di oltre 6.000 monasteri tibetani, l’incendio di centinaia di biblioteche, il saccheggio di templi, la razzia di tesori religiosi e culturali, le esecuzioni sommarie di decine di migliaia di tibetani eseguite dalle guardie rosse durante la cosiddetta rivoluzione culturale

le manifestazioni di protesta del 1987-88 contro l'occupazione cinese e la violenta repressione scatenata dalle autorità di Pechino;

la legge marziale imposta dalle autorità di Pechino in Tibet nel 1989 e nel 1990;

la trasformazione nel 1992 del Tibet in "Zona Economica Speciale" e il conseguente trasferimento massiccio di coloni cinesi in Tibet, che, in pochi anni, ha reso i tibetani minoranza nel loro stesso Paese, anche a causa della pratica, mai cessata, delle sterilizzazioni e degli aborti forzati delle donne tibetane;

 

ricordando in particolare

 

che l’"Accordo in 17 Punti" firmato sotto costrizione a Pechino dalle autorità tibetane, pur sancendo l’annessione del Tibet alla Repubblica Popolare, garantiva anche la piena autonomia del Tibet e, in particolare, il riconoscimento del suo sistema politico e il pieno rispetto della libertà religiosa;

che le risoluzioni delle Nazioni Unite 1353 del 1959, 1723 del 1961 e 2079 del 1965 chiedono la cessazione di qualsiasi pratica che privi il popolo tibetano dei suoi fondamentali diritti umani, compreso quello all’autodeterminazione;

i tentativi reiterati di rilanciare il dialogo con le autorità di Pechino fatti dal Dalai Lama con il "Piano in 5 punti", presentato davanti al Congresso americano nel 1987, e con la "proposta di Strasburgo", presentata davanti al Parlamento europeo nel 1988;

il conferimento nel 1989 del Premio Nobel per la Pace al Dalai Lama;

 

accoglie

 

favorevolmente la ferma posizione di Sua Santità il Dalai Lama per quanto riguarda la realizzazione di un autentico governo autonomo per il Tibet in seno alla Repubblica Popolare Cinese attraverso il negoziato; condivide la sua profonda preoccupazione per la distruzione sistematica dell’ambiente, delle tradizioni, della cultura e della religione tibetane, per il costante peggioramento della situazione politica del popolo tibetano e per il deterioramento della situazione riguardante i diritti dell’uomo nel Tibet; sostiene l’appello lanciato nel suo discorso al Parlamento Europeo, il 24 ottobre 2001, affinché su Pechino vengano esercitate con urgenza pressioni internazionali; sollecita, a questo riguardo, la Cina a porre immediatamente fine al piano controverso di una immigrazione su vasta scala nel Tibet, con particolare riferimento alle 20.000 persone che dovrebbero trasferirsi nella regione di Dulan nella Provincia di Quinghai; invita il Governo cinese a riprendere negoziati diretti con il Dalai Lama o i suoi rappresentanti senza condizioni preliminari, al fine di definire un autentico nuovo statuto di piena autonomia per il Tibet, con le sole eccezioni della politica estera e della difesa

 

 

 

facendo propria

 

la risoluzione del Parlamento europeo del 6 luglio 2000 e del 14 aprile 2002

 

chiede

 

al Governo di dare immediata attuazione alle Risoluzioni sopra richiamate del Parlamento Europeo

 

impegna il Governo

 

ad adottare tutte le iniziative possibili nei confronti della Repubblica Popolare cinese affinché, attraverso il dialogo, si creino le condizioni per l’apertura, sotto l’egida delle Nazioni Unite, di negoziati finalizzati alla realizzazione di un nuovo Statuto per il Tibet che garantisca una piena autonomia dei tibetani in tutti i settori della vita politica, economica, sociale e culturale, con le sole eccezioni della difesa e della politica estera

ad invitare il Governo cinese a riconoscere e rispettare pienamente i fondamentali diritti politici ,sociali e culturali delle minoranze religiose , etniche e di altro genere nonché le loro specificità culturali compre la libertà di culto

ad invitare la Cina a cogliere l’opportunità delle Olimpiadi del 2008 per seguire le norme internazionali in materia di diritti dell’uomo ed intensificare la cooperazione generale in materia

a esaminare attentamente la possibilità di riconoscere il Governo Tibetano in Esilio quale rappresentante legittimo del popolo tibetano qualora le autorità di Pechino e il Governo Tibetano in Esilio non dovessero firmare, al termine di negoziati sotto l’egida del Segretario Generale delle Nazioni Unite, un accordo su un nuovo statuto per il Tibet

ad adoperarsi presso la Commissione Europea affinché nomini un osservatore della U.E. per la questione tibetana

a trasmettere la presente risoluzione al Primo Ministro della Repubblica Popolare di Cina, al Dalai Lama, al Governo e al Parlamento tibetano in esilio, al Presidente del Parlamento Europeo e al Segretario Generale delle Nazioni Unite.

 

SOSTENITORI DEL TIBET MANIFESTANO A ROMA

Roma, 24 maggio 2002. In occasione della visita a Roma del vice Primo Ministro della Repubblica Popolare Cinese Li Lanquing, l’Associazione delle Donne Tibetane in Italia ha indetto un sit-in davanti a Palazzo Chigi. Per la prima volta in Italia, i sostenitori della causa tibetana e i membri della Falun Gong hanno manifestato insieme il loro dissenso nei confronti della gestione totalitaria e dittatoriale del regime cinese. Mentre Li Lanqing veniva ricevuto con tutti gli onori dall'On. Gianfranco Fini, sostenitori della libertà in Tibet, Falun Gong, Verdi, DS, Nessuno Tocchi Caino, Animal Nature Conservation Fund e altri gruppi, hanno svolto una protesta non violenta per la libertà di parola, d'opinione, d'assemblea, di religione e contro la pena di morte, la tortura, la repressione dei diritti umani in Cina e nel Tibet occupato.

L’Associazione Italiana della Falun Gong ha inviato al Presidente della Repubblica Azeglio Ciampi una lettera aperta in cui viene segnalata la gravissima situazione dei praticanti in Cina, in cui tra l’altro afferma: "E’ notizia di questi giorni, che 5.000 praticanti della provincia dello Changchun sono stati arrestati e siamo seriamente preoccupati per la loro sorte […] non comprendiamo come tutto questo sia possibile in Cina".

Il Segretario Generale della CISL, Savino Pezzotta, in una lettera a Gianfranco Fini ha denunciato i continui arresti, in Cina, di lavoratori che intendono richiedere il miglioramento delle precarie condizioni di lavoro. Nel ricordare che "a tutt’oggi non sono state ratificate le convenzioni fondamentali dell’O.I.L. ed in particolare quelle relative alla libera associazione sindacale, alla negoziazione collettiva e al divieto di lavoro forzato minorile", ha auspicato che il Vice Presidente si faccia portavoce della richiesta di liberazione dei prigionieri sindacali e politici. L’onorevole Pietro Folena (Commissione Esteri della Camera) ha rilasciato una dichiarazione in cui ricorda le continue violazioni dei diritti umani fondamentali e della libertà di culto perpetrate all’interno della Repubblica Popolare nonché la grave situazione esistente in Tibet.

 

 

 

Oggi commemoriamo il 43° anniversario dell'insurrezione del popolo tibetano. Comunque io ho sempre considerato il presente ed il futuro più importanti del passato.

Il mondo è gravemente preoccupato dal problema del terrorismo dopo i fatti dell'11 settembre. A livello internazionale la maggioranza dei governi concordano sul fatto che c'è un urgente bisogno di uno sforzo comune per combattere il terrorismo e che si devono adottare degli adeguati provvedimenti.

Sfortunatamente i provvedimenti attuali mancano di un approccio efficace e di lungo periodo, che affronti le radici profonde del terrorismo. Quello di cui invece c'è bisogno è una strategia a lungo termine che promuova a livello globale una cultura politica della tolleranza e del dialogo. La comunità internazionale deve assumersi la responsabilità di un forte ed efficace appoggio ai movimenti non-violenti che lottano per il cambiamento con mezzi pacifici. Sarebbe invece ipocrita condannare e combattere coloro che sono mossi da rabbia e disperazione ma continuare ad ignorare quanti cercano invece con ogni mezzo di portare avanti il dialogo come concreta alternativa alla violenza.

Dobbiamo imparare dalle esperienze passate. Se guardiamo al secolo scorso, possiamo vedere come la causa più terribile delle sofferenze umane sia stata la cultura che vede la violenza come unica soluzione dei conflitti e delle diversità. La sfida che abbiamo davanti a noi è quella di fare del 21° secolo, il secolo del dialogo, dove i conflitti potranno essere risolti in modo non-violento.

Nelle società umane ci saranno sempre differenze di opinioni e di interessi. Ma nella realtà odierna ogni cosa è interdipendente e quindi tutti dobbiamo coesistere su questo piccolo pianeta. Ne consegue perciò che oggi l'unico modo intelligente di risolvere le diversità e i conflitti di interesse, tra individui, comunità e nazioni, è attraverso il dialogo in uno spirito di reciproco compromesso e riconciliazione. Dobbiamo cercare, sviluppare ed insegnare questo spirito di non-violenza ed investire in esso altrettante risorse di quelle che investiamo per le spese della difesa militare. In una atmosfera politica tesa come l'attuale, le autorità cinesi in Tibet hanno continuato nello scorso anno a far subire ai tibetani forti violazioni dei loro diritti umani, tra cui una dura persecuzione religiosa. Tutto questo ha ulteriormente aumentato il numero di tibetani che a rischio delle loro vite fuggono dal Tibet per rifugiarsi all'estero. La scorsa estate, l' espulsione di migliaia di monaci, tibetani e cinesi, dal centro di studi buddisti di Serthar nel Tibet orientale, ha evidenziato l'intensità della repressione in Tibet. Queste violazioni dei diritti umani sono un chiaro esempio di come i tibetani siano privati della possibilità di preservare la loro identità e la loro cultura.

Credo che molte delle violazioni dei diritti umani in Tibet siano dovute a sospetti, alla mancanza di fiducia e di una vera comprensione della cultura e della religione tibetane. Come ho detto molte volte in passato, è estremamente importante per i dirigenti cinesi riuscire ad avere una migliore e più profonda comprensione e conoscenza della cultura e della civiltà tibetane. Io sono completamente d'accordo con la saggia affermazione di Deng Xiaoping, "Cercare la verità partendo dai fatti". Quindi noi tibetani dobbiamo accettare i progressi e i miglioramenti che la gestione cinese del Tibet ha portato al popolo tibetano e riconoscerli. Nel medesimo tempo le autorità cinesi debbono comprendere che durante gli ultimi cinquant'anni i tibetani hanno dovuto subire terribili sofferenze e distruzioni. Il precedente Panchen Lama, nel suo ultimo intervento pubblico tenuto a Shigatse il 24 gennaio 1989, disse che la gestione cinese del Tibet aveva causato più distruzioni che benefici al popolo tibetano.

 

La cultura buddista del Tibet ha portato i tibetani ad apprezzare i valori e i concetti della compassione, del perdono, della pazienza e del rispetto per tutte le forme di vita. Questi valori sono di grande importanza e beneficio nell'esistenza quotidiana e quindi vogliamo preservarli. Purtroppo sulla nostra cultura e sul nostro modo di vita buddista, grava la minaccia di una totale estinzione. La maggioranza dei piani di sviluppo cinesi vogliono assimilare completamente il Tibet all'interno della cultura e della società cinesi e sommergere demograficamente i tibetani trasferendo in Tibet un enorme numero di coloni. Questo, sfortunatamente, rivela come la politica cinese in Tibet sia ancora dominata dai rappresentanti dell'ultrasinistra, nonostante i profondi cambiamenti portati avanti dal governo e dal Partito in altre aree della Repubblica Popolare Cinese. Questa politica è indegna di una grande cultura e di una grande nazione come la Cina ed inoltre è contraria allo spirito del 21° secolo.

Oggi l'attitudine globale si muove verso una maggiore apertura, libertà, democrazia e rispetto per i diritti umani. Non importa quanto grande e potente possa essere la Cina, essa è pur sempre parte del mondo e prima o poi dovrà seguire l'attitudine mondiale. Nei prossimi mesi ed anni il cambiamento che è comunque in atto oggi in Cina, conoscerà una forte accelerazione. Come monaco buddista vorrei che la Cina, la patria di circa un quarto dell'intera popolazione mondiale, potesse cambiare pacificamente. Caos ed instabilità porteranno solo ad un immenso bagno di sangue e a terribili sofferenze per milioni di persone. Ed una situazione del genere avrebbe anche serie ripercussioni sulla pace e la stabilità del mondo intero. Come essere umano è mio sincero desiderio che i nostri fratelli e sorelle cinesi possano godere della libertà, della democrazia, della prosperità e della pace.

Se i cambiamenti in Cina porteranno nuova vita e nuove speranze per il Tibet e se la Cina potrà divenire un affidabile, costruttivo e importante membro della comunità internazionale, dipenderà se questa nazione continuerà a definire se stessa sulla base della sua potenza economica e militare oppure se deciderà di aprirsi ai valori e principi umani universali e considerare la sua forza e la sua grandezza attraverso di essi. E a sua volta, questa decisione della Cina sarà in gran parte influenzata dall'attitudine e dalla politica che la comunità internazionale avrà nei confronti della Cina. Ho spesso attirato l'attenzione sulla necessità di portare Pechino nel flusso della democrazia mondiale e sono sempre stato contrario al suo isolamento. Una cosa del genere sarebbe sbagliata sotto il profilo morale e impraticabile sotto quello politico. Al contrario ho sempre consigliato, nei confronti del governo cinese, una politica di coinvolgimento responsabile e basato su dei principi.

Spero sinceramente che la dirigenza cinese troverà il coraggio, la saggezza e la visione per poter risolvere il problema tibetano attraverso dei negoziati. Non solo sarebbe utile per creare un'atmosfera politica che aiuterebbe una transizione morbida della Cina verso una nuova era ma migliorerebbe anche la sua immagine internazionale. Inoltre avrebbe anche un forte e positivo impatto sul popolo di Taiwan e migliorerebbe le relazioni sino-indiane creando un'atmosfera di genuina fiducia. I tempi del cambiamento sono anche i tempi delle opportunità. Credo veramente che un giorno ci sarà la possibilità di dialogo e pace poiché non ci saranno alternative per la Cina o per noi. L'attuale situazione in Tibet non può alleviare le sofferenze dei tibetani o portare stabilità e unità alla Repubblica Popolare Cinese. Presto o tardi la dirigenza di Pechino dovrà affrontare questa evidenza. Da parte mia rimango fedele alla politica del dialogo. Appena ci saranno dei segnali positivi da Pechino, i miei rappresentanti saranno pronti ad incontrarsi con i funzionari del governo cinese in qualsiasi momento ed in qualsiasi luogo. La mia posizione sulla questione tibetana è netta. Non chiedo l' indipendenza. Come ho detto molte volte in passato, chiedo che al popolo tibetano sia data l'opportunità di esercitare un autentico autogoverno per poter preservare la sua civiltà e la sua peculiare cultura, religione, lingua e perché il suo stile di vita possa crescere e continuare a vivere. Per questo è indispensabile che i tibetani siano liberi di gestire i loro affari interni e scegliere liberamente il loro sviluppo sociale, economico e culturale.

In esilio continua la democratizzazione della politica tibetana. A marzo dell'anno scorso informai i rappresentanti eletti dell'Assemblea dei deputati del popolo tibetano, che i tibetani in esilio avrebbero dovuto eleggere direttamente il prossimo Kalon Tripa (il Primo Ministro). Quindi lo scorso agosto, per la prima volta nella storia del Tibet, i profughi tibetani hanno direttamente eletto Samdhong Rinpoche come nuovo Kalon Tripa con
l'84% dei voti. Si è trattato di un grande passo in avanti nella continua crescita e maturazione democratica della nostra comunità di esiliati. Spero che in futuro ance il Tibet possa avere un governo eletto democraticamente.

Voglio cogliere questa occasione per ringraziare i numerosi individui, membri di governo, parlamentari ed esponenti di organizzazioni non governative per il loro sostegno alla nostra battaglia non violenta per la libertà. E' incoraggiante vedere come università, scuole, gruppi sociali e religiosi, artisti, comunità economiche così come gente di ogni provenienza, sono riusciti a comprendere i problemi del Tibet e adesso esprimono la loro solidarietà alla nostra causa. Similmente siamo riusciti a stabilire relazioni cordiali e amichevoli con i buddisti cinesi e con la gente comune che vive all'estero e a Taiwan. La simpatia e il sostegno dato alla nostra causa da un crescente numero di sorelle e fratelli cinesi, costituisce un forte incoraggiamento ed è di grande rilevanza per noi tibetani. Colgo questa opportunità per rendere omaggio e pregare per tutti quei fratelli e quelle sorelle cinesi che si sono sacrificati per la libertà e la democrazia della Cina. Soprattutto vorrei esprimere, a nome di tutti i tibetani, la nostra gratitudine al popolo e al governo dell'India per la loro incommensurabile generosità e per il loro aiuto. Il crescente sostegno internazionale al Tibet riflette la simpatia e la solidarietà umane nei confronti della sofferenza e l'apprezzamento universale per la verità e la giustizia. Mi appello ai governi, ai parlamenti e a tutti i nostri amici affinché continuino a darci il loro aiuto e la loro solidarietà con un rinnovato sentimento di impegno e di forza.

Infine rendo omaggio ai coraggiosi uomini e donne del Tibet che hanno sacrificato e continuano a sacrificare le loro vite per la causa della nostra libertà e prego anche perché abbia fine al più presto la sofferenza del nostro popolo.

 

Il Dalai Lama, Dharamsala, 10 marzo 2002

 

 

COMUNICAZIONI

 

Iniziazione di Kalachakra a Graz

Su invito ufficiale del sindaco della città, Sua Santità il Dalai Lama conferirà a Graz (Austria), dall’ 11 al 23 ottobre 2002, l’iniziazione di Kalachakra per la Pace nel Mondo. Per maggiori informazioni e per effettuare la registrazione personale di partecipazione all’evento, potete visitare il sito web

 

www.kalachakra-graz.at

 

"Punti di vista" : la nuova rubrica di Tibet News

A cominciare dal prossimo numero, Tibet News Italia sarà lieta di pubblicare le vostre lettere che vi preghiamo di inviare, complete di firma e indirizzo del mittente, a:

 

Tibet News Italia

c/o Associazione Italia-Tibet

Via Pinturicchio 25

20133 Milano

 

 

Rinnoviamo in Euro!

Ricordiamo ai lettori che l’Associazione ha convertito nella nuova moneta l’ammontare delle quote associative e dell’abbonamento al bollettino. Ecco i nuovi importi:

 

Quote associative:

ordinario € 40.00

studenti o famigliari di soci € 25.00

sostenitore € 100.00

benemerito € 300.00

 

Abbonamento bollettino € 20.00

 

 

 

 

Napoli, 18 aprile 2002. Una giornata di solidarietà per il Tibet è stata organizzata a Napoli con la presentazione dell’anteprima assoluta di "Samsara", il primo lungometraggio del regista indiano Pan Nalin, coprodotto dall’italiana Fandango di Domenico Procacci, presente all’evento, e dalla tedesca Pandora. Nel corso della stessa serata si è tenuta la presentazione del libro "La Prigioniera di Lhasa", di Philippe Broussard e Danielle Lang, pubblicato dalla sezione editoriale della Fandango, all’interno della collana "Documenti". Alla manifestazione, organizzata in collaborazione con Amnesty International, hanno preso parte Luciano Stella, i giornalisti Anais Ginori e Renata Pisu, e la traduttrice del libro, Maddalena Madamma. In rappresentanza dell’Associazione Italia-Tibet era presente il socio prof. Antonio Virgili.

 

Velo d’Astico (Vicenza), 10 maggio 2002. Con la proiezione del film "Il mio Tibet", di Piero Verni e Karma Chukey, si è conclusa la rassegna dedicata all’Himalaya organizzata da Stefania Marchesini e ospitata all’interno della Biblioteca di Velo. Nel corso della serata si è parlato del lavoro dell’Associazione Italia-Tibet e di Amnesty International. E’ stata inoltre sottolineata e promossa l’importanza delle adozioni a distanza ed è proseguita la raccolta di firme per la scarcerazione della monaca Ngawang Sangdrol.

 

Concorezzo (Milano), 10 maggio 2002. Con una serata dedicata al Tibet si è concluso, presso la locale Biblioteca comunale, il ciclo di conferenze sul tema della violazione dei diritti umani nel mondo organizzato dal Centro Culturale Giovanile di Concorezzo (MI). Agli incontri hanno partecipato, tra gli altri, Amnesty International, Emergency e molte associazioni di volontariato. Alla presenza di un folto pubblico di giovani, Nanni Ribaldone, in rappresentanza dell’Associazione Italia-Tibet, ha parlato della situazione sul Tetto del Mondo e ha introdotto la proiezione del video di Vanja Kewley "Tibet, un caso cui dare risposta". E’ seguito un interessante dibattito.

 

Como, 3 giugno 2002. Presso gli studi televisivi della Espansione TV di Como, è stata registrata un’intervista a Nanni Ribaldone sull’attuale situazione politica del Tibet e le possibili prospettive. L’intervista costituiva l’introduzione ad una lunga conversazione con il lama tibetano Kelsang Rinpoche che ha trattato gli aspetti cruciale della cultura tibetana e il rischio della sua estinzione.

 

 

AZIONE URGENTE

 

Apprendiamo che tredici tibetani, tra cui due profughi arrestati recentemente e un neonato venuto alla luce in carcere, sono stati arrestati e condannati a dieci anni di prigione sotto l’accusa di essere entrati e/o soggiornare in Nepal illegalmente.

Invitiamo i soci a partecipare alla campagna fax lanciata internazionalmente a favore della liberazione dei dieci detenuti, inviando un messaggio fax alle personalità nepalesi di cui forniamo i nominativi e i rispettivi numeri di contatto. Pubblichiamo inoltre il testo del fax , in lingua inglese, pronto per essere inviato.

 

Destinatari del fax

 

The Royal Palace of the Kingdom of Nepal
Their Majesty King Gyanendra and Queen Komal
[Salutation]: Your Excellencies
Fax: +977-1-228515

Office of the Prime Minister
Prime Minister Sher Bahadur Deuba
[Salutation]: Honorable Prime Minister Deuba
Fax: +977-1-228 286

Ministry of Home Affairs
Right Honorable Home Minister Kum Bahadur Khadka
Fax: +977-1-240942 or +977-1-225156
[Salutation]: Minister Khadka
Email Action!

Ministry of Home Affairs, Department of Jail Administration
Director General
Fax: +977-1-227186 or +977-1-225156
[Salutation]: Director General
Email Action!

United Nations High Commissioner for Refugees
Representative Michel Dupoizat
Fax: +977-1-412853 or +977-1-414989
[Salutation]: Representative Dupoizat
Email Action!

Testo del fax


[Salutation],
I am deeply concerned about the arrest and jailing of thirteen Tibetans, including a four month old baby. I am writing to you to respectfully ask for their immediate and unconditional release.

Sangye Dhondup, Lobsang Dorje, Ms. Tsering Yangzom, Tenzin Dhondup, Ms. Sheri Tso, Dojree Tashi, Dukar, Ms. Tsephel, Venerable Sonam Lama, Venerable Sechya Lama, Venerable Choeyang Dorje and Mr. Palden Gyatso are being held in Dili Bazaar jail as illegal aliens. Venerable Heruka is being held at Khar Guard jail on the same charge.


Also, Tsering Yangzom and her four-month-old baby Tenzin Dhondup should be released immediately on humanitarian grounds into the care of the United Nations High Commissioner for Refugees.

I ask you to use your influence to ensure that the Ministry of Home Affairs, Department of Immigration, and Nepalese police hand over to the UNHCR any Tibetans who they detain or arrest. Thank you for your immediate attention to this matter.

Sincerely,

[Firma]

 

 

P. Broussard, D. Laeng, La Prigioniera di Lhasa, Fandango Libri, Roma 2002, pag. 188, Euro 15. La storia di Ngawang Sangdrol, la monaca buddista di 23 anni che sta scontando, nella capitale tibetana, una condanna a ventidue anni di carcere per aver osato contestare l’occupazione del suo paese da parte dei cinesi. La biografia, basata su testimonianze inedite di amici ed ex compagne di prigione, è un documento di rara forza che scava a fondo nelle pieghe della controversa realtà del Tibet: è la storia di un popolo che si incarna nell’esistenza di una donna fuori dal comune, amante della libertà, coraggiosa fino a sfiorare la morte. In appendice, una nota di Paolo Pobbiati, coordinatore Tibet di Amnesty International.

Dalai Lama, I consigli del cuore, Mondadori, Milano 2002, pag. 172, Euro 14.80. Una serie di brevi riflessioni che il Dalai Lama rivolge a ogni uomo e a ogni donna secondo la sua età, il suo stato d’animo, la sua particolare situazione e il suo ruolo nella società: ai giovani e agli adulti, a chi ha famiglia e ai single, a chi vive nell’abbondanza e a chi si trova nell’indigenza, a chi fa la guerra, a chi è felice e a chi è infelice, a chi è travolto da una passione e a chi soffre di solitudine…Una sorta di piccola guida in cui ognuno potrà trovare la pagina in cui riconoscersi e il "consiglio" di un maestro che, con parole semplici e dirette, entra nella quotidianità delle nostre vite.

Gilles Van Grasdorff, La Favolosa Evasione del Piccolo Buddha, Il Punto d’Incontro, Vicenza 2002, pag. 189, Euro 14. La rocambolesca fuga dal Tibet di Ugyen Trinley Dorjee, il 17° Karmapa, che, il 28 dicembre 1999, eludendo la stretta sorveglianza cinese, lasciò il monastero di Tsurphu per raggiungere Dharamsala, in India. Un resoconto poetico e avvincente che descrive la vita del giovanissimo "tulku" e narra l’epopea della resistenza tibetana sul "Tetto del Mondo".

Cinema

"Samsara" I tibetani sono i protagonisti di questa storia ma, per una volta, non si parla di invasione, soprusi e violazioni dei diritti umani. Il protagonista, un giovane monaco, dopo aver completato un lungo e difficile periodo di ritiro spirituale, sente, prepotente, il richiamo dei sensi e decide di lasciare il monastero e prendere moglie. Primo lungometraggio del regista indiano Pan Nalin, il film è ambientato tra gli stupendi scenari naturali del Ladak.

E’ uscito a maggio negli Stati Uniti il film "The Shadow Circus: the CIA in Tibet", che rivela un aspetto poco conosciuto della recente storia del Tibet: la guerriglia che i tibetani combatterono, con l’ appoggio della CIA, contro le forze di invasione cinesi. Troverete informazioni sul film e le vicende in esso narrate presso il sito:

www.naatanet.org/shadowcircus

 

La nostra home page

Ricordiamo che la nostra Associazione ha un sito Web. Visitateci all’indirizzo: http://www.italiatibet.org

 

 

Collana Tibet - Sperling & Kupfer

 

 

In libreria

 

 

Dalai Lama, Parole dal Cuore, pag. 192, £. 28.500, un prezioso messaggio di fiducia e speranza costituisce il nucleo di queste «lezioni», tenute dal Dalai Lama a New York. Concetti semplici e chiari che scaturiscono dal cuore di Sua Santità e raggiungono direttamente quello del lettore. Parole che indicano nell'apertura mentale e nell'assenza di pregiudizi la via per raggiungere la serenità interiore e la pace nel mondo. Abituati come siamo a tendere unicamente al nostro benessere individuale ci dimentichiamo che non solo la felicità, ma la nostra stessa esistenza dipendono dalla cooperazione di un infinito numero di persone. I problemi nascono quando si nega tale interdipendenza globale e si traccia una linea di demarcazione tra «noi» e «loro». Questa è la causa di ingiustizie sociali, guerre, degrado ambientale e anche dell’incapacità di sperimentare nella vita quotidiana l'amore e l'amicizia, ricchezze alla portata di tutti coloro in grado di aprire la mente e il cuore alla calma interiore e alla compassione. Oggi più che mai attuali, le parole del Dalai Lama ci aiutano a comprendere come l'«altro» non sia una minaccia ai nostri valori o un nemico da sconfiggere, ma un’occasione di confronto e di crescita.

 

Tulku Thondup, L’Arte di Curarsi con la Mente, pag. 243, £. 29.000, uno dei testi più chiari ed esaurienti per conoscere le tecniche di guarigione buddiste in rapporto con le pratiche meditative e spirituali. Rivelandoci i metodi pratici e concreti con cui la tradizione tibetana affronta il problema della salute sia fisica sia mentale, Tulku Thondup conduce anche il lettore attraverso alcuni degli aspetti principali della civiltà e della tradizione del Tibet.

 

Tenzin Chödrak, Il Palazzo degli Arcobaleni, pag. 382, £. 28.500.

Un libro esemplare che degnamente celebra i due anni della collana &