TIBET NEWS ITALIA - 34

Primavera - Estate 2001

INDICE

 

INTERVISTA A Jamyang Norbu

Jamyang Norbu è forse il più interessante esponente del mondo intellettuale dell’esilio tibetano. Da giovanissimo fece parte dei gruppi della guerriglia tibetana operanti in Mustang. Poi si trasferì a Dharamsala dove iniziò una fruttuosa carriere di scrittore e saggista (il suo romanzo "Il Mandala di Sherlock Holmes" è stato recentemente insignito del prestigioso premio Crossword Book Award 2000 per il migliore romanzo indiano in lingua inglese). E’ uno degli animatori del gruppo "Rangzen Alliance" che sta riscuotendo un crescente successo nel mondo tibetano. Piero Verni ha intervistato Jamyang Norbu a Venezia, il 7 maggio 2001, in occasione del Convegno sul Teatro tibetano organizzato dalla Fondazione Cini di cui Jamyang Norbu era uno dei principali relatori.

 

Ci può spiegare brevemente i caratteri generali dell’azione e delle finalità di Rangzen Alliance?

E’ molto semplice, la Rangzen Alliance è un organismo internazionale formato da professionisti tibetani, molti dei suoi animatori sono avvocati, da intellettuali e gente comune, accomunati dall’idea che la lotta per l’indipendenza del Tibet non debba essere abbandonata, né adesso né mai. Ma si deve capire bene cosa intendiamo con questo. Non si tratta di una sorta di nazionalismo esasperato. Bensì di una constatazione della effettiva realtà cinese. Se guardiamo con realismo alla situazione, non possiamo non vedere che l’unica soluzione possibile è l’indipendenza del Tibet, non esiste alcuna possibilità di una via mediana, non potrebbe proprio funzionare... dobbiamo prendere atto che, nonostante il Dalai Lama abbia proposto ai cinesi delle soluzioni moderate, non ha ottenuto alcuna risposta... non è accaduto proprio niente. Quando si tratta con un regime autoritario e totalitario come quello cinese non ci sono, non ci possono essere, mezze misure. Non esiste possibilità di compromesso. Non perché noi non vogliamo compromessi, ma perché non li vogliono loro. Lo stesso governo cinese non può fare compromessi. In un certo senso sono prigionieri della loro ideologia e della loro storia. Non possono permettersi aperture perché hanno paura di perdere tutto il loro potere.

 

Gli amici stranieri del popolo tibetano, possono in qualche modo aiutare il lavoro della Rangzen Alliance?

Beh, intanto possono diventare nostri sostenitori... noi abbiamo dei membri non tibetani, fondamentalmente il nostro gruppo si basa sulle adesioni di privati cittadini e nel prossimo novembre terremo un incontro internazionale a New York. Certo il nucleo centrale dell’organizzazione deve essere composto da tibetani ma c’è la possibilità per degli stranieri di unirsi a noi e di darci il loro aiuto sincero. Abbiamo bisogno di persone che lavorino, che producano idee e da questo punto di vista non importa se uno è occidentale o tibetano. L’importante è che creda nella libertà, nella democrazia, nella giustizia. Persone del genere sono le benvenute all’interno della Rangzen Alliance. Lavoriamo già con persone come Peter Brown, il professor Elliot Sperling... persone sensibili, intelligenti, preparate. Niente a che vedere con sognatori New Age. Gente che crede sia possibile ottenere qualcosa di concreto per il popolo tibetano e che lo si possa ottenere lavorando in questo modo, anche se al momento potrebbe sembrare che il nostro lavoro sia molto modesto o addirittura insignificante. In realtà è l’unico modo per procedere, costruire un’organizzazione di gente che creda nella possibilità di raggiungere i suoi scopi. Del resto i primi gruppi di lavoro del Partito Comunista Cinese che si riunivano negli anni ‘20 a Shangai erano composti da un pugno di militanti. Comunque al momento abbiamo con noi un personaggio di grande rilievo e statura, Takster Rimpoché, uno dei fratelli del Dalai Lama che è stato a lungo docente universitario negli U.S.A. Poi, come ho detto abbiamo numerosi avvocati e professionisti tibetani, tra cui anche il nipote di Shakabpa (il principale storico tibetano moderno scomparso alcuni anni or sono e autore della monumentale "Political History of Tibet") lavora con noi ed anche lui è uno storico promettente. E poi abbiamo molti giovani, gente che crede sinceramente nella bontà della lotta per l’indipendenza.

 

A proposito di giovani, ci può parlare del suo lavoro negli Stati Uniti con gli "Students for a Free Tibet"? Mi sembra che abbia con loro uno stretto rapporto di collaborazione politica.

Sì, però deve tener presente che io non sono essenzialmente un attivista, non sono quel genere di persona. Il mio contributo alla causa del Tibet è composto fondamentalmente da idee. Loro avevano bisogno di comprendere bene cosa significasse lottare per l’indipendenza del Tibet, avevano bisogno che qualcuno gli spiegasse i termini esatti della questione. Io ho fatto la mia parte a questo riguardo e adesso ritengo che gli "Students for a Free Tibet" abbiano le idee più chiare. Sanno cosa vuole la grande maggioranza del popolo tibetano, che chiede la completa indipendenza dalla Cina. Quando parlo di tibetani, mi riferisco a quelle persone che scendono in piazza a Lhasa e non chiedono l’autonomia... non lottano per l’autonomia, ma per l’indipendenza... e in un certo senso gli "Students for a Free Tibet" vogliono raccogliere quelle grida. Ho parlato a lungo a quegli studenti americani e ho cercato loro di spiegare le idee che animano la nostra lotta. Perché la richiesta di indipendenza sia quella giusta... che non si tratta della richiesta di un pugno di ultranazionalisti fanatici. Che non ha niente a che vedere con il nazionalismo dei serbi, ad esempio. I tibetani non sono mai stati responsabili, e mai lo saranno, di pulizie etniche o cose del genere. Noi sosteniamo solamente il diritto a vivere liberamente e in pace nel nostro paese.

 

Le idee che ci ha brevemente espresso in questa intervista sono esposte in maniera articolata nel suo libro "Rangzen Charter" in cui chiede accoratamente al popolo tibetano di non rinunciare alla lotta per l’indipendenza. Ma cosa pensa della posizione del Dalai Lama che invece continua a ripetere che il suo obiettivo non è la separazione del Tibet dalla Cina ma una "genuina autonomia"?

Lei sa che io, che tutti noi, abbiamo un profondo rispetto per Sua Santità il Dalai Lama. Però penso che in un certo senso quello che lui propone è il pensiero di un monaco buddista che possiede anche una visione universale delle cose e una mentalità estremamente aperta. E questo fa una grande differenza. Ma quando io, quando noi, parliamo di indipendenza, parliamo come tibetani. Persone normali che hanno bisogno di vivere nella loro terra. Siamo essere umani con i loro istinti e i loro bisogni. Se tu sei un monaco, il mondo intero è il tuo scenario. Va bene, stai diffondendo il Buddismo, puoi vivere ovunque ad esempio in un centro di Dharma in California... o da qualsiasi altra parte. Ma la gente comune, i tibetani normali hanno bisogno della loro terra. Senza di essa non possono nemmeno avere la loro cultura, senza di essa stiamo perdendo degli aspetti importanti della nostra cultura. E la cultura tibetana è particolarmente legata al suo ambiente naturale. Da un punto di vista molto elevato, sicuramente Sua Santità ha ragione. Il mondo dovrebbe essere un’ unica casa in cui tutta la gente di questo pianeta dovrebbe amarsi reciprocamente. Ma fino a quando le cose non staranno così, io voglio indietro il mio paese. Fino a quando il mondo sarà composto di nazioni, credo che sia un inalienabile diritto dei tibetani avere la loro. Ne abbiamo diritto come tutti gli altri.

 

Che consigli si sente di dare all’azione dei Tibet Support Groups in occidente?

Io penso che i Tibet Support Group stiano svolgendo un lavoro veramente importante. Ma forse non riescono ad esprimere tutte le loro potenzialità, le loro capacità. E in linea di massima non è colpa loro. Il problema risiede all’interno della leadership tibetana, della comunità tibetana in esilio dove c’è confusione su quelli che devono essere i nostri scopi ed obbiettivi. Credo che sia importante che i sostenitori della causa tibetana domandino alla leadership tibetana e anche allo stesso Dalai Lama di chiarificare la loro politica... cosa vogliono veramente... perché il Dalai Lama chiede l’autonomia ma la gente scende nelle strade a chiedere l’indipendenza. Cosa sta succedendo veramente? Più volte il Dalai Lama ha detto di non chiedere l’indipendenza, ma poi la gente urla "Via i cinesi dal Tibet", "Tibet libero" e così via. La gente è confusa e non la si può biasimare per questo. La cosa importante è dare indicazioni chiari e non messaggi New Age del tipo di "pace, amore" e cose del genere. Non perché noi siamo contro la pace e l’amore ma perché la lotta politica non si fa così. La gente dovrebbe dire chiaramente al Dalai Lama che esiste un certo tipo di realtà. Ovviamente Sua Santità ne è consapevole, ma questa realtà chiede che il problema tibetano, la politica tibetana non possa essere portata avanti in modo spontaneista... deve invece avere un certo livello di organizzazione. I nostri amici occidentali devono confrontarsi con tutti i punti di vista del mondo tibetano... devono comprendere che non esistono solo le posizioni del Dalai Lama... ci sono molte voci che in un certo senso sono più deboli ma che hanno lo stesso diritto di essere ascoltate e discusse. E’ importante considerare il Tibet come una nazione e non solo come il Dalai Lama. Io so che per amore del Dalai Lama, cosa che posso capire bene, vedono solo lui e pensano che tutti gli altri tibetani non siano importanti. ma questa è una sciocchezza. Certo il Dalai Lama è una grandissima persona ma esistono anche sei milioni di tibetani che non devono essere dimenticati.

 

In effetti questo atteggiamento ricorda paradossalmente quello cinese che si rifiuta di ammettere l’esistenza di una questione tibetana, ostinandosi a voler discutere solo la condizione del Dalai Lama...

E’ vero, sembra paradossale ma è così. Comunque credo che sia importante che i Tibet Support Group comprendano quello che vogliamo dire ... non pretendo che condividano le nostre posizioni ma che concordino sul fatto che abbiamo il diritto di esprimerle anche quando non coincidono con quelle del Dalai Lama e del suo governo in esilio. Questa è democrazia.

Specialmente alla luce del fatto che a tredici anni dalla Proposta di Strasburgo, non solo la posizione del Dalai Lama non ha ricevuto la benché minima risposta positiva da parte dei cinesi ma, come Sua Santità ha più volte ricordato, la situazione in Tibet è andata sempre peggiorando, raggiungendo in certi casi livelli da Rivoluzione Culturale... e purtroppo non solo in Tibet. E’ sotto gli occhi di tutti come Pechino si comporti con qualsiasi gruppo etnico, politico o religioso che tenta di manifestare il proprio dissenso. Dagli uighuri ai mongoli, dai membri della Falun Gong ai dissidenti.

Quello che vorrei dire ai nostri amici occidentali, anche se non sono un esperto di cose cinesi -un sinologo in senso accademico- è che il governo di Pechino ha sempre delle reazioni paranoiche nei confronti dei suoi critici. In questo senso l’India è molto più matura. A Delhi si possono svolgere centinaia di manifestazioni senza che questo causi alcun problema. Potresti avere 20 Falun Gong e a nessuno verrebbe in mente di sopprimerle. In Cina invece, nonostante cerchino di apparire presentabili alle nazioni occidentali, ogni minimo dissenso è duramente represso. E questo è un segno di debolezza. Certo non sto dicendo che la Cina sia sull’orlo del collasso ma che non è quel gigante d’acciaio che molti credono... che ci sono delle condizioni per un suo indebolimento significativo. Anche a livello economico la situazione, sotto molti aspetti, è veramente difficile. La corruzione ha raggiunto livelli inimmaginabili... non possiamo dire con certezza cosa avverrà ma si possono vedere con chiarezza i segni di una tensione crescente *... e dobbiamo saper cogliere questa opportunità. La gente, i nostri amici e sostenitori, devono comprendere che nessun governo estero libererà il Tibet ma che lo potrà fare solo la lotta del popolo tibetano, dentro e fuori il Tibet. E tutti, tibetani e amici del popolo tibetano, devono poter essere liberi di organizzarsi in questa prospettiva.

(intervista a cura di Piero Verni)

* Il 2 giugno 2001, pochi giorni dopo questa intervista con Jamyang Norbu, veniva reso pubblico un documento interno del Partito Comunista Cinese in cui si affermava testualmente che in Cina "l’insieme di proteste collettive e di incidenti causati da conflitti etnici, tensioni economiche e religiose è estremamente preoccupante e le relazioni tra il Partito e le masse sono tese e difficili. Ed esiste il concreto pericolo dell’esplosione di seri conflitti".

 

NOTIZIE

GIORNATA MONDIALE DI PROTESTA CONTRO BP AMOCO

Washington, 15 febbraio 2001. Esponenti di organizzazioni a difesa dei diritti umani, di gruppi ambientalisti e sostenitori della causa tibetana hanno dato vita, in venti importanti città tra cui Londra, Parigi, Washington e New York, a manifestazioni di protesta contro la compagnia inglese BP Amoco. I dimostranti hanno chiesto ai dirigenti del gigante petrolifero di vendere le azioni della compagnia cinese PetroChina acquistate lo scorso anno con una spesa di 578 milioni di sterline. Grazie a questo investimento, BP possiede il 2,2% delle azioni di PetroChina (che appartiene per il 90% alla compagnia petrolifera statale cinese "China National Petroleum Corporation") ed è di fatto il maggiore azionista straniero della compagnia cinese, impegnata nella costruzione di due metanodotti di cui uno, lungo 953 chilometri, porterà il gas dai giacimenti naturali di Sebei (nella regione del Quinghai) fino a Xining per poi proseguire verso Lanzhou.

I giacimenti e il gasdotto si trovano al di fuori dell’attuale Regione Autonoma Tibetana ma si collocano nella parte nord orientale del territorio tibetano così come si configurava prima dell’invasione cinese del 1950. "I tibetani temono che lo sfruttamento delle risorse di gas e petrolio dell’altopiano asiatico favorisca il consolidamento del controllo e dell’occupazione cinese del Tibet", ha dichiarato Bhuchung Tsering, direttore di International Campaign for Tibet. Allo stesso tempo, le organizzazioni operanti nel campo dei diritti umani contestano l’acquisto delle azioni di PetroChina da parte di BP Amoco a causa della stretta affiliazione di PetroChina con China National Petroleum Corporation, impegnata nella costruzione di un oleodotto in Sudan e considerata la finanziatrice della dura campagna condotta dal governo militare sudanese contro le minoranze etniche e religiose nella parte meridionale del paese.

Nel tentativo di allentare la crescente tensione, il 5 febbraio 2001, Richard Caborn, ministro del commercio britannico, aveva reso noto di aver sollevato il problema con la sua controparte cinese, il ministro Shi Guangsheng, e di avere avuto da quest’ultimo incoraggianti rassicurazioni circa la volontà del governo di Pechino di effettuare degli studi sugli impatti ambientali e sociali derivanti dall’attuazione dei progetti in corso pur nel totale rifiuto di ogni compromesso sul piano politico. Nel sottolineare invece la natura strettamente politica della questione, Alison Reynolds, direttrice di "Free Tibet Campaign"(UK), aveva per l’occasione ribadito la volontà di presentare, nel corso della prossima assemblea BP, il 19 aprile, una risoluzione firmata da oltre cento azionisti in cui si chiede alla compagnia petrolifera inglese di recedere dai suoi investimenti in PetroChina. u

LHASA: CAMPAGNA ANTIRELIGIOSA NELLE SCUOLE TIBETANE

Londra, 20 febbraio 2001. Il gruppo di informazione londinese Tibet Information Network ha reso noto che a Lhasa le autorità scolastiche ostacolano in ogni modo la pratica della religione da parte dei bambini in età compresa tra i sette e i tredici anni. Si è appreso infatti da fonti tibetane che insegnanti e presidi definiscono la pratica del buddismo "un comportamento retrogrado" e un ostacolo al progresso. I bambini sono invece incoraggiati a coltivare l’amore per il comunismo e il socialismo e a sviluppare sentimenti di devozione e lealtà per la madrepatria. In alcune scuole, le autorità scolastiche hanno sequestrato ai giovani studenti i caratteristici "cordini di protezione" (srung mdud, in lingua tibetana) e li hanno tagliati o bruciati di fronte a tutta la classe. Secondo un’altra testimonianza, i bambini sorpresi a indossare i cordini di protezione sono espulsi dalla scuola o pubblicamente sbeffeggiati. La "Campagna di Educazione Patriottica" è iniziata in Tibet nel 1996. Un editoriale pubblicato dal quotidiano Tibet Daily il giorno 4 luglio 2000 asseriva che i bambini devono essere educati nell’ateismo per "preservarli dalla cattiva influenza della religione".

Alla luce di queste notizie, assume particolare rilevanza la risoluzione contro la repressione religiosa in Cina e Tibet approvata dal Parlamento Europeo in data 15 febbraio 2001. Il documento, che dedica uno specifico articolo alla minaccia di estinzione dell’eredità religiosa, culturale e nazionale del popolo tibetano attuata dalla Cina, invita gli stati membri a presentare alla Commissione Diritti Umani delle Nazioni Unite una risoluzione contro "le violazioni dei diritti religiosi, in particolare quelli diretti contro i monaci tibetani e mongoli, contro alcune chiese cattoliche e comunità mussulmane e contro il movimento Falun Gong". u

DELEGAZIONE CIO IN VISITA A PECHINO

Pechino, 20 febbraio 2001. Pechino ha accolto con grande dispiego di mezzi i diciassette membri del Comitato Olimpico Internazionale (CIO.) arrivati nella capitale cinese per verificare l’effettiva esistenza delle condizioni favorevoli all’assegnazione alla città dei Giochi Olimpici del 2008. Ai componenti la delegazione, "assolutamente sorpresi" dalla grandiosità dell’accoglienza, il sindaco di Pechino ha dichiarato che la città è pronta ad ospitare i Giochi e che oltre il 90% dei cinesi desidera questo privilegio. Nel frattempo, poco distante, la Piazza Tien An Men era rigorosamente presidiata per evitare ogni possibile manifestazione di protesta. Il Comitato Olimpico Internazionale designerà il prossimo 13 luglio, a Mosca, la sede delle Olimpiadi del 2008. Le città in lizza sono, oltre a Pechino, Osaka, Toronto, Parigi e Istambul. Dopo aver perso l’assegnazione dei Giochi dell’anno 2000 (svoltisi a Sidney), la Cina si è nuovamente candidata ed è considerata tra le favorite sia a causa delle 28 medaglie d’oro vinte in Australia sia per l’alto profilo delle sue campagne antidoping. Inoltre, l’Asia ha ospitato i Giochi Olimpici solo in due occasioni: a Tokio, nel 1964, e a Seul, nel 1988.

Molto sconcerto hanno suscitato le dichiarazioni di Hein Verbruggen, capo della delegazione olimpica in visita a Pechino, il quale, a fronte delle richieste a lui avanzate da molti gruppi operanti a difesa dei diritti umani, ha reso noto che compito dei delegati era solo una valutazione tecnico-sportiva della situazione esistente a Pechino e che ogni considerazione di carattere politico era lasciata ai singoli membri.

Alla luce di queste considerazioni, diverse organizzazioni, tra le quali "Students for a Free Tibet" e "Human Rights in China", hanno deciso di dare vita ad una campagna di sensibilizzazione, a livello mondiale, dei componenti il Comitato Olimpico perché a Pechino non venga riconosciuto l’onore di ospitare i Giochi.

Anche l’Associazione Italia-Tibet ha aderito a questa campagna. u

MUORE UNA MONACA NELLA PRIGIONE DI DRAPCHI

Dharamsala, 27 febbraio 2001. Il Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia ha dato notizia della morte della monaca Ngawang Lochoe, detenuta nella prigione di Drapchi. La giovane religiosa era stata arrestata assieme a cinque consorelle per aver partecipato, il 14 maggio 1992, ad una dimostrazione pacifica nella città di Lhasa. Accusata di "attività controrivoluzionaria e propaganda", Lochoe, appena diciannovenne, fu condannata a cinque anni di carcere e trasferita nella prigione di Drapchi dopo essere stata sottoposta a brutali interrogatori presso il centro di detenzione di Gutsa. Nel giugno 1993 la sua pena era stata raddoppiata dopo che, assieme ad altre tredici compagne, era stata sorpresa a registrare su nastro alcune canzoni patriottiche e messaggi per amici e famigliari. Le cause della morte della giovane monaca, mancata poche ore dopo un improvviso ricovero all’ospedale della prigione, non sono state rese note ma, secondo alcune testimonianze, sembra che Lochoe fosse in buona salute. u

GLI USA A GINEVRA: RISOLUZIONE DI CONDANNA ALLA CINA

Washington, 27 febbraio 2001. La Casa Bianca ha ufficialmente confermato la notizia che gli Stati Uniti presenteranno una risoluzione di condanna della Cina in occasione della riunione della Commissione Diritti Umani delle Nazioni Unite che si riunirà in 57° sessione a Ginevra a partire dal prossimo mese di marzo. La decisione, definita "giusta"dal presidente Bush, è giunta al termine di lunghe pressioni da parte di Senatori e Deputati sia repubblicani sia democratici nonché da parte di numerosi esponenti della dissidenza cinese in esilio. Da parte sua, Pechino ha fatto sapere che gli stati occidentali che chiedono una risoluzione di condanna della Cina per violazione dei diritti umani dovrebbero "trarre una lezione dai ripetuti fallimenti degli anni passati". Nel corso di una conferenza stampa, il portavoce del ministero degli esteri, Zhu Bangzao, ha inoltre duramente criticato la ventilata decisione di porre il movimento Falun Gong nella rosa dei candidati al prossimo Premio Nobel per la Pace. u

HU JINTAO: MANIERE FORTI CONTRO IL SEPARATISMO IN TIBET

Pechino, 5 marzo 2001. Rivolgendosi a un gruppo di giuristi nel corso di una riunione del Congresso Nazionale del Popolo, il parlamento cinese, il vice presidente Hu Jintao ha affermato che Pechino si opporrà duramente ad ogni forma di separatismo e di attività religiosa "illegale" in Tibet. Secondo quanto riportato dall’agenzia Xinhua, Hu, considerato il probabile successore di Jiang Zemin, ha dichiarato che soltanto una dura repressione delle attività separatiste e l’intensificazio-ne dell’educazione patriottica dei giovani riusciranno a garantire la stabilità nella regione. "Mentre le attività religiose legali e gli interessi dei gruppi religiosi saranno protetti" – ha specificato Hu – "le attività illegali condotte sotto la copertura della religione saranno fermamente impedite e punite secondo la legge". Ha inoltre affermato che la Cina intensificherà lo sviluppo economico del Tibet al fine di rafforzare l’unità etnica e mantenere l’unità della madrepatria.

Il giorno 8 marzo 2001 si è avuta inoltre notizia di un importante "summit" convocato nel corso del mese di febbraio da Jiang Zemin. Agli oltre duemila alti funzionari del partito comunista riuniti in seduta straordinaria, a porte chiuse, il presidente ha ribadito l’assoluta unità del partito circa due importanti questioni: la dura campagna contro il movimento Falun Gong e la correttezza della decisione di far intervenire l’esercito contro i dimostranti di Piazza Tien An Men, nel 1989. Jiang ha dichiarato che le potenze occidentali cercano di strumentalizzare Falun Gong e Tien An Men per dividere il partito in vista del rinnovo delle massime cariche, nell’anno 2002. u

10 MARZO: MISURE DI SICUREZZA A LHASA

Lhasa, 10 marzo 2001. In occasione del 42° anniversario dell’insurre-zione nazionale tibetana contro l’occupazione cinese, eccezionali misure di sicurezza sono state prese a Lhasa. Le forze di polizia sono state rinforzate, soprattutto nelle vicinanze dei monasteri, al fine di prevenire e scoraggiare ogni forma di protesta mentre la popolazione è stata invitata a non lasciare le proprie abitazioni e a non prendere parte ad alcuna celebrazione religiosa o culturale. Nei tre più importanti monasteri, Ganden, Sera e Drepung, sono state consentite solo le attività religiose specificamente stabilite dal Dipartimento per gli Affari Religiosi del governo della Regione Autonoma che ha inviato in loco alcuni emissari con il compito di controllare l’adem-pienza alle disposizioni.

 

Tibet Information Network ha inoltre fatto sapere che il cinque marzo le autorità di Lhasa, assieme ai rappresentanti del Dipartimento della Giustizia e ai responsabili delle carceri, hanno indetto una riunione alla quale sono stati chiamati a partecipare gli ex prigionieri politici e i loro famigliari. Nel corso dell’incontro è stato loro ordinato, tra l’altro, di non ascoltare le trasmissioni radio straniere e di combattere ogni forma di attività antistatale.

Come di consueto, l’anniversario dell’insurrezione tibetana è stato celebrato in tutto il mondo. A Dharamsala il Dalai Lama è intervenuto alla cerimonia svoltasi nel tempio principale della capitale del Tibet in esilio e ha rivolto al suo popolo il tradizionale discorso di cui riportiamo la traduzione integrale a pagina 16. In Europa, oltre tremila persone tra tibetani e loro sostenitori hanno partecipato, a Vienna, alla Marcia Europea per la Libertà del Tibet. Analoghe manifestazioni si sono svolte a Washington, New York, Sydney, Alberta, Budapest, Tokyo, S. Pietroburgo e Mosca. u

PECHINO: "ANCORA APERTA" LA COMUNICAZIONE CON IL DALAI LAMA

Pechino, 14 marzo 2001. Nel corso di una conferenza stampa, il capo del Partito Comunista nella Regione Autonoma Tibetana, Raidi, ha dichiarato che sebbene il Dalai Lama sia strumentalizzato da "forze ostili" occidentali, capeggiate dagli Stati Uniti, esistono da almeno vent’anni possibili canali di comunicazione. Raidi ha inoltre affermato che questi contatti e gli eventuali negoziati sono una questione interna della Cina e, dopo avere confermato, senza entrare in dettagli, lo scambio di comunicazioni avvenute lo scorso anno con il fratello del Dalai Lama, ha ribadito le condizioni di Pechino per l’inizio di un dialogo con il leader tibetano. Le parole di Raidi seguono di qualche giorno quelle del Dalai Lama che, nel suo discorso di commemorazione dell’anniversario dell’insurrezione di Lhasa, aveva rilanciato l’ipotesi di un referendum tra i tibetani per decidere del loro futuro e aveva denunciato la mancanza di una concreta volontà di Pechino volta alla risoluzione della questione tibetana. Il capo del Partito nella regione Autonoma ha inoltre criticato l’imminente visita del Dalai Lama a Taiwan: "Taiwan e il Tibet sono parte inalienabile della Cina" – ha dichiarato – "(…) Il governo centrale non ha mai riconosciuto il governo tibetano in esilio e si oppone fermamente a qualsiasi collusione tra le forze indipendentiste taiwanesi e tibetane nonché ai loro tentativi di sabotare l’unità etnica e la riunificazione della madrepatria". u

INIZIATI I LAVORI DELLA COMMISSIONE ONU SUI DIRITTI UMANI

Ginevra, 19 marzo 2001. Sono iniziati a Ginevra i lavori della 57° sessione della Commissione ONU per i Diritti Umani nel corso della quale, come annunciato, gli Stati Uniti presenteranno una risoluzione di condanna della Cina per le reiterate violazioni dei diritti fondamentali perpetrate all’interno del paese, con particolare riguardo agli appartenenti al movimento Falun Gong e al Tibet. Mentre alcuni gruppi operanti nel settore dei diritti umani mettono in discussione la capacità se non l’effettiva volontà di Washington di trovare altri partner disposti a fare propria e ad adottare, assieme agli Stati Uniti, la risoluzione, la Cina, come per il passato, cercherà di bloccare la discussione e la conseguente votazione della risoluzione presentando l’ormai nota "mozione di non azione". Nel frattempo, il Consiglio per gli Affari Generali dell’Unione Europea pur condannando la pesante repressione in atto in Tibet e pur dichiarandosi preoccupato per le violazioni delle libertà fondamentali in Cina, ha reso noto che gli stati membri non adotteranno la risoluzione americana ma si atterranno ai seguenti principi:

  • se la risoluzione sarà messa ai voti, l’Unione Europea voterà a favore;
  • l’Unione Europea voterà contro la "mozione di non azione" e si adopererà presso i rappresentanti di altri paesi affinché facciano altrettanto, essendo il concetto di "non azione" contrario allo spirito del dialogo.

Il governo tibetano in esilio si è dichiarato dispiaciuto per la decisione dell’Unione Europea. In un comunicato rilasciato il 20 marzo, il ministro degli esteri T.C. Tethong, dopo aver ricordato le recenti dichiarazioni di Hu Jintao a proposito della repressione con la forza di ogni forma di dissenso all’interno del Tibet, ha affermato tra l’altro che questa decisione invia alla Cina un segnale sbagliato, avallandone la presunzione di poter agire impunemente nel campo dei diritti umani. u

MARY ROBINSON LASCIA LA CARICA DI ALTO COMMISSARIO

Ginevra, 19 marzo 2001. Con un annuncio a sorpresa, l’Alto Commissario per i Diritti Umani presso le Nazioni Unite, signora Mary Robinson, ha dichiarato che al termine del suo mandato lascerà l’incarico rinunciando a candidarsi per i prossimi quattro anni. Nel chiedere ai rappresentanti dei cinquantatre paesi rappresentati presso le Nazioni Unite di rispettare la sua decisione, Mary Robinson ha dichiarato che continuerà ad impegnarsi nel settore dei diritti umani ma di essere convinta di poter conseguire risultati più significativi lavorando al di fuori dei "vincoli" inevitabilmente imposti da un’organizzazione multilaterale quale l’ONU. Ha inoltre definito "inadeguati" i mezzi a disposizione del suo ufficio e ha lamentato lo stridente contrasto esistente tra le belle parole usate nel corso della riunione annuale della Commissione, a Ginevra, e la realtà della situazione. Il mandato della signora Mary Robinson scadrà a settembre, dopo la Conferenza Mondiale contro il Razzismo che si terrà in Sud Africa a partire dal 31 agosto.

Al termine della 57° sessione della Commissione Diritti Umani di Ginevra, la signora Robinson, cedendo alle pressioni dell’Assemblea, ha acconsentito a ricoprire il suo incarico ancora per un anno. u

BAMBINI TIBETANI EDUCATI A PECHINO

Pechino, 21 marzo 2001. Il quotidiano South China Morning Post ha pubblicato la notizia che i bambini tibetani ritenuti più meritevoli sono inviati a compiere i loro studi a Chengdu, a Tianjin e, soprattutto, alla Scuola Tibetana di Pechino. L’istituto, fondato nel 1987, ospita attualmente 760 liceali e 200 studenti della scuola media. Secondo il preside, Yu Rucai, compito della scuola è quello di aiutare i bambini tibetani maggiormente dotati e di farne dei funzionari in grado di svolgere funzioni di comando. Yu ha altresì dichiarato che 400 alunni hanno ormai fatto ritorno in Tibet per "contribuire allo sviluppo" del loro paese ed ha negato che la scuola "uccida" la cultura tibetana, come invece sostengono alcuni occidentali. "Si tratta di persone"- ha affermato il preside- "che non sanno che cos’è la vera cultura". L’articolo del quotidiano cinese sottolinea invece l’importanza data nella scuola all’insegnamento della lingua tibetana, presupposto indispensabile affinché gli studenti possano trovare un lavoro una volta tornati nella terra d’origine. u

I BAMBINI NEL TIBET OCCUPATO

Berkeley, 21 marzo 2001. Il Comitato Internazionale dei Giuristi per il Tibet ha divulgato un rapporto sulle condizioni dei bambini tibetani nel Tibet occupato. Il documento, intitolato "Una generazione in pericolo", si basa su interviste effettuate nel novembre 1999 da un gruppo di giuristi e psicologi tra i piccoli tibetani rifugiati in India e documenta per la prima volta la pratica della tortura contro bambini arrestati per reati "politici". I piccoli sono detenuti in condizioni deplorevoli, spesso senza che i famigliari ne siano informati, e trattenuti per mesi, a volte per anni, senza processo e senza l’assistenza di un legale. I rapporto evidenzia inoltre che la maggioranza dei bambini tibetani non possono beneficiare di un’adeguata istruzione per mancanza di scuole e di insegnanti e per le alte tasse di iscrizione loro richieste. In caso di mancato pagamento, gli insegnanti chiedono ai bambini "regali" oppure la pulizia della scuola. Inoltre, gli studenti che chiedono notizie del Dalai Lama o che desiderano conoscere la storia del Tibet subiscono punizioni fisiche. Dennis Cusak, presidente del Comitato dei Giuristi per il Tibet, ha così dichiarato: "Cinquanta anni di governo cinese non hanno portato tutti i benefici che Pechino vanta: mentre nella Cina rurale persiste la difficoltà di accesso alla scuola e alle cure mediche, in Tibet le molte negligenze unite all’ossessione del controllo politico stanno creando seri danni fisici, psicologici e sociali a un’intera generazione". Cusak ha aggiunto che la situazione descritta spiega il motivo per cui ogni anno quasi mille bambini mettono a repentaglio le loro vite per attraversare l’Himalaya e cercare rifugio in India. u

CINA: FERROVIA E GASDOTTO OBIETTIVI PRIMARI

Pechino, 22 marzo 2001. Notizie pubblicate dal People’s Daily e da altre fonti d’informazione cinese confermano che, nel decimo piano quinquennale di sviluppo per gli anni 2001-2005, la Cina considera di alta priorità la costruzione della ferrovia Golmud – Lhasa e del gasdotto tra Xinjiang e Shanghai. Secondo il People’s Daily, la realizzazione di queste infrastrutture "costituisce la prova dello spirito eroico e industrioso del popolo" e comporterà "un trasferimento di risorse senza precedenti". In particolare, si prevede che la realizzazione della ferrovia incrementerà il numero dei lavoratori cinesi in territorio tibetano. Attratti dalla pubblicità data al progetto, numerosi immigranti hanno già "fatto la coda" alla stazione degli autobus di Chendu per comperare un biglietto con destinazione Tibet nella speranza di trovare un lavoro. L’organo di stampa cinese sottolinea inoltre le numerose difficoltà connesse alla costruzione della ferrovia, a cominciare dall’altitudi-ne (i quattro quinti delle rotaie saranno posate ad un’altezza superiore ai 4000 metri) fino ai problemi derivanti dalla rarefazione dell’ossigeno e dall’indurimento del terreno a causa del gelo.

cina.jpg (5494 byte)La Cina ha già iniziato una campagna di informazione volta a contenere i danni derivanti da alcune critiche mosse alla realizzazione del progetto. Lobsang Gyaltsen, sindaco di Lhasa, ha dichiarato: "La ferrovia porterà in Tibet nuovi concetti e nuovi stili di vita, senza alcuna minaccia per la religione". "D’altra parte - ha proseguito – la religione non è forse ancora fiorente nei paesi occidentali, con un alto grado di sviluppo nei settori scientifico, tecnologico e in quello dei trasporti?" Tuttavia, nel riportare la notizia, Tibet Information Network ricorda che le autorità cinesi considerano le credenze religiose, definite "retrograde" e "superstiziose", un ostacolo allo sviluppo, un "problema" con il quale confrontarsi. Inoltre, da tempo la dirigenza di Pechino è convinta che i progressi in campo economico possano con il tempo erodere le cosiddette "peculiarità etniche".

Molti comunicati ufficiali affrontano l’argomento dei potenziali danni all’ambiente. Il Dipartimento Statale per la Protezione dell’Ambiente ha diffuso un comunicato, divulgato il 22 marzo dall’agenzia Xinhua, in cui si afferma che sarà compiuto ogni sforzo per ridurre al minimo la devastazione del territorio: la ferrovia correrà lontana dalle vie di migrazione degli animali selvatici e "saranno costruiti ponti e passaggi per la fauna" (People’s Daily). Non vengono tuttavia menzionati gli impatti sull’ambiente derivanti dall’accresciuta immigrazione e dal maggiore sfruttamento del territorio. Un ambientalista occidentale ha posto l’accento sul fatto che i danni all’ambiente non dipendono tanto dalla costruzione della ferrovia in sé ma dagli sviluppi che ne deriveranno, dai nuovi insediamenti, dall’ampliamento delle città lungo la sua strada, dall’aumento dei servizi e, soprattutto, dall’incremento dei processi di estrazione mineraria, ora limitata a causa delle grandi distanze.

L’altro progetto chiave previsto dal piano quinquennale è la costruzione di un gasdotto che, partendo dal bacino di Tarim, nella Regione Autonoma dello Xinjiang, abitata da popolazioni Uighure, rifornirà di gas naturale la città di Shanghai. A questo progetto si lega quello della costruzione di un secondo gasdotto che si snoderà tra Sebei, nella provincia del Quinghai, a Lanzhou, nella provincia di Gansu. Entrambi le condotte saranno realizzate da PetroChina, una sussidiaria della compagnia statale China National Petroleum Corporation, di cui l’inglese BP Amoco è il maggiore azionista straniero di minoranza. Come i lettori di Tibet News ormai certamente sapranno, l’italiana ENI, attraverso la sua consociata Agip China B.V., affiancherà PetroChina nella costruzione del secondo gasdotto.

Altri punti importanti del piano quinquennale sono la conduzione di energia elettrica dalle aree occidentale a quelle orientali del paese e la deviazione delle acque dello Yangtse in quelle del Fiume Giallo. Tale deviazione potrebbe essere effettuata nella parte alta del corso dei due fiumi (vicino alle loro sorgenti), nella parte mediana oppure nella parte bassa. Nel primo caso, i lavori avverrebbero in territorio tibetano con prevedibili, seri rischi per l’ecologia dell’altopiano. u

IL DALAI LAMA IN VISITA A TAIWAN

Taipei, 31 marzo 2001. Dopo essere stata a più riprese rinviata, è iniziata la seconda visita del Dalai Lama al Taiwan. Il nuovo presidente Chen Sui-bian, appartenente al Partito Progressista Democratico che reclama la piena indipendenza dell’isola, aveva ufficialmente invitato il leader tibetano a Taipei fin dal maggio 2000, in occasione della cerimonia del suo insediamento, ma l’invito era stato declinato in quanto le autorità di Pechino avevano reso noto che un viaggio del Dalai Lama a Taiwan avrebbe comportato la vanificazione di ogni possibilità di dialogo. Dopo il fallimento dei contatti tra il fratello del capo tibetano e i rappresentanti cinesi (vedi Tibet News, N. 33, pag. 3), la visita è stata definitivamente rimessa in agenda. Il Dalai Lama, formalmente invitato dall’Associazione Buddista Cinese di Taiwan, ma di fatto accolto come un capo di stato, si è fermato nell’isola ben dieci giorni durante i quali ha alternato gli insegnamenti religiosi agli incontri ufficiali. Molto importanti sono stati i due colloqui con il presidente taiwanese, avvenuti rispettivamente i 5 e il 7 aprile. Nel primo scambio di idee, durato un’ora, il Dalai Lama ha detto a Chen di "constatare, a livello mondiale, i segni di una maggiore apertura, democrazia e rispetto dei diritti umani", e ha aggiunto che "la Cina, in quanto parte di questo mondo, non può esimersi dal cambiamento". "Il Tibet" – ha aggiunto – "ha ancora una speranza". Il capo tibetano ha inoltre ripetuto che, malgrado le affermazioni di Pechino e le richieste di indipendenza dalailamaataiwan.jpg (8189 byte)avanzate da una parte dei tibetani, continuerà a battersi per l’approccio della "Via di Mezzo", cercando un dialogo con la Cina e chiedendo una vera autonomia per il suo paese. Da parte sua, il presidente Chen ha elogiato la lotta per la democrazia e per la libertà in cui da oltre cinquant’anni il Dalai Lama è impegnato e ha dichiarato di ammirarne la forza e la perseveranza. Al termine del secondo incontro, il giorno 7 aprile, il leader tibetano ha dichiarato ai giornalisti di aver affrontato, assieme al leader taiwanese, il tema dei rapporti con la Pechino, nel tentativo di trovare una soluzione ai rispettivi problemi.

 

Lo stesso giorno, il Dalai Lama ha incontrato anche l’ex presidente di Taiwan, Lee Teng-hui, con il quale ha continuato a mantenere i contatti fin dai tempi del primo incontro, nel 1997. E’ stato inoltre ricevuto dal vicepresidente Annette Lu, dal primo ministro Chang Chun-hsiung e da altre eminenti personalità del mondo politico e religioso.

Malgrado il Dalai Lama abbia più volte ribadito il carattere prevalentemente religioso del suo viaggio, la stampa cinese ha più volte condannato sia il leader tibetano sia la dirigenza di Taiwan accusando entrambi di usare la loro influenza e il loro prestigio per fini indipendentisti. u

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MOZIONE DELLA REGIONE LOMBARDIA A
FAVORE DELLA CAUSA TIBETANA

 

Il 3 aprile 2001, la Regione Lombardia ha inviato ai presidenti dei Consigli e delle Giunte Regionali il testo di una mozione approvata il 6 febbraio concernente il riconoscimento dei diritti del popolo tibetano. In considerazione dell’impor-tanza del documento, ne riportiamo la parte conclusiva e chiediamo ai nostri soci di adoperarsi affinché venga adottato da altri Consigli Regionali italiani.

Ricordate le risoluzioni sul Tibet approvate dal Parlamento Europeo e da numerosi governi e organismi internazionali nonché le costanti prese di posizione della Regione Lombardia per la libertà del popolo tibetano, la mozione così conclude:

"…facendo propria la risoluzione del Parlamento Europeo del 6 luglio 2000, nella quale il Parlamento "invita i governi degli stati membri a esaminare seriamente la possibilità di riconoscere il governo tibetano in esilio come legittimo rappresentante del popolo tibetano qualora, entro un termine di tre anni, le autorità di Pechino e il governo tibetano in esilio non abbiano raggiunto un accordo relativo a un nuovo statuto per il Tibet, mediante negoziati organizzati sotto l’egida del Segretario Generale delle Nazioni Unite";

 

  • chiede al governo e al parlamento della Repubblica di dare immediata attuazione alla Risoluzione del Parlamento Europeo, concorrendo in questo modo a un accordo che garantisca la piena autonomia dei tibetani in tutti i campi della vita politica, economica sociale e culturale, con le sole eccezioni della politica di difesa e della politica estera;

 

  • decide di mantenere esposta nella sede del Consiglio Regionale la bandiera tibetana fino a quando il governo della Repubblica Popolare di Cina e il governo tibetano in esilio non avranno concordato un nuovo status che garantisca piena autonomia per il Tibet;

 

 

PECHINO: DOCUMENTO DI PROPAGANDA ANTI DALAI LAMA

Pechino, 5 aprile 2001. Mentre era in corso la visita del Dalai Lama a Taiwan, Pechino ha divulgato un documento, redatto il 12 giugno 2000 ma finora tenuto segreto, in cui viene delineata una complessa e articolata campagna di propaganda per discreditare il capo tibetano e sostenere la linea dura adottata nei suoi confronti dal governo cinese. Nel tentativo di accaparrarsi i favori dell’opinione pubblica occidentale, il documento sottolinea l’impor-tanza di trovare "esperti" stranieri (intellettuali, studiosi e tibetologi) in grado di appoggiare e dare maggiore incisività alle argomentazioni di Pechino contro il Dalai Lama, ritenute del tutto inadeguate. Sono inoltre menzionate le campagne attuate dalla cosiddetta "cricca del Dalai Lama", con particolare riferimento alla mobilitazione contro il finanziamento da parte della Banca Mondiale del "progetto Dulan", all’azione per impedire a PetroChina l’ingresso nel mercato azionario e alla terza conferenza mondiale dei gruppi di sostegno al Tibet tenutasi a Berlino nel maggio 2000. Il documento cita inoltre i testi, pubblicati in occidente, responsabili dell’orien-tamento negativo dell’opinione pubblica nei confronti della Cina. Questi i titoli: The Dragon in the Land of Snows", di Tsering Sakya (1999), Orphans of the Cold War: America and Tibet’s Struggle for Survival, di Ken Knaus (1999), e The Status of Tibet, di Michael van Walt (1987). u

E’ MORTO IL DOTTOR TENZIN CHOEDAK

Dharamsala, 6 aprile 2001. Il dottor Tenzin Choedak, medico personale del Dalai Lama e figura nota a quanti, a vario titolo, si sono avvicinati alla medicina tibetana, è morto a Dharamsala presso il Delek Hospital. Nato a Shigatse, in Tibet, nel 1924, conseguì il titolo di dottore in medicina nel 1952 e, a partire dal 1955, ebbe in cura il Dalai Lama. In seguito all’invasione cinese del 1959, fu arrestato, torturato, rinchiuso in prigione e quindi condannato ai lavori forzati. Riuscì a lasciare il Tibet nel 1975 e a raggiungere Dharamsala dove continuò a lavorare come medico personale del Dalai Lama e, con vari incarichi, presso Delek Hospital. Nel 1984 partecipò, a Venezia, a una conferenza sulla medicina tibetana cui fecero seguito, in tutto il mondo, incontri e seminari. u

GINEVRA: APPROVATA LA MOZIONE DI NON AZIONE CONTRO LA CINA

Ginevra, 18 aprile 2001. Per la decima volta in dodici anni la Cina è riuscita ad evitare la discussione della risoluzione di censura per violazione dei diritti umani presentata dagli Stati Uniti lo scorso 11 aprile 2001 presso la 57° sessione della Commissione Diritti Umani delle Nazioni Unite. Il documento americano, non adottato dall’Unione Europea, denunciava, tra l’altro, le restrizioni alla libertà culturale, linguistica e religiosa dei tibetani e le misure repressive usate da Pechino contro le pacifiche attività di buddisti, mussulmani e cristiani. Chiedeva inoltre il rilascio dei prigionieri politici e dei detenuti per reati d’opinione. La Cina ha a sua volta presentato l’ormai consueta mozione "a non procedere" nei propri confronti ottenendo l’approvazione della Commissione con 23 voti a favore, 17 contrari e 12 astenuti Questo lo schieramento dei paesi rappresentati a Ginevra:

  • favorevoli alla mozione cinese: Algeria, Burundi, Camerun, Cina, India, Indonesia, Kenya, Liberia, Libia, Madagascar, Malesia, Niger, Nigeria, Pakistan, Qatar, Russia, Arabia Saudita, Siria, Tailandia, Venezuela, Vietnam, Zambia.
  • contrari: Belgio, Canada, Costarica, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Guatemala, Italia, Giappone, Lettonia, Norvegia, Polonia, Portogallo, Romania, Spagna, Regno Unito, Stati Uniti d’America.
  • astenuti: Argentina, Brasile, Colombia, Ecuador, Mauritius, Messico, Perù, Corea del Sud, Senegal, Sud Africa, Swaziland, Uruguay.
  • assente: Repubblica Democratica del Congo.

Mentre Pechino festeggiava la vittoria contro il tentativo degli Stati Uniti di "interferire negli affari interni del paese adducendo il pretesto dei diritti umani" e interpretava l’astensione dal voto da parte di dodici stati come un appoggio alla propria posizione, il ministro degli esteri del governo tibetano in esilio, in una conferenza stampa, ha così dichiarato: "E’ significativo che la maggioranza dei paesi membri della Commissione non abbiano appoggiato la mozione cinese di non luogo a procedere. Trenta nazioni delle cinquantatré rappresentate si sono infatti opposte o si sono astenute. Il fatto che la maggioranza dei paesi latinoamericani, dell’est europeo e dei paesi occidentali non abbiano appoggiato la mozione cinese è di fatto un segnale positivo inviato alle vittime degli abusi in materia di diritti umani in Cina e Tibet".

Il governo tibetano in esilio ha tuttavia espresso la sua amarezza per il fallimento della risoluzione americana e per la mancata adozione della medesima da parte dei paesi dell’Unione Europea e di altri paesi occidentali. u

 

L’ASSOCIAZIONE ITALIA-TIBET PER GINEVRA

 

Prima dell’inizio dei lavori della Commissione ONU per i Diritti Umani, l’Associazione Italia-Tibet aveva inviato al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Ministro degli Esteri, ai presidenti di Camera e Senato e all’ambasciatore italiano presso le Nazioni Unite a Ginevra una lettera nella quale si chiedeva al governo:

  • di appoggiare la risoluzione U.S.A. di condanna degli abusi contro i diritti umani perpetrati dalla Repubblica Popolare Cinese
  • di sollevare la questione del Tibet nel corso della discussione sulla questione dei diritti umani e delle libertà fondamentali di ogni paese
  • di appoggiare le raccomandazioni del Governo Tibetano in esilio per quanto concerne la situazione dei diritti umani in Tibet, la detenzione del piccolo Choekyi Nyima, l’avvio di fattivi negoziati tra il Governo di Pechino e il Dalai Lama o suoi rappresentanti, il rispetto dell’identità nazionale del popolo tibetano.

 

L’Associazione Italia-Tibet ha inoltre partecipato assieme all’Associazione Altrimondi Tibet e alla Comunità Tibetana in Italia, alla CISL e all’International Tibet Support Group Network alla manifestazione indetta a Roma il giorno 10 aprile di fronte alla sede delle Nazioni Unite. All’iniziativa hanno inoltre aderito, tra gli altri, i seguenti partiti e associazioni: Democratici di Sinistra, Federazione dei Verdi, Fondazione Maitreya, Istituto Samantabhadra, Tibet Domani, Voci della Terra. Questa la dichiarazione rilasciata dall’onorevole Walter Veltroni:

 

"A Ginevra si sta svolgendo la 57ª sessione dell'ONU sui diritti umani. Come negli anni precedenti al centro dell'attenzione è in questi giorni una possibile mozione sulla situazione dei diritti umani in Cina. E' già stata presentata una mozione in tal senso, ma c'è un'alta probabilità che non venga sponsorizzata da altri paesi e quindi non passi alla discussione, come prevede il regolamento della sessione.

Io credo che l'Italia debba svolgere un ruolo più incisivo di quanto non abbia fatto finora.

Nell'ambito della UE il nostro paese dovrebbe impegnarsi affinché la mozione già presentata venga appoggiata. Non penso che questo gesto sia un atto anticinese, ma crei solo la possibilità di discutere nel merito della situazione del paese asiatico.

Non si tratterebbe di negare i passi in avanti della Cina sul piano sociale ed economico, bensì uno stimolo alle autorità cinesi perché cessino le violazioni dei diritti civili e politici in Cina ed in Tibet.

Nell'ultimo anno infatti sono continuate le condanne ad anni di prigione dei membri del Partito Democratico cinese, così come degli esponenti del gruppo religioso della Falun Gong.

Ancora più grave è la situazione in Tibet, dove vengono sistematicamente represse le più elementari libertà di opinione e di pensiero di un intero popolo. Ancora nulla si sa del piccolo Panchen Lama fatto sparire sei anni fa dalle autorità cinesi.

L'Italia a Ginevra non deve più tirarsi indietro quando in ballo ci sono i diritti umani e i nostri rappresentanti dovrebbero rendere possibile la discussione di una mozione sulla situazione in Cina".

 

ATTIVISTI PRO TIBET ALL’ASSEMBLEA DEGLI AZIONISTI BP

Londra, 19 aprile 2001. Un gruppo di attivisti pro Tibet ha partecipato all’assemblea annuale degli azionisti dell’azienda presentando una mozione in cui si chiedeva alla compagnia petrolifera inglese di vendere le azioni di PetroChina.

Sebbene la mozione sia stata approvata da soli 120 azionisti (numero corrispondente al 5,2% degli aventi diritto al voto), i sostenitori della causa tibetana si sono dichiarati soddisfatti in quanto, avendo richiamato sull’argomento l’attenzione di un considerevole numero di presenti, il solo fatto che la mozione sia stata inclusa nell’agenda dei lavori dell’assemblea può essere considerato una vittoria. Il documento presentato non ha comunque ottenuto i voti necessari per essere adottato dalla compagnia che lo aveva inserito nel gruppo delle cosiddette "risoluzioni speciali" per le quali è chiesta l’adesione del 75% degli azionisti. Non è stata invece accettata dai dirigenti della compagnia petrolifera la discussione di una mozione presentata dal gruppo ambientalista Greenpeace che chiedeva a BP di pubblicare, entro il 2001, un rapporto sui tempi entro i quali l’azienda fosse intenzionata a passare dallo sfruttamento delle risorse petrolifere di origine fossile alla ricerca di altre forme di energia.

Mentre era in corso l’assemblea, numerosi esponenti di associazioni operanti a difesa dell’ambiente e sostenitori della causa tibetana manifestavano all’esterno della Royal Festival Hall, che ospitava il raduno. Agitando una bandiera tibetana, Gendun Rinchen, un ex prigioniero politico fuggito dal Tibet, ha dichiarato: "Dobbiamo far capire a BP la reale situazione del Tibet. Ritengo che la compagnia si renda corresponsabile dei danni arrecati alla cultura e alle risorse del paese". u

STRONCATA UNA MANIFESTAZIONE DI FALUN GONG

Pechino, 25 aprile 2001. Nel secondo anniversario della grande manifestazione che causò la messa al bando del movimento da parte delle autorità di Pechino, alcuni membri di Falun Gong si sono radunati in Piazza Tien An Men agitando una bandiera e gridando slogan.

Sotto gli occhi di centinaia di cinesi e di molti turisti, la polizia ha immediatamente circondato i dimostranti e li ha caricati a forza su una camionetta. Secondo testimoni oculari, una donna si è affacciata al finestrino gridando "ci stanno picchiando" mentre un uomo è stato brutalmente separato dal bambino che lo accompagnava, preso letteralmente per il collo e caricato a sua volta sul furgone. Un’imponente cintura di sicurezza composta da forze di polizia in uniforme e in abiti civili ha immediatamente circondato la piazza per evitare altri assembramenti e i turisti americani, tedeschi e francesi che avevano scattato fotografie o filmato l’accaduto sono stati invitati a distruggere pellicole e nastri.

Due anni fa, oltre diecimila aderenti al movimento Falun Gong si erano radunati nei pressi delle residenze dei maggiori leader cinesi invocando il riconoscimento del gruppo da parte del governo. Da allora, centinaia di attivisti sono stati arrestati e oltre sessanta sono morti a causa della durissima repressione che, secondo alcuni osservatori, sembra avere indebolito il movimento. u

IL KARMAPA RACCONTA LA SUA FUGA DAL TIBET

Dharamsala, 27 aprile 2001. Di fronte a cento giornalisti il 17° Karmapa, Ugyen Trinley Dorje, ha rotto il silenzio e per la prima volta ha raccontato la sua fuga dal Tibet. La conferenza stampa è iniziata con la lettura del resoconto di quanto avvenne alle 22.30 del 28 dicembre 1999, quando, assieme al suo attendente, il Karmapa, appena quattordicenne, si calò lentamente dalla finestra della propria camera, nel monastero di Tsurphu e, salito sulla jeep che lo aspettava, prese la strada diretta verso il Tibet occidentale. "Pochi viaggiatori scelgono questa via"- ha raccontato Ugyen –"i posti di blocco non sono molto sorvegliati. Viaggiando per strade secondarie, attraverso valli e colline, abbiamo eluso i controlli e due campi militari". Raggiunto il Mustang, continuò la sua fuga superando, a piedi e a cavallo, diversi passi. Fu un momento difficile e si sentì molto stanco. Nell’ultima parte del viaggio utilizzò un elicottero, il treno e, nell’ultimo tratto, un’auto a noleggio che lo portò fino a Dharamsala dove arrivò il 5 gennaio 2000. Al giornalista che gli chiedeva di commentare la versione cinese della sua fuga, il Karmapa ha così risposto: "E’ vero, ho lasciato una lettera e ne conosco perfettamente il contenuto poiché l’ho scritta di mio pugno. Ho scritto che partivo perché, sebbene avessi ripetutamente e a lungo chiesto il permesso di invitare i miei maestri residenti in India, quest’autorizzazione non mi è mai stata accordata. Non ho mai menzionato il Cappello Nero. A che scopo avrei dovuto portarlo in Cina? Per metterlo sulla testa del presidente Jiang Zemin?"

Circa i suoi rapporti con i cinesi, il giovane Karmapa ha così dichiarato: "Ero trattato in modo molto speciale. Per esempio, quando mi hanno portato in viaggio attraverso la Cina e poi a Pechino, sono stato oggetto di molte attenzioni ma, con il tempo, ho cominciato a sospettare che intendessero usarmi per separare il popolo tibetano dal Dalai Lama". Il Karmapa ha inoltre reso esplicito il suo desiderio di insediarsi presso il monastero di Rumtek (Sikkim) per continuare l’opera del suo predecessore, senza occuparsi di politica pur appoggiando la posizione del Dalai Lama sul futuro del Tibet.

Ricordiamo ai lettori che il governo indiano, lo scorso mese di febbraio, ha concesso a Ugyen Trinley Dorje lo status di rifugiato politico ma non gli ha ancora consentito di stabilirsi a Rumtek, tradizionale sede dei Karmapa, a causa della disputa irrisolta con la Cina sulla questione del Sikkim la cui annessione da parte dell’India non è mai stata riconosciuta da Pechino. La presenza del Karmapa nello stato himalayano potrebbe causare una frizione che per il momento New Delhi intende evitare. Per maggiori notizie sul lignaggio dei Karmapa e sulla scuola Karma Kagyu rimandiamo a Tibet News N. 30, pag. 4. u

DURO ATTACCO DI BUSH A CINA E SUDAN

Washington, 3 maggio 2001. In un discorso all’Associazione degli Ebrei Americani, Gorge W. Bush ha aspramente criticato le persecuzioni religiose in Cina e Sudan. "La Cina aspira a essere una nazione forte e potente" – ha affermato il neo presidente americano –"ma le persecuzioni religiose perpetrate all’interno del suo territorio denotano paura e quindi debolezza. Inoltre, sono in contraddizione con il passato del paese, caratterizzato da una lunga storia di tolleranza e con quello che dovrebbe esserne il futuro: una società aperta che rispetta la dignità spirituale della propria gente". Dopo avere dichiarato che l’intensificarsi degli attacchi alla religione mettono in ombra i progressi compiuti da Pechino, negli ultimi decenni, nel capo della liberizzazione economica, del diritto alla proprietà e del migliorato accesso all’informazione, Bush ha così proseguito: "Riceviamo allarmanti resoconti sull’arresto di fedeli e di capi religiosi. Le chiese e le moschee sono state oggetto di incursioni vandaliche e demolite. Da molto tempo in Tibet la pratica della religione è sottoposta a dure e ingiuste persecuzioni. Più recentemente, gli aderenti al movimento spirituale Falun Gong sono stati arrestati o malmenati". Queste affermazioni sono destinate ad aumentare le tensioni esistenti tra Cina e Stati Uniti, già precarie dopo la collisione tra l’aereo spia americano e il jet militare cinese e dopo la dichiarata intenzione degli USA di vendere armi a Taiwan. Bush ha altresì criticato la repressione religiosa posta in atto in Iraq, Iran, Cuba e Afghanistan e soprattutto in Sudan dove è in atto un conflitto etnico e religioso tra il governo, guidato da esponenti arabi di religione mussulmana e i ribelli, prevalentemente neri di religione cristiana o indigena. Il presidente ha biasimato i continui bombardamenti di chiese, ospedali e scuole e ha reso noto che spesso il governo sudanese impone la conversione all’Islam come condizione per garantire alla popolazione aiuto e generi di prima necessità. u

PECHINO FAVORITA PER I GIOCHI OLIMPICI DEL 2008

Losanna, 15 maggio 2001. Al termine di una riunione svoltasi presso la sede di Losanna, i membri del Comitato Olimpico Internazionale hanno pubblicato, in un rapporto, le prime valutazioni in merito all’assegnazione della sede dei Giochi Olimpici per l’anno 2008. Nel documento si legge che, pur presentando sia Toronto sia Parigi "eccellenti offerte", "l’assegnazione dei Giochi alla città di Pechino lascerebbe alla Cina e allo sport un’eredità particolare e la capitale cinese sarebbe in grado di ospitare ottimi giochi". "Un ottimo concetto dello sport associato a un totale appoggio da parte del governo, offre garanzie di alta qualità", afferma il rapporto che così prosegue: "La Commissione è consapevole del processo di cambiamento in atto in Cina e a Pechino e delle difficoltà che potrebbero presentarsi nei prossimi anni a causa della crescita della popolazione e dello sviluppo economico; ritiene però che queste difficoltà potranno essere superate". Il documento esprime solo valutazioni tecniche, senza menzionare la situazione dei diritti umani in Cina o altre considerazioni di carattere politico. Respinge tuttavia la proposta avanzata da Pechino di utilizzare la Piazza Tien An Men , teatro dei massacri del 1989, per le gare di palla a volo. Questa invece la valutazione riservata alla città di Parigi: "L’uso delle strutture esistenti, situate per la maggior parte nel centro di una delle città più famose del mondo, costituisce un’opzione molto attraente". Eliminate virtualmente le richieste di Osaka e Istambul, la Commissione esprime questo giudizio sull’offerta di Toronto: "L’idea di un’area sportiva concentrata in un unico luogo vicino alla città e dotato di buoni mezzi di collegamento, rendono la città degna di considerazione".

Anche se la valutazione del Comitato Olimpico sembra essere fortemente orientata a favore della Cina, esiste ancora la possibilità che sulla decisione finale, prevista per il prossimo 13 luglio a Mosca, pesi il fatto che Pechino deve ancora approntare la maggior parte delle strutture sportive. A Losanna, un tibetano che con altri connazionali manifestava davanti alla sede del Comitato Olimpico ha così dichiarato: "Il CIO ha già sbagliato nel 1936 assegnando i Giochi alla Berlino di Hitler. Sembra che si appresti a sbagliare per la seconda volta". u

CHINA DAILY: I "TRE TENORI" A SOSTEGNO DEI GIOCHI IN CINA

Pechino, 14 maggio 2001. Grande sconcerto ha suscitato tra i gruppi di sostegno al Tibet un articolo apparso sul China Daily in cui si afferma che il prossimo 23 giugno, a Pechino, i tenori Luciano Pavarotti, Placido Domingo e José Carreras terranno un concerto a favore dell’assegnazione dei Giochi Olimpici alla capitale cinese. Secondo quanto riportato, Jiang Xiaoyu, vicepresidente del comitato di richiesta di assegnazione dei giochi olimpici per l’anno 2008, avrebbe così dichiarato: "Questo concerto mostrerà a tutti quanto Pechino sia una città aperta e culturalmente diversa. A soli 21 giorni dalla decisione finale del Comitato Olimpico, richiamerà l’attenzione del mondo intero sulla città; nella piazza Wuman, all’interno della Città Proibita, almeno 30.000 persone assisteranno al concerto mentre un grande schermo consentirà di vedere lo spettacolo ad altre 70.000, nelle piazze adiacenti".

A un anno di distanza dal concerto "Pavarotti & Friends" del 6 giugno 2000, dedicato al Tibet e alla Cambogia, lo spettacolo di Pechino sembra essere il prezzo che Pavarotti deve pagare per ricucire lo strappo con la Cina. Lo scorso anno infatti, Pechino aveva annunciato l’esclusione del tenore da ogni eventuale "performance" in territorio cinese anche se, sul palcoscenico dei Reggio Emilia, poco o nulla si era parlato di Tibet occupato o di diritti umani.

Di fronte allo sconcerto e all’amarezza di quanti ancora consideravano il Maestro Luciano Pavarotti un amico del Tibet, la compagna e manager del tenore, Nicoletta Mantovani, ha fatto sapere che il concerto di Pechino è un normale spettacolo dei Tre Tenori, non destinato a favorire la richiesta Pechino in vista dell’assegnazione delle Olimpiadi. L’ufficio del Tibet di Ginevra ha inviato alla signora Mantovani copia dell’articolo del China Daily ma non è stata resa nota alcuna risposta. u

RAFFORZATI I CONTROLLI DI POLIZIA A SHIGATSE

Londra, 15 maggio 2001. Nel corso di una visita a Shigatse, Guo Jinlong, segretario del Partito Comunista nella Regione Autonoma Tibetana, ha posto l’accento sull’importanza di un rafforzamento delle misure di polizia di frontiera in seguito all’arresto, durante l’inverno, di 254 persone in procinto di attraversare il confine tra Tibet e Nepal. Riferisce la notizia Tibet Information Network specificando che, generalmente, i tibetani che scelgono la via dell’esilio devono passare attraverso la prefettura di Shigatse. Sulla decisione di rafforzare la vigilanza nella zona della frontiera pesa anche la riuscita fuga dal paese, lo scorso anno, del 17° Karmapa, destinato ad assumere, nell’ottica di Pechino, il ruolo del buddista "patriottico", fedele al Partito. Un articolo del Tibet Daily del 10 marzo 2001, rende noto che la polizia di frontiera oltre a sequestrare materiale di propaganda reazionaria, compresi alcuni libri scritti dal Dalai Lama e opuscoli stampati a cura del governo tibetano in esilio, ha "duramente perseguito le attività illegali lungo il confine" riuscendo a "spaventare i criminali". u

RILANCIATA LA CAMPAGNA "COLPISCI DURO" IN CINA E IN TIBET

Dharamsala, 16 maggio 2001. Il Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia ha reso noto che la Cina ha rilanciato la campagna "Colpisci Duro" emanando specifiche norme e regolamenti riguardanti il Tibet e le regioni con popolazione di etnia tibetana situate al di fuori della Regione Autonoma. La prima campagna "Colpisci Duro" fu lanciata in Cina nel 1983, principalmente allo scopo di combattere la criminalità. Fu poi ripresa ed ampliata nel 1990-1991 e nell’aprile del 1996, quando, in differente forma (ricordiamo la "campagna di educazione patriottica"), fu introdotta anche in Tibet. A differenza della Cina, sul Tetto del Mondo la realizzazione della campagna ha comportato serie violazioni dei diritti umani con arresti e torture inflitti a persone il cui comportamento non era certo "criminale" ma giudicato e punito dalle autorità cinesi in base a considerazioni puramente politiche.

Le nuove disposizioni sono state impartite nel corso di un incontro sulla stabilità in Tibet svoltosi la prima settimana di maggio e sono state pubblicate in dettaglio sul Tibet Daily del giorno 8. Le corti di giustizia di ogni livello hanno ricevuto ordine di condurre la campagna con maggiore forza contro ogni possibile minaccia della stabilità nazionale, contro i furti, il traffico di droga, i crimini di mafia e contro le guide che aiutano la popolazione a lasciare i confini del paese.

Nelle regioni al di fuori del TAR la nuova campagna è iniziata il 19 aprile 2001. Organi di stampa ufficiali riferiscono che, a partire da quella data, nel solo Quinghai un contingente di 9841 poliziotti ha individuato 123.462 contravventori alla legge e arrestato 494 criminali. u

USA: NOMINATO UN NUOVO COORDINATORE PER IL TIBET

Washington, 17 maggio 2001. Il Segretario di Stato americano Colin Powell ha conferito a Paula Dobriansky, sottosegretario per gli affari generali, la carica di coordinatore speciale per il Tibet. La nomina della signora Dobriansky, terza persona a svolgere questa funzione dopo Julia Taft e Gregory Craig, è significativamente avvenuta alla vigilia dell’incontro tra il Dalai Lama e il presidente Bush fissato per il giorno 23 maggio e assume un particolare rilievo alla luce della decisione di Colin Powell di eliminare ben quindici inviati speciali e coordinatori su un totale di cinquantacinque designati dalla precedente amministrazione. Compito del Coordinatore Speciale per il Tibet è la promozione di un dialogo costruttivo tra il governo cinese e il Dalai Lama e i suoi rappresentanti, la salvaguardia del rispetto dei diritti umani in Cina e Tibet e la preservazione del patrimonio religioso, culturale e linguistico dei tibetani. u

LHASA:ARRESTATE DUE PRESUNTE SPIE TIBETANE

Lhasa, 17 maggio 2001. L’agenzia di stampa cinese Xinhua ha dato notizia dell’arresto di due presunte spie inviate in Tibet dal Dalai Lama. Tugyi e Cengdan Gyaco sarebbero entrate clandestinamente in Tibet attraverso il confine con il Nepal il 25 luglio 2000. Cengdan avrebbe dovuto darsi fuoco davanti al tempio del Johkang, il principale monastero di Lhasa, mentre Tugyi avrebbe dovuto filmare lo spettacolare avvenimento. Secondo Xinhua, Cengdan, che avrebbe confessato di essere stato istigato a compiere il gesto dalla "cricca del Dalai Lama", è stato immediatamente catturato e condannato, il 13 gennaio 2001, a otto anni di carcere. Tugyi è invece riuscito a fuggire e a nascondersi ma è stato a sua volta arrestato il 5 maggio 2001.

L’Amministrazione Centrale Tibetana ha diramato un comunicato con il quale smentisce in modo categorico la veridicità della notizia e chiede al governo cinese di provare le accuse riaprendo il processo e consentendo alla comunità internazionale e alla stampa un’accurata indagine sull’intera vicenda. Nel chiedersi come mai la Cina abbia aspettato più di un anno prima di rivelare l’accaduto, il comunicato del governo tibetano in esilio invita a considerare alcuni importanti avvenimenti di questi giorni: il congresso americano sta discutendo una importante risoluzione sulla questione tibetana e il Dalai Lama incontrerà a breve il presidente Bush. Inoltre è stato appena nominato il nuovo coordinatore speciale per il Tibet. L’Amministrazione Centrale Tibetana si dichiara convinta che la sensazionale storia di spionaggio portata alla ribalta da Pechino altro non sia che l’ennesima campagna denigratoria contro il Dalai Lama. u

 

IL PRESIDENTE BUSH INCONTRA IL DALAI LAMA

Washington, 23 maggio 2001. Mentre la Cina celebrava il 50° anniversario della firma dell’Accordo in 17 Punti, il presidente americano ha ricevuto il Dalai Lama in visita negli Stati Uniti.

dalailamaBUSH.jpg (15207 byte)L’incontro, definito "caloroso", è avvenuto nella "camera gialla", una stanza di forma ovale nella residenza di Bush alla Casa Bianca, espediente mirato a sminuire l’ufficialità dell’incontro ma non sufficiente a evitare le proteste di Pechino già irritata per l’accoglienza riservata il giorno precedente, a New York, al presidente taiwanese Chen Sui-bian, di passaggio nella città americana. Un comunicato diffuso a Dharamsala da fonti governative ha reso noto che il Dalai Lama ha colto l’occasione per illustrare al presidente l’attuale situazione esistente in Tibet e i suoi sforzi per risolvere la questione tibetana attraverso un costruttivo dialogo con la leadership cinese. Ha inoltre sottolineato l’importanza dell’esistenza di buoni rapporti tra Stati Uniti e Cina. Da parte sua, Bush ha assicurato al Dalai Lama che cercherà nuovi argomenti per indurre Pechino a sedere al tavolo dei negoziati e che aiuterà la preservazione dell’identità culturale, religiosa e linguistica tibetana con aiuti morali e materiali. Al termine dell’incontro, il Dalai Lama ha dichiarato ai giornalisti di avere chiesto al presidente Bush di ribadire alle autorità cinesi, in ogni futuro incontro, la sincerità della sua richiesta di autonomia per il Tibet. u

PECHINO FESTEGGIA IL 50° ANNIVERSARIO DELL’OCCUPAZIONE DEL TIBET

Pechino, 23 maggio 2001. Pechino ha solennemente festeggiato il 50° anniversario della firma del cosiddetto "Accordo in 17 Punti", l’atto siglato nella capitale cinese il 23 maggio 1951 da rappresentanti del Dalai Lama e di Ciu En Lai. L’accordo sancì l’entrata "legale" del Tibet nella Repubblica Popolare ma di fatto fu imposto con la forza agli inviati tibetani al termine di una convulsa serie di incontri. Basti pensare che la delegazione del Dalai Lama, che si rifiutava di firmare la bozza di accordo, fu posta agli arresti domiciliari e minacciata di essere trattenuta fino a che non avesse sottoscritto il documento peraltro mai controfirmato dal Dalai Lama e dal governo di Lhasa.

La stampa cinese ha dato ampio risalto sia alla decisione di invadere il Tibet, nel 1950, sia all’accordo del 23 giugno 1951. Grazie alla cosiddetta "pacifica liberazione del Tibet", il paese, secondo Pechino, è stato sottratto "alle forze imperialiste straniere e all’arretrato sistema feudale in virtù del quale il 95% dei tibetani era costretto in stato di schiavitù". "Cinquant’anni fa i tibetani non godevano di alcun diritto" – ha riportato il China Daily – "i servi e i loro figli non potevano andare a scuola né ricevevano assistenza medica. L’aspettativa di vita era allora di 36 anni. Oggi è salita a 65".

Il governo cinese ha colto l’occasione dell’anniversario per rinnovare i suoi attacchi al Dalai Lama. "Il Dalai Lama parla di libertà religiosa " – afferma l’editoriale del China Daily – "ma dimentica che sotto il suo governo la maggior parte dei tibetani vivevano come servi e non potevano neppure permettersi di avere un piccolo angolo per pregare". In tutto il mondo, i tibetani e i loro sostenitori hanno condannato la strumentalizzazione dell’Accordo in 17 Punti, operata da Pechino, al fine di legittimare il suo controllo sul Tibet. In un comunicato, l’Ufficio del Tibet di New York ha dichiarato, tra l’altro, che l’anniversario non cancella le atrocità commesse in Tibet in nome della "liberazione" e ha rivelato che, per l’occasione, i tibetani di Lhasa sono stati costretti a prendere parte ai festeggiamenti, pena ammende o riduzioni dello stipendio. u

"TINTIN IN TIBET": UN INCIDENTE DIPLOMATICO

Londra, 24 maggio 2001. Il giornale inglese The Guardian ha riportato la notizia che Tintin, l’intrepido ragazzino protagonista di celebri fumetti, si è trovato al centro di un imbarazzante "incidente"diplomatico.

L’editore belga Casterman aveva infatti stipulato con la controparte pechinese il contratto per l’edizione in lingua cinese di ventuno dei ventitré album delle avventure di Tintin. A trattative ultimate, si è scoperto che uno zelante traduttore, desideroso di compiacere alla linea politica del proprio governo, aveva modificato il titolo dell’album "Tintin in Tibet" in "Tintin nel Tibet Cinese". Casterman, mosso non da motivi politici ma dalla convinzione che il titolo originale, rimasto immutato dal 1957, andasse conservato, non ha accettato il cambiamento e ne ha preteso la rettifica. La vicenda ha messo in imbarazzo perfino il ministro degli esteri belga Louis Michel, notoriamente grande democratico e vicino alla causa tibetana, il quale ha invitato le parti a trovare un accordo. A titolo di curiosità, segnaliamo che i due album non pubblicati in Cina sono "Tintin nella terra dei Soviet", ritenuto anticomunista, e "Tintin in Congo", considerato razzista e imperialista. u

IL MONTE KAILASH RIMARRA’ INVIOLATO

Barcellona, 29 maggio 2001. La rivista di alpinismo Desnivel ha reso noto che lo scalatore catalano Jesus Martines Novas ha rinunciato a raggiungere la sommità del Monte Kailash, l’inviolata montagna situata nel Tibet occidentale. La notizia dell’imminente impresa aveva suscitato l’indignazione e le proteste degli alpinisti di tutto il mondo che, rispettando la religiosità della montagna, ritenuta sacra da Induisti, Buddisti e Bon, si sono sempre astenuti dal conquistarne la vetta. Martines, con l’intenzione di lanciare un messaggio di pace dalla vetta ritenuta dai fedeli "l’ombelico del mondo" e sede di ben 360 divinità, aveva chiesto e ottenuto dalle autorità cinesi il permesso di effettuare la scalata. Di fronte alla reazione fortemente negativa dei gruppi alpinistici e ambientalisti, dei gruppi di sostegno al Tibet e dello stesso governo tibetano in esilio, l’impresa è stata accantonata. La montagna è costante meta di pellegrinaggio da parte di devoti induisti e buddisti che percorrono a piedi o addirittura con una serie continuata di prostenazioni gli oltre sessanta chilometri della sua base. u

DOCUMENTO RIVELA FORTI TENSIONI ALL’INTERNO DELLA CINA

Pechino, 2 giugno 2001. Un documento di 308 pagine intitolato "Rapporto Investigativo 2000-2001", stilato da un gruppo di ricerca all’interno del Partito Comunista cinese, rivela il "diffondersi di proteste e di incidenti" all’interno della Cina a causa di conflitti di origine etnica, religiosa ed economica e afferma che "le relazioni tra i quadri del Partito e le masse sono tese e sull’orlo di degenerare in aperti contrasti". Il rapporto pone l’accento sul crescente risentimento della popolazione contro le ineguaglianze, l’indifferenza e la corruzione e denuncia il diffondersi di proteste su larga scala talvolta inscenate da gruppi di migliaia di persone. Il testo afferma inoltre che, nei prossimi anni, a causa dei grandi cambiamenti dovuti all’apertura del mercato cinese agli investimenti stranieri, i conflitti sociali potrebbero inasprirsi e caldeggia, anche se in modo vago, "riforme di sistema" in grado di allentare le tensioni sociali. "L’ingresso del paese nell’Organiz-zazione Mondiale del Commercio" – dice il documento – "potrebbe accrescere il pericolo di forti pressioni interne, con un incremento, nel tempo, di eventi che potrebbero minare la stabilità sociale e mettere in pericolo l’attuazione delle riforme e l’apertura". Il documento riferisce che le proteste sono diffuse tra tutti gli strati della popolazione, dai lavoratori ai pensionati, dai piccoli proprietari ai soldati e perfino tra gli studenti e gli insegnanti. Inoltre, "forze ostili", sia all’interno del paese sia all’estero, fomentano il disordine sociale con il pretesto delle differenze etniche, della religione e dei diritti umani. u

 

  

Discorso di s.s. il dalai lama
in occasione del 42° anniversario
dell’insurrezione di lhasa

 

Oltre 50 anni or sono il Tibet fu occupato dalla Cina. Sono trascorsi più di 40 anni da quando migliaia di tibetani iniziarono la loro esistenza di profughi. Tre generazioni di tibetani hanno vissuto nel più buio periodo della nostra storia sopportando terribili difficoltà e sofferenze. Però la questione tibetana è ancora viva. Che il governo cinese lo ammetta o meno, il mondo è consapevole della grave situazione in Tibet, non solo nella Regione Autonoma Tibetana ma anche nelle altre aree tibetane. Il precedente Panchen Lama, nella petizione in 70.000 caratteri inviata alle autorità di Pechino nel 1962, aveva chiaramente denunciato la terribile situazione in cui versava il Tibet. Da allora, sebbene vi siano stati alcuni miglioramenti, la situazione rimane ancora molto grave. Il problema tibetano continua ad essere non solo una continua fonte di imbarazzo per la Cina a livello internazionale, ma è anche dannoso e pericoloso per la stabilità e l'unità della Repubblica Popolare Cinese.

Il governo cinese continua a mascherare la drammatica situazione del Tibet attraverso la sua propaganda. Se le condizioni in Tibet fossero come le autorità cinesi le dipingono, allora perché non permettere ai visitatori di entrare in Tibet senza alcuna restrizione? Invece di cercare di nascondere la verità considerandola "segreto di stato", perché non hanno il coraggio di mostrarla al mondo esterno? E perché il Tibet è pieno di forze di sicurezza e prigioni? Ho sempre detto che se la maggioranza dei tibetani in Tibet fosse soddisfatta della presente situazione io non avrei nessuna giustificazione, nessun motivo e nessuna voglia di alzare la mia voce contro quello che accade in Tibet. Purtroppo ogni volta che i tibetani protestano anziché essere ascoltati vengono arrestati, imprigionati ed etichettati come controrivoluzionari. Non sono liberi di dire la verità.

Se i tibetani fossero realmente felici le autorità cinesi non avrebbero alcuna difficoltà a indire un referendum in Tibet. Numerose organizzazioni tibetane non governative chiedono che si tenga un referendum in Tibet. Ritengono che il modo migliore per risolvere una volta per tutte questo problema sia lasciare che i tibetani in Tibet possano scegliere il loro destino attraverso libere elezioni. Io ho sempre affermato che il popolo tibetano debba poter decidere il futuro del Tibet. Io appoggerei con tutto il cuore i risultati di un referendum di questo tipo.

La questione tibetana non riguarda la mia posizione ed il mio benessere ma la libertà, i fondamentali diritti umani e la preservazione della cultura di sei milioni di tibetani così come la protezione dell'ecosistema del Tibet. Fin dal 1969 ho detto con chiarezza che spetta al popolo tibetano decidere se l'istituzione del Dalai Lama, che è antica di trecento anni, debba continuare o cessare di esistere. Più recentemente, nel 1992, in un documento ufficiale sulla futura politica del Tibet ho affermato con chiarezza che se dovessimo tornare in un Tibet sufficientemente libero non avrei alcun ruolo nel futuro governo tibetano. Ho sempre pensato che il Tibet del futuro dovrebbe avere un sistema di governo laico e democratico. Sono certo che nessun Tibetano, in Tibet o in esilio, voglia restaurare il passato sistema sociale.

Sono sempre stato consapevole che il Tibet avesse bisogno di mutamenti sociali e avevo anche tentato di dar vita ad alcune riforme nonostante le difficili circostanze politiche. Una volta in esilio, ho sempre incoraggiato i profughi tibetani a seguire le regole democratiche. Oggi i tibetani sono tra le poche comunità di rifugiati ad aver costruito i tre pilastri della democrazia: legislativo, giuridico ed esecutivo. Nell'anno in corso il processo si rafforzerà ulteriormente grazie al cambiamento nell'elezione del presidente del Gabinetto tibetano, il Kashag. Trasferirò la responsabilità di gestire la comunità tibetana in esilio al presidente eletto del Kashag e ad un parlamento eletto in esilio. Comunque io considero un mio dovere morale nei confronti di sei milioni di tibetani continuare a tenere viva la questione tibetana con la dirigenza cinese e agire come libero portavoce del mio popolo fino a quando non si sarà trovata una soluzione. L'enorme fiducia che il popolo tibetano mi accorda rafforza il mio senso di responsabilità.

Le relazioni storiche fra il Tibet (bod) e la Cina (gya) sono quantomeno estremamente più complesse e articolate di quanto affermi la versione ufficiale di Pechino. Il Tibet è stato una entità politica distinta e separata per oltre duemila anni. Non si può negare questo fatto. La storia è la storia e nessuno può cambiare il passato ma si devono accettare i fatti. Penso che siano gli storici e gli esperti a dover decidere sullo status storico del Tibet. Ma indipendentemente dalla nostra storia passata io guardo verso il futuro.

dalailama.jpg (12577 byte)Numerosi dirigenti della Repubblica Popolare Cinese, da Mao Zedong e Zhou Enlai a Deng Xiaoping e Hu Yaobang hanno riconosciuto "la peculiare natura" e "il caso speciale" rappresentato dallo status del Tibet. L'accordo in 17 punti del 1951 tra tibetani e cinesi , incarnando lo spirito originario e il concetto de "una nazione e due sistemi", è la prova più evidente di questo riconoscimento. Nessun'altra provincia o regione della Repubblica Popolare Cinese ha stipulato un accordo simile con Pechino. Il governo cinese promise di rispettare "la peculiare natura" del Tibet. Purtroppo, nonostante queste assicurazioni, per la maggior parte del tempo le politiche repressive della Cina in Tibet sono state guidate da un profondo senso di insicurezza, sfiducia, sospetto e arroganza e da lampante mancanza di comprensione, apprezzamento e rispetto per la distinta cultura, storia e identità del Tibet. Di veramente "peculiare" oggi in Tibet c'è solo che questo è un luogo povero ed oppresso dove le politiche portate avanti dall'ultrasinistra sono ancora attive nonostante la loro influenza nel resto della Cina sia diminuita da molto tempo.

In quanto convinto assertore della nonviolenza e di un 'attitudine basata sulla volontà di riconciliazione e cooperazione, fin dall'inizio ho cercato di prevenire un bagno di sangue ed arrivare a una soluzione pacifica. Ho anche una sincera ammirazione per la Cina e per il suo popolo con la loro antica storia e la loro ricca cultura. Quindi ritengo che facendo ricorso al coraggio, alla saggezza e alla visione interiore sia possibile stabilire una relazione tra Tibet e Cina che sia di benefico per entrambi e si basi sul rispetto e l'amicizia. Conseguentemente la mia posizione riguardo alla lotta per la libertà del Tibet è quella di cercare una genuina autonomia per il popolo tibetano. Nonostante le sempre maggiori critiche che ricevo e il peggiorare della situazione in Tibet, rimango legato alla mia politica della "Via di Mezzo". Credo fortemente che una soluzione del problema tibetano legata al mio approccio, soddisferà i bisogni del popolo tibetano e contribuirà notevolmente all'unità e alla stabilità della stessa Cina. Negli ultimi 20 anni i nostri contatti con il governo cinese sono passati attraverso innumerevoli alti e bassi, qualche volta sono stati molto incoraggianti e altre veramente scoraggianti.

Lo scorso luglio, il mio fratello Gyalo Thondup, ancora una volta si è recato a Pechino e ha fatto ritorno con un messaggio del Dipartimento del Fronte Unito che ribadiva la ben nota posizione della dirigenza cinese riguardante la mia posizione. In settembre, tramite l'ambasciata cinese di Delhi, ho fatto presente a Pechino che avrei voluto inviare una mia delegazione in Cina per illustrare un dettagliato memorandum sul mio pensiero riguardo al Tibet e per spiegare e discutere il contenuto del memorandum stesso. Speravo sinceramente che questo avrebbe potuto favorire la nascita di un approccio realistico alla questione tibetana. Pensavo che attraverso un confronto diretto con la leadership cinese si sarebbero potute chiarire le incomprensioni e superare la loro sfiducia. Espressi la mia convinta opinione che, una volta superato questo punto, senza eccessiva difficoltà si sarebbe potuto trovare un accordo soddisfacente per entrambe le parti. Ma fino ad ora il governo cinese si è rifiutato di accettare una mia delegazione affermando che tra il 1979 e il 1985 Pechino aveva già ricevuto sei delegazioni dei tibetani in esilio. Quindi adesso sono restii ad accettarne un'altra. Questo è un chiaro segno dell'irrigidimento della posizione di Pechino e della mancanza di una volontà politica di risolvere il problema tibetano.

La presente linea dura della dirigenza cinese non metterà però in crisi la nostra decisione di ricercare la libertà e la pace tramite la nonviolenza. La pazienza, il coraggio e la determinazione sono valori essenziali per noi tibetani di fronte ad una sfida di tale importanza. Credo fermamente che sarà possibile in futuro discutere seriamente la questione tibetana e affrontare la realtà poiché, sia per la Cina sia per noi, non vi è altra soluzione possibile.

Se guardiamo alla situazione all'interno del Tibet, potrebbe sembrare che non ci siano speranze a causa della repressione montante, delle distruzioni ambientali, e dei drammatici tentativi di distruggere l'identità e la cultura stesse del Tibet tramite il massiccio trasferimento di popolazione cinese nelle regioni tibetane. In ogni caso però, la questione tibetana è strettamente connessa a quanto succede all'interno della Cina. E la Cina, non importa quanto potente possa essere, fa parte del mondo. E il mondo oggi si muove verso una maggiore accessibilità, apertura, libertà, democrazia e rispetto dei diritti umani. La Cina in effetti sta cambiando. Nel lungo periodo non potrà evitare di confrontarsi con la verità, la giustizia e la libertà. Per noi è incoraggiante che vi sia un sempre maggior numero di cittadini cinesi, inclusi gli intellettuali e i liberi pensatori, che non solo si preoccupano di quanto accade in Tibet ma ci esprimono apertamente la loro solidarietà.

Poiché la situazione in Tibet rimane grave, come ho appena detto, ed anche perché le autorità cinesi si rifiutano di affrontare la questione tibetana la mia posizione della "Via di mezzo" è oggetto di un crescente numero di critiche. Ho sempre accolto con favore il diritto ad avere differenti opinioni politiche. Vi sono persone che credono fermamente nell'obiettivo dell'indipendenza del Tibet. Alcuni mi criticano affermando che la mia posizione divide e confonde il nostro popolo. Posso comprendere queste critiche dal momento che la Cina si rifiuta di rispondere al mio approccio della "Via di mezzo". Inoltre non vi è dubbio che la stragrande maggioranza del popolo tibetano pensi che l'indipendenza sia un suo diritto storico e legittimo. Mentre rifiuto con fermezza l'uso della violenza come mezzo della nostra lotta per la libertà, rispetto però il diritto di ogni tibetano a discutere e approfondire tutte le opzioni politiche.

Vorrei cogliere questa opportunità per ringraziare gli individui, i governi, i parlamentari, le organizzazioni non governative e i gruppi religiosi che ci hanno sostenuto. Vorrei anche esprimere la mia gratitudine a tutti quei cittadini cinesi che appoggiano la nostra giusta causa. Ma soprattutto, a nome di tutti i tibetani, vorrei esprimere la nostra più profonda gratitudine al popolo e al governo dell’ India per l’incommensurabile generosità e il sostegno con cui ci hanno aiutato negli ultimi quarant’ anni.

In conclusione voglio rendere omaggio alle donne e agli uomini del Tibet che con coraggio continuano a sacrificare le loro vite per la causa della libertà e prego perché al più presto abbiano fine le sofferenze del nostro popolo. Colgo anche questa occasione per ringraziare i nostri coraggiosi fratelli e sorelle cinesi per i tremendi sacrifici che compiono per portare la libertà e la democrazia in Cina.



IL DALAI LAMA

Dharamsala, 10 marzo 2001


ATTUALITA’

 

FALUN GONG

Alcune notizie

 

Poiché il nome di Falun Gong ricorre sempre più frequentemente nelle cronache giornalistiche, abbiamo ritenuto interessante fornire ai lettori qualche informazione circa il movimento e la sua posizione all’interno della Repubblica Popolare Cinese.

 

IL MOVIMENTO

Falun Gong, chiamata anche Falun Dafa, è un’antica forma di qigong, la pratica di purificazione del corpo e della mente attraverso la meditazione e particolari esercizi fisici. La sua introduzione in Cina avvenne nel 1992 ad opera del Maestro Li Hongzi che, per due anni, insegnò pubblicamente la pratica senza accettare denaro o donazioni dai suoi studenti ma adoperandosi affinché l’insegnamento fosse accessibile a tutti.

Nell’arco di pochissimo tempo, Falun Gong è diventata la più popolare forma di qigong della storia cinese. Il suo successo è dovuto al fatto che, a differenza delle altre forme di qigong, Falun Gong pone l’accento non solamente sull’aspetto fisico della pratica, basata su pochi movimenti di facile esecuzione, ma anche sull’educazione ed elevazione morale della personalità del praticante. Cuore dell’insegnamento sono infatti i tre supremi principi della Sincerità, Benevolenza e Tolleranza che il seguace deve fare propri ed applicare nella vita di tutti i giorni. Grazie ai benefici derivanti dalla pratica, a livello sia fisico sia mentale, il movimento, a partire dalla Cina, si è diffuso in tutto il mondo e vanta oggi oltre dieci milioni di seguaci. Falun Gong si dichiara apolitica e informale. Non è un’associazione e ai praticanti non è chiesto alcun obbligo o contributo ma una mente aperta e il desiderio di dare un maggiore significato alla vita.

 

FALUN.jpg (8185 byte)LA SITUAZIONE IN CINA

Il governo cinese, guidato dal Partito Comunista, è ufficialmente ateo. Di conseguenza, qualsiasi forma di spiritualità è scoraggiata e spesso dichiarata fuori legge perché contraria all’ideologia del Partito. Nelle nazioni democratiche, la libertà di pensiero è uno dei diritti fondamentali, ma in Cina questi diritti sono raramente protetti.

In seguito alle vessazioni compiute dalla polizia contro i praticanti di Falun Gong nella città di Tianjin, il 25
aprile 1999 più di diecimila seguaci si riunirono nelle vicinanze dello Zhongnanhai, il complesso delle residenze dei dirigenti cinesi, dando vita ad una pacifica manifestazione di protesta che si sciolse spontaneamente dopo un incontro con Zhu Rongji, il presidente del parlamento.

L’evento provocò tuttavia molto sconcerto nella leadership cinese che non si aspettava una grande concentrazione di folla nel cuore della capitale in così breve tempo. Non accadeva dai giorni della protesta di Piazza Tien An Men, nel 1989. La notte del 19 luglio 1999, la polizia fece irruzione nelle case dei praticanti e operò centinaia di arresti. Il giorno successivo, Falun Gong fu ufficialmente dichiarata illegale in Cina ed ebbe inizio una massiccia campagna governativa mirata a distruggere il movimento. Migliaia di praticanti furono imprigionati, torturati o inviati nei centri di rieducazione. Alcuni furono rinchiusi in istituti psichiatrici e costretti con la forza ad assumere psicofarmaci. Da allora, milioni di libri e di filmati sono stati dati pubblicamente alle fiamme, il numero delle detenzioni è continuato ad aumentare e coloro che denunciano gli abusi subiti sono arrestati e imprigionati con l’accusa di "divulgazione di segreti di stato". Oltre sessanta sono i casi accertati di persone morte in seguito alle percosse e alle torture.

 

Informazioni tratte dal sito web ufficiale di Falun Gong

 

 

 

COMUNICAZIONI

 

La Marcia Transappenninica

Tutto è pronto per accogliere i marciatori che prenderanno parte alla Marcia Transappenninica contro il genocidio in Tibet che prenderà il via il giorno 30 giugno 2001 dalla città di Bologna e si concluderà il 6 luglio a Firenze. La Marcia, alla quale hanno aderito, tra gli altri, numerose associazioni e centri di buddismo tibetano oltre ad alcuni gruppi sindacali e partiti politici, è organizzata dalla CGL, CISL, UIL di Bologna, dall’Associazione Aiuti Zanskar, dall’Associazione Action Dolpo, dall’Associazione Eurasia, dalla Rivista Re Nudo e dall’Associazione Italia-Tibet. Per dare maggiore peso e visibilità alla manifestazione, il Comitato Organizzatore ha indetto a Bologna per il 30 giugno, giorno di inizio della Marcia, un grande momento di mobilitazione al quale siete tutti invitati a partecipare.

 

Questo il programma della giornata:

ore 10.30 Piazza Nettuno:

    • manifestazione a sostegno della causa del popolo tibetano
    • esibizione degli artisti che hanno aderito alla Marcia

ore 12.00 Rituale celebrato dai monaci del Gyuto a ricordo delle vittime dell’invasione

ore 12.30 Inizio della Marcia

 

Invitiamo tutti i soci e gli amici del Tibet a partecipare alla manifestazione di Bologna: è necessaria la presenza di un grande numero di persone per gridare forte le ragioni del popolo tibetano!

 

La Marcia si snoderà fino a Firenze con le seguenti tappe:

Sabato 30 giugno: Bologna – Sasso Marconi (Km 20)

Domenica 1 luglio: Sasso Marconi – Monzuno (Km 20)

Lunedì 2 luglio: Monzuno – Monghidoro (Km 16)

Martedì 3 luglio: Monghidoro – Firenzuola (Km 18)

Mercoledì 4 luglio: Firenzuola – S. Piero a Sieve (Km 23)

Giovedì 5 luglio: S. Piero a Sieve – Fiesole (Km 15)

Venerdì 6 luglio: Fiesole – Firenze (Km 6)

 

A Firenze, a conclusione della Marcia, si terrà un Convegno Internazionale presieduto da Fosco Maraini.

 

Per maggiori informazioni circa il percorso e le possibilità di alloggio, per dare la vostra adesione alla Marcia, per conoscere chi e quanti vi hanno aderito e le loro motivazioni, vi invitiamo a visitare il sito:

 

www.inmarciaperiltibet.it

e-mail: inmarciaperiltibet@libero.it

 

Il Dalai Lama in visita a Trento

Come annunciato nel precedente numero di Tibet News, il Dalai Lama sarà a Trento i giorni 27, 28 e 29 giugno su invito della Provincia Autonoma. Questo il programma della visita:

 

Mercoledì 27 giugno: arrivo del Dalai Lama

 

Giovedì 28 giugno:

ore 10.00 Castello del Buonconsiglio: incontro riservato politico – istituzionale

ore 15.30 Piazza del Duomo: Musica, canti e danze rituali

ore 17.00 Palazzetto dello Sport: Conferenza pubblica del Dalai Lama

Venerdì 29 giugno:

ore 8.45 Arco di Trento, Villa Tappainer: visita al giardino della pace

ore 10.15 Rovereto, Campana dei caduti: incontro interreligioso

ore 11.30 Rovereto, incontro riservato con esponenti del Forum Trentino per la Pace e Associazioni per il Tibet

ore 14.30 Pinzolo, consegna al Dalai Lama del premio di solidarietà alpina

ore 16.30 Trento, Auditorium S. Chiara: celebrazione accademica con il conferimento al Dalai Lama del titolo di professore onorario dell’Università degli Studi di Trento.

In attesa dell’arrivo del Dalai Lama, una lunga serie di manifestazioni collaterali, iniziata a partire dalla metà del mese di maggio, ha contribuito ad avvicinare i trentini alla cultura tibetana.

Sono state organizzate rassegne di filmati sul Tibet, mostre fotografiche, spettacoli di danze e musiche del Paese delle Nevi unitamente a corsi di introduzione al buddismo tibetano.

Il Dalai Lama riceverà inoltre un particolare benvenuto: grazie alla collaborazione di tutte le sezioni della S.A.T., su tutte le cime del Trentino sventolerà una bandiera tibetana.

Un particolare ringraziamento da parte dell’Associazione Italia-Tibet a Marina Mattedi e agli amici di Trento che con il loro interessamento e lavoro hanno reso possibile la visita e l’organizzazione delle manifestazioni.

 

ENI in Tibet: inizio della campagna dell’Associazione

Sta per prendere l’avvio la campagna di sensibilizzazione e di mobilitazione contro la presenza del gruppo petrolifero nazionale ENI in territorio tibetano e la sua partecipazione alla costruzione, assieme a PetroChina, del gasdotto tra Sebei e Lanzhou. In questi ultimi mesi è stato prodotto ampio e documentato materiale informativo e sono stati individuati i gruppi e le organizzazioni che potrebbero affiancarsi all’Associazione Italia-Tibet nel perseguimento degli obiettivi che si è proposta. Il lancio della campagna avverrà ufficialmente entro il mese di giugno 2001 nel corso di una conferenza stampa che si terrà a Milano. In considerazione di questo evento, è stata inviata la documentazione relativa alla campagna a oltre ottanta giornalisti e a trentacinque associazioni operanti nel campo dell’ambiente e dei diritti umani, prevalentemente sul territorio della Lombardia. A questa fase, seguirà quella del coinvolgimento delle testate e delle associazioni operanti sul resto del territorio nazionale.

Alla luce degli orientamenti espressi dal governo tibetano in esilio e delle richieste inoltrate, a livello internazionale, alla compagnia inglese BP Amoco, l’Associazione Italia-Tibet, in considerazione della specificità del contesto nel quale si troverà ad operare, ha individuato nei punti che di seguito riportiamo i motivi e gli obiettivi della campagna.

 

MOTIVI DELLA CAMPAGNA

Il Governo Tibetano in Esilio ha preso ufficialmente posizione contro la costruzione del gasdotto che si snoderà per 953 chilometri tra Sebei e Lanzhou, nel bacino di Tsaidam (Amdo), attraverso un’area abitata prevalentemente da popolazioni di nomadi tibetani e mongoli.

Il governo di Dharamsala ritiene che i lavori debbano essere fermati in quanto lesivi degli interessi economici, sociali, culturali e ambientali dei tibetani residenti nella zona. In particolare, il progetto è giudicato negativamente in quanto:

  • Vi lavorerà un gran numero di cinesi e mano d’opera non tibetana
  • Sfrutterà le risorse naturali senza che i tibetani ne possano beneficiare
  • Consoliderà il controllo cinese del Tibet fornendo ai cinesi ulteriori ragioni per esercitarlo
  • Contribuirà all’erosione della cultura e delle tradizioni tibetane
  • Faciliterà il trasferimento di coloni e lavoratori cinesi
  • Avrà un impatto negativo sull’ecosistema del Tibet
  • Verranno impiegati in condizioni disumane prigionieri politici condannati ai lavori forzati

 

OBIETTIVO PRINCIPALE DELLA CAMPAGNA

Far recedere ENI dalla costruzione del gasdotto

 

OBIETTIVI SECONDARI:

  • Informare il management ENI sulla reale situazione del popolo tibetano;
  • Sensibilizzare ENI sulla questione della violazione dei diritti umani in generale e in particolare sulla situazione tibetana
  • Indurre l’azienda ad agire in conformità al proprio Codice di Comportamento
  • Chiedere garanzie (attraverso un monitoraggio) del non utilizzo di prigionieri politici nei lavori di costruzione
  • Chiedere alla "Sicurezza" dell’ENI che gli addetti alle azioni di sorveglianza non siano solo cinesi e che non abbiano già scontato condanne per violazione di diritti umani
  • Ottenere una relazione sulle politiche di lavoro adottate nei confronti dei lavoratori autoctoni (garanzie sindacali)
  • Ottenere una dettagliata relazioni sugli studi effettuati dall’azienda circa l’ impatto ambientale

 

COSA E’ STATO FATTO

 

In America

Sotto la pressione della Securities Exchange Commission e di una coalizione di gruppi per i diritti civili e religiosi, la quotazione di PetroChina alla borsa di New York (6 Aprile 2000) è stata ridotta. Infatti, il sottoscrittore Goldman Sach Asia ha ridotto l’offerta iniziale da 10 miliardi di dollari a 2.800 milioni di dollari per i sostanziali rischi associati ad iniziative come l’espansione di PetroChina nel bacino dello Tsaidam in Tibet e per i legami esistenti tra l’azienda statale China National Petroleum Corporation (CNPC) – azionista di maggioranza di PetroChina – e il governo sudanese.

 

In Inghilterra:

Il governo inglese attraverso il Ministro del Commercio , Richard Caborn, ha chiesto ufficialmente a Pechino chiarimenti sul gasdotto costruito da Petrochina in Tibet. Inoltre in tutto il paese è in atto una mobilitazione delle organizzazioni non governative affinché la British Petroleum non partecipi alla costruzione del metanodotto.

 

In Italia:

Nell’agosto 2000 è stata presentata un’interrogazione da parte del Senatore Pietro Milio (Lista Pannella) sulla partecipazione Italo – Cinese allo sfruttamento di risorse in Tibet.

 

Il nuovo indirizzo web

Informiamo i soci che, in ottemperanza a quanto emerso nel corso dell’ultima assemblea, da qualche mese l’Associazione Italia-Tibet dispone di un sito web costantemente aggiornato in cui potrete trovare informazioni sulle nostre attività e campagne nonché le notizie più recenti e interessanti riguardanti l’evolversi della questione tibetana e i maggiori avvenimenti a livello internazionale ad essa correlati.

Il nuovo sito interagisce con il precedente, tuttora attivo, consentendo all’Associazione di essere presente anche all’interno di Padmanet.

Questo il nuovo indirizzo web:

 

http://www.italiatibet.org

 

Digitandolo, si accede a www.padmanet.com. Cliccare su

 

 

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VISITATECI!!!

 

 

Roma, 20 Marzo 2001

Presso il Circolo "l’Angolo dell’Avventura" Marco Vasta ha tenuto la conferenza "Lhasa, le sfide del cambiamento". Di fronte ad un pubblico numeroso ed attento, con l’ausilio di diapositive e di schizzi topografici, è stata illustrata la trasformazione urbanistica di Lhasa dal 1949 ai giorni nostri. Interesse e commozione hanno suscitato le immagini della prigione di Drapchi, quelle che presentano la distruzione dei monasteri e le tracce dell’incendio nel Jokang (ancora riscontrabili negli anni 80). Nel saccheggio andò distrutta la campana fatta fondere dal cappuccino Orazio da Pennabilli, ora ritrovata. La proiezione si è conclusa con la testimonianza fotografica dei vandalismi nelle cittadelle di Toling e Tsaparang nel Tibet Occidentale.

 

 

La Maddalena, 7 Aprile 2001

Organizzato dalla socia Giannina Fara e con il patrocinio del Lions Club de La Maddalena, si è tenuto un incontro sul tema del volontariato. Nella prestigiosa sala della Scuola Navale della Marina Militare Italiana la manifestazione ha visto la partecipazione interessata di numerosissimi allievi delle scuole superiori dell’isola nonché di cittadini che hanno così voluto mostrare il proprio interesse per ogni azione di solidarietà sociale sia nel contesto sociale locale che in quello internazionale. Rappresentanti di Emergency, Terres des Hommes, Amnesty International e Italia Tibet hanno illustrato la propria attività con filmati e diapositive. Per Italia-Tibet è intervenuto Marco Vasta.

 

 

Milano, 10 Maggio 2001

Nel prestigioso salone del Centro Culturale Milanese, la sezione milanese di Italia Nostra ha organizzato un incontro sul Tibet aperto alla cittadinanza ed ai propri soci. La situazione politica e la cultura tibetana sono state presentate al pubblico da vari relatori. Per l’Associazione Italia-Tibet è intervenuto Marco Vasta che ha presentato una breve sequenza di "Lhasa, le sfide del cambiamento" soffermandosi sul saccheggio e la distruzione del patrimonio artistico e sul dramma dei prigionieri politici, detenuti per reati d’opinione.

 

 

Forlì, 19 maggio – 15 giugno 2001

Presso il Palazzo Albertini di Forlì, Fiammetta Frattini con la collaborazione di Stefano Dallari ha organizzato una mostra di fotografie di Fosco Maraini e un’esposizione di alcuni oggetti d’arte e artigianato tibetano messi a disposizione della Casa del Tibet. All’inaugurazione ha partecipato lo stesso Fosco Maraini e, nel corso della manifestazione, sono state tenute alcune conferenze e incontri ai quali hanno partecipato Piero Verni e Stefano Dallari.

 

Segnaliamo infine una serie di conferenze e manifestazioni tenute, a partire dallo scorso mese di gennaio, dal consigliere Claudio Cardelli:

 

Martedì 23 Gennaio, conferenza sul Tibet Presso L'Università Per La Terza Età di Rimini

 

Martedì 8 febbraio e Martedì 13 febbraio, due incontri sull'Asia e il Tibet presso l'Associazione "Cultura Progetto" di Forli

 

Giovedì 5 aprile, conferenza sul Tibet presso la Libera Università della Repubblica di San Marino

 

Sabato 7 aprile: conferenza a Brescia presso il Beatles Museum 1965 "Tomorrow never knows": una canzone dei Beatles per il Dalai Lama"

 

Venerdì 10 maggio, conferenza presso il Liceo scientifico "J. Da Ponte" di Bassano nell'ambito della Settimana per la Divulgazione Scientifica

 

Martedì 5 giugno, conferenza sul Tibet presso il Lions Club "Rimini-Riccione-Host"

 

 

In programmazione

Osnago (Lecco), 6-7 Ottobre 2001

Anche quest’anno l’Associazione Italia Tibet parteciperà con un proprio stand alla manifestazione "ImmagiMondo", 4° Festival di viaggi, luoghi e culture organizzato dalla Associazione Les Cultures. I soci che vorranno aiutare nella organizzazione dello stand sono invitati a contattare la segreteria.

 

 

Cantù (Como), 9 novembre 2001

Nell’Aula Magna della scuola Media "Ribaldi"(ore 21, ingresso libero), Marco Vasta presenterà "Dove i valichi toccano il cielo; il ritmo delle stagioni nell’antico regno tibetano di Ladakh fra Himalaya e Karakorum". La conferenza illustrerà, con diapositive raccolte nel corso di vent’anni di viaggi, religione, cultura e vita quotidiana di una popolazione di montagna che ha conservato la propria identità.

 

 

Trento, 27 giugno- 15 ottobre

Nell’ambito delle manifestazioni organizzate in occasione della visita del Dalai Lama, la Provincia di Trento in collaborazione con l’Associazione Italia-Tibet e Sentieri del Tibet allestirà la mostra "Uomini e Dei sul Tetto del Mondo: Arte, Religione e Vita Quotidiana nel Tibet". Tra le tante sezioni che renderanno particolarmente originale e interessante questa mostra, segnaliamo l’esposizione di pregiati pezzi di artigianato e arredo tibetano.

 

Nel quadro delle celebrazioni del cinquantenario della Fondazione Giorgio Cini, si è tenuto a Venezia, i giorni 7 e 8 maggio 2001, un importante convegno internazionale sul tema: "L’Opera Tibetana, un Teatro Vivente". Alla manifestazione hanno preso parte eminenti orientalisti ed esperti del mondo della cultura tibetana, tra cui il socio ed amico Antonio Attisani, grande studioso e conoscitore del teatro tibetano cui ha recentemente dedicato due approfonditi volumi. Tra gli illustri invitati a partecipare e presiedere le conferenze e i dibattiti in cui si è articolata la manifestazione, ricordiamo, tra gli altri, il prof. Erberto Lo Bue, Isabelle Henrion-Dourcy, Ramon N. Prats e Anne Marie Blondeau oltre ai tibetani Jamyang Norbu, Tashi Tsering e Rakra Tethong Rinpoche. Il convegno è stato preceduto da una serie di interessanti manifestazioni culturali sui costumi, i canti e le danze dell’Opera Tibetana.

 

Tulku Thondup, L’Arte di curarsi con la mente, Sperling&Kupfer Editori, pag. 243, £. 29.000, uno dei testi più chiari ed esaurienti per conoscere le tecniche di guarigione buddhiste in rapporto con le pratiche meditative e spirituali. Rivelandoci i metodi pratici e concreti con cui la tradizione tibetana affronta il problema della salute sia fisica sia mentale, Tulku Thondup conduce anche il lettore attraverso alcuni degli aspetti principali della civiltà e della tradizione del Tibet.

 

Antonio Attisani, A Ce Lha Mo, studio sulle forme della teatralità tibetana, Leo S. Olschki Editore, Firenze 2001, pag. 601, £. 65.000, il più importante testo sul teatro tibetano finora pubblicato in lingua occidentale. L’Autore, docente di Storia del teatro e dello spettac