TIBET NEWS ITALIA - 33

Inverno 2001

INDICE

 

DEMOCRAZIA IN CINA:
UN PRESUPPOSTO IRRINUNCIABILE

Pubblichiamo una parte dell’intervento tenuto da Piero Verni al III Seminario Europeo sul Tibet svoltosi nella sede del Parlamento Europeo a Bruxelles il 7 e 8 dicembre 2000.

Da quando nel giugno del 1988, nella sede di Strasburgo del Parlamento Europeo, il Dalai Lama annunciò di essere disposto a rinunciare alla piena indipendenza del Tibet in cambio di una effettiva autonomia per l’intero territorio tibetano (le regioni di U-Tsang che costituiscono l’attuale Regione Autonoma del Tibet e quelle del Kham e dell’Amdo oggi facenti parte di alcune province cinesi) molta acqua è passata sotto i ponti. Purtroppo la moderata, flessibile, pragmatica posizione del leader tibetano non ha ricevuto alcuna risposta positiva da parte di Pechino. Anzi, sotto molti punti di vista, si può a ragione sostenere che le condizioni di vita delle donne e degli uomini del Tibet siano ulteriormente peggiorate.

Questa mancanza di risultati ha portato alcuni settori della diaspora tibetana a ritenere priva di prospettive la politica del Dalai Lama e del suo governo in esilio. E le ragioni di chi è a favore della richiesta di una reale autonomia e quelle di quanti invece ritengono l’indipendenza l’unica vera opzione per cui lottare si sono confrontate a lungo in questi anni all’interno della comunità dei rifugiati.

A me sembra però che prima di affrontare questo interrogativo i nostri amici tibetani farebbero meglio a chiedersi se non sia un altro il vero problema, che è molte miglia a monte della scelta tra indipendenza e autonomia. E questo problema, secondo la mia modesta opinione, è quello della democrazia in Cina e in Tibet. Infatti fino a quando a Pechino governerà un regime autoritario e repressivo come l’attuale non ci sarà alcun spazio per discussioni di sorta. E quanto avvenuto dal 1988 ad oggi lo dimostra ampiamente.

Solo con un differente governo cinese sarà possibile affrontare la questione di come il Tibet dovrà raffrontarsi con la Cina. E rimarrà comunque sempre, per quanto democratici potranno diventare i dirigenti cinesi, una questione complessa, spigolosa e di difficile soluzione.

E’ dunque quello della democrazia il vero nodo da sciogliere per la Repubblica Popolare Cinese, il Tibet, il Turkestan Orientale, la Mongolia interna e per il miliardo e trecentomilioni di esseri umani che popolano il "Paese di Centro". Perché senza un effettivo cambiamento democratico a Pechino come si può realisticamente pensare ad un Tibet "autonomo" i cui abitanti possano essere liberi di decidere del proprio destino? Che forse è possibile immaginare, tanto per fare un esempio banale, un sindaco di Lhasa liberamente eletto quando quelli di Canton, Shangai, etc. continuano ad essere imposti dal Partito Comunista? Francamente mi sembra una possibilità piuttosto remota.

Dunque all’ordine del giorno è, o quantomeno dovrebbe essere, un mutamento positivo del sistema politico cinese. Un mutamento che, certo con i tempi e modi appropriati, veda alla fine del tunnel la caduta di un regime dispotico, totalitario e repressivo responsabile di drammi e violenze inaudite contro tutti i popoli che ha governato in oltre 50 anni.

Se tutto questo è vero, come ritengo che sia, si pone dunque la domanda di come aiutare la svolta democratica in Cina. C’è chi pensa, ed io francamente non sono tra costoro, che la presenza del mercato e di dosi sempre più ampie di capitalismo porterà "sic et simpliciter" alla caduta della dittatura del P.C.C., essendo impossibile una convivenza prolungata tra libero scambio delle merci e sistema a partito unico. Purtroppo la storia ci rammenta che non è necessariamente così. Italia fascista e Germania nazista sono due casi (tra i tanti che potrei citare) in cui il capitalismo ha potuto tranquillamente convivere con delle strutture di potere totalitarie. Senza dubbio i cambiamenti economici voluti da Deng Tsiaoping e dai suoi successori hanno immesso numerosi elementi di contraddizione all’interno delle dinamiche socio-politiche cinesi ma questi da soli non porteranno necessariamente al cambio di regime. Questo potrà esserci, se ci sarà, solo se tutte le forze che hanno aperto un contenzioso con Pechino faranno la loro parte e porteranno il loro contributo alla lotta per un mutamento positivo e sostanziale del sistema politico in Cina.

Oggi il "Paese di Centro" non è quel gigante stabile e potente che in molti, dentro e fuori la Cina, vorrebbero farci credere essere. Al contrario la Repubblica Popolare Cinese è attraversata da innumerevoli contraddizioni e problemi. I tibetani infatti non sono soli nella loro resistenza all’oppressione di Pechino. A qualche centinaio di miglia da Lhasa, le zone del Sinkiang un tempo note con il nome di Turkestan Orientale vedono crescere di giorno in giorno la ribellione del popolo uighuro, ribellione che sovente si manifesta anche in azioni di guerriglia e sabotaggio. Più a nord, nei territori della cosiddetta "Mongolia Interna" comincia a serpeggiare tra i mongoli la voglia di riunirsi ai loro fratelli della Repubblica Indipendente di Mongolia. E in tutta la Cina gli aderenti al movimento religioso della Falung Dafa (o Falun Gong) continuano a protestare, e ad essere massacrati per questo, contro la messa al bando del loro movimento mentre un disagio profondo scuote le zone agricole più colpite dai contraccolpi dell’economia socialista di mercato e a livello locale si moltiplicano le rivolte contadine. Infine il movimento democratico nato dalla primavera di Tienanmen continua a creare problemi ai burocrati di Zhongnanhai così come continuano a crearne quei cattolici che non accettano di rinnegare la loro fedeltà al Papa.

E poi c’è il problema non risolto e non facilmente risolvibile (sia con le buone sia con le cattive) di Taiwan, oggi finalmente una repubblica non solo assolutamente indipendente ma anche del tutto legittimata sotto il profilo democratico e che dimostra a tutti come sia possibile per il popolo cinese vivere nella democrazia.

In questo contesto quindi, la principale priorità di tutti coloro che vogliono un cambiamento dello stato di cose esistente in Cina, dovrebbe essere quella di cercare di mettere in crisi il meccanismo di potere e di controllo di Pechino. All’interno del territorio cinese e fuori di esso. Certo si tratta di un obiettivo difficile e che a molti potrà perfino sembrare impossibile. Però, per quanto angusta e impervia possa essere questa strada, essa è l’unica praticabile. Del resto, non era stato proprio Mao a sostenere che "l’imperialismo è una tigre di carta"?

 

Piero Verni

 

 

NOTIZIE

 

RINVIATA LA VISITA DEL DALAI LAMA A TAIWAN

Praga, 18 ottobre 2000. Nel corso della sua visita alla Repubblica Ceca, il Dalai Lama ha reso noto in un incontro con la stampa di aver rinviato la programmata visita a Taiwan. Il "breve" rinvio è stato messo in relazione con la notizia di un "messaggio" portato al leader tibetano dal fratello, Gyalo Thondup, al suo ritorno da un recente viaggio in Cina, messaggio che avrebbe reso il viaggio "più complicato". Ricordiamo che, dopo la prima storica visita del Dalai Lama a Taiwan, avvenuta nel marzo 1997, Pechino aveva posto tra le condizioni per l’avvio di un dialogo con il Dalai Lama il riconoscimento dell’appartenenza di Taiwan alla Cina. Secondo alcuni alti funzionari di Taipei, la visita del capo tibetano potrebbe avere luogo a fine novembre o all’inizio del mese di dicembre 2000. L’esistenza di canali informali di comunicazione tra Dharamsala e Pechino è stata comunque confermata sia da fonti tibetane sia cinesi. In una dichiarazione rilasciata a Hong Kong il 13 ottobre, Legqog, presidente della provincia tibetana ha affermato che tali contatti esistono ma che per ora non portano ad alcun risultato poiché il Dalai Lama "non è sincero e mente ai mezzi di informazione quando auspica l’autonomia per il Tibet".

Circa la visita del Dalai Lama a Taiwan, in data 10 dicembre 2000 alcuni giornali di Taipei hanno riportato la notizia che il viaggio è stato ulteriormente rinviato e che avrà luogo molto probabilmente nei primi mesi dell’anno 2001. u

PROSSIMA COSTRUZIONE DELLA FERROVIA GOLMUD-LHASA

Pechino, 24 ottobre. Il vice ministro delle ferrovie della Repubblica Popolare Cinese ha annunciato che il prossimo piano quinquennale (2001-2005) prevede la realizzazione del tratto di linea ferroviaria che collegherà Golmud (nella provincia del Quinghai) a Lhasa. Nel dare la notizia, Sun Yongfu ha dichiarato che quest’imponente opera consentirà la "promozione dello sviluppo economico della Regione Autonoma Tibetana e il rafforzamento della difesa nazionale". La ferrovia, che entrerà nella Regione Autonoma attraverso la provincia dell’Amdo, avrà una lunghezza di quasi mille chilometri e si snoderà a un’altezza media di quattromila metri sul livello del mare. Il primo tentativo di collegare via rotaia la provincia del Quinghai a Lhasa fu interrotto nel 1984, a causa dell’altitudine e del gelo, dopo la costruzione della tratto di collegamento tra Xinin e Golmud, lungo 846 chilometri. Il progetto, i cui lavori inizieranno probabilmente nel 2002, è fortemente osteggiato dai tibetani che temono un ulteriore aumento dell’immigrazione cinese e dello sfruttamento delle risorse naturali nonché gravi danni al delicato ecosistema del paese. u

"TIBETOLOGI" CINESI IN EUROPA

Milano, 26 ottobre 2000. Una delegazione di tibetologi cinesi è giunta in Europa per una serie di conferenze mirate a fornire al mondo occidentale la versione di Pechino del problema tibetano. La delegazione, guidata dal presidente dell’Accademia delle Scienze Sociali Kalsang Gyaltsen, si propone di "consentire ai paesi stranieri e alla loro popolazione una più approfondita conoscenza del Tibet" attraverso circostanziati resoconti sui progressi avvenuti nel paese in campo culturale, economico e in materia di consolidata sicurezza sociale. Gli "esperti"cinesi hanno tenuto una serie di conferenze in vari paesi tra i quali la Danimarca, la Germania, la Spagna e l’Italia dove, ospiti dell’Università Firenze e alla presenza del prof. Calzolani, studioso di storia delle religioni e del prof. Mantici, vice presidente dell’Associazione Italia-Cina, hanno incontrato un gruppo di sinologhi italiani. L’agenzia di stampa cinese, nell’annunciare la manifestazione, ha riportato alcune sconcertanti dichiarazioni rilasciate dal prof. Calzolai e dal prof. Mantici alle quali l’Associazione Italia-Tibet ha prontamente risposto con il comunicato stampa che riportiamo.

 

Milano, 26/10/2000

Apprendiamo dall’agenzia di stampa cinese Xinhua che il prof. Calzolani e il prof. Giorgio Mantici avrebbero rilasciato dichiarazioni sulla situazione in Tibet a dir poco sorprendenti. I due accademici avrebbero detto, secondo quanto riportato da Xinhua, che un gruppo d’oscuri funzionari di regime (cinesi e tibetani) accreditati da Pechino come i massimi esperti di cultura tibetana e in questa veste inviati per un giro propagandistico in alcuni paesi europei, sono le persone meglio qualificate per parlare di Tibet. I due professori inoltre avrebbero anche criticato politici e giornalisti occidentali colpevoli di non ascoltare questa vera voce del popolo tibetano. In modo particolare il prof. Giorgio Mantici avrebbe esaltato i grandi progressi compiuti dal popolo tibetano da quando in Tibet sono state avviate le riforme democratiche iniziate nel 1959. Non sappiamo se, ed eventualmente in che misura, le dichiarazioni dei due accademici siano state distorte dall’agenzia di stampa cinese. Vorremmo proprio sperare che questo sia avvenuto. In caso contrario dovremmo concludere che due studiosi si sono fatti veicolo dei più vieti luoghi comuni della propaganda del regime di Pechino. Per dovere di cronaca dobbiamo ricordare che nel corso di un confronto radiofonico (trasmesso martedì pomeriggio alle 18,30 su Radio Uno) con il presidente dell’Associazione Italia-Tibet Piero Verni, il professor Silvio Calzolani aveva espresso posizioni certamente più problematiche di quelle riportate da Xinhua. In ogni caso l’Associazione Italia-Tibet coglie anche quest’occasione per far presente che, come ricordato da numerose risoluzioni parlamentari, il Tibet è dal 1951 un Paese illegalmente occupato dalla Repubblica Popolare Cinese e che al popolo tibetano continuano ad essere negati i più elementari diritti civili, primo tra tutti quello all’autodeterminazione. u

PECHINO MOSTRA DUE PRESUNTE FOTO DEL PANCHEN LAMA

 

Londra, 27 ottobre 2000. Nel corso di un colloquio sulla situazione dei diritti umani avvenuto a Pechino tra funzionari cinesi e britannici, sono state mostrate ai delegati inglesi due presunte foto del piccolo Gedhun Choekyi Nyima, il ragazzo di undici anni riconosciuto dal Dalai Lama come reincarnazione del Panchen Lama e ormai da sei prigioniero in Cina. Ne hanno dato notizia sia Tibet Information Network sia il Segretario agli Esteri Robin Cook.

I funzionari britannici hanno dichiarato di non essere stati in grado di riconoscere il bambino né di poter verificare le sue condizioni di salute poiché le foto sono state loro mostrate da lontano, dall’altro capo del tavolo della conferenza. Una foto mostrava un bambino che giocava a ping pong mentre l’altra lasciava intravedere un bambino alla lavagna intento a scrivere in caratteri cinesi. Rispondendo alle proteste del gruppo inglese di sostegno al Tibet "Free Tibet Campaign"che lamentava la mancata richiesta di una copia delle fotografie, il ministero degli esteri britannico ha dichiarato di aver inoltrato al governo cinese una formale richiesta in tal senso. u

LI PENG: GLI EUROPEI NON CONOSCONO LA REALTA’ TIBETANA

Pechino, 30 ottobre 2000. Nel corso di un incontro con una delegazione del Parlamento Europeo, Li Peng, presidente del Congresso Nazionale del Popolo, il parlamento cinese, ha dichiarato che gli europei non conoscono la storia e la realtà della situazione tibetana e traggono conclusioni affrettate da informazioni distorte e di parte. La visita della delegazione parlamentare in Cina è avvenuta all’indomani della violenta reazione cinese alla notizia dell’inclusione della monaca tibetana Ngawang Sangdrol nel novero dei candidati al prestigioso Premio Sakharov: il 27 ottobre, il ministro degli esteri cinese Zhu Bangzao aveva infatti dichiarato che la decisione del Parlamento Europeo costituiva un’interferenza negli affari interni della Cina (ricordiamo ai lettori che il Premio Sakharov è stato assegnato dal Parlamento Europeo al movimento spagnolo contro il terrorismo "Basta Ya").

Il 31 ottobre, durante un incontro con la stampa, il capo della delegazione, Per Gahrton, membro del Parlamento Europeo e capo del Comitato per le Relazioni con la Cina, ha reso noto di avere suggerito a Li Peng di nominare il Dalai Lama "governatore" del Tibet. Ha riferito inoltre che Li Peng, per tutta risposta, si è limitato ad elencare una serie di condizioni alle quali la Cina subordina l’apertura di colloqui con il Dalai Lama tra le quali l’assunzione della cittadinanza cinese da parte dello stesso Dalai Lama, il riconoscimento dell’appartenenza di Taiwan alla Cina, l’abbandono di qualsiasi idea di indipendenza per il Tibet e il rispetto della costituzione della Repubblica Popolare Cinese. Respingendo il suggerimento di Gahrton, un portavoce del ministero degli esteri ha infine dichiarato che essendo il Tibet una provincia autonoma e non una semplice provincia cinese, non vi è alcuna necessità di conferire al Dalai Lama il titolo di governatore.

Rendiamo noto ai lettori che, in data 30 novembre 2000, l’eurodeputato radicale Olivier Dupuis ha inviato al presidente di turno del Parlamento Europeo, On. Nicole Fontaine, una lettera in cui, alla luce delle Risoluzioni adottate dal Parlamento Europeo e ritenendo altresì inaccettabile e oltraggiosa per il Dalai Lama la proposta avanzata da Per Gahrton, ne chiede le dimissioni dalla carica di presidente della delegazione per le Relazioni con la Repubblica Popolare Cinese. u

UCCISO IN NEPAL UN MONACO TIBETANO

Londra, 2 novembre 2000. Il 27 ottobre 2000 la polizia nepalese ha aperto il fuoco su alcuni tibetani che avevano lasciato il loro paese e stavano entrando in Nepal. Un monaco ventenne, proveniente dal monastero di Labrang, è stato colpito a morte e altre due persone sono state gravemente ferite e ricoverate in ospedale. Tibet Information Network nel dare notizia del grave episodio ha precisato che i profughi, 22 persone tutte provenienti dal Tibet orientale, erano stati catturati due giorni prima dalla polizia nepalese nella città di Jiri, al confine con il Tibet, e brutalmente percossi. Spaventati e temendo di essere rimandati oltre il confine, i tibetani hanno cercato di fuggire ma sono stati inseguiti, presi a sassate e bastonate fino al tragico inizio della sparatoria.

Ogni anno, dai due ai tremila tibetani lasciano il loro paese cercando la via di fuga attraverso il territorio nepalese e questo numero è in continuo aumento malgrado la Cina, dopo la fuga del Karmapa, abbia intensificato la sorveglianza nei territori di frontiera. Al loro arrivo a Kathmandu, i profughi vengono accolti presso il centro di assistenza istituito dall’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite. u

IL KARMAPA CHIEDE ALL’INDIA LO STATUS DI RIFUGIATO

 

Dharamsala, 4 novembre 2000. Ugyen Trinley Dorje, il ragazzo di quindici anni riconosciuto come 17° reincarnazione del Karmapa e arrivato a Dharamsala all’inizio del 2000 dopo una rocambolesca fuga dal Tibet, ha ufficialmente chiesto al governo indiano il riconoscimento dello status di rifugiato per sé e per le sei persone che lo hanno seguito a Dharamsala. Ha inoltre fatto domanda per ottenere il permesso di visitare il monastero di Rumtek, nello stato del Sikkim, tradizionale sede dei Karmapa al di fuori del territorio tibetano, nonché i principali monasteri buddisti dell’India. Da parte sua, il governo indiano non ha ancora preso una decisione anche se, secondo quanto riportato dall’Economic Times, il ministro degli interni Lal Krishna Advani sarebbe favorevole a concedere al Karmapa il riconoscimento dello status di rifugiato una volta chiarite le "misteriose" circostanze della sua fuga. L’India teme inoltre le reazioni di Pechino che ha già protestato contro la concessione di un eventuale asilo politico a Ugyen Trinley Dorje sebbene non ne abbia chiesto il ritorno in Cina. Anche la richiesta del permesso di visitare il monastero di Rumtek, avanzata dal Karmapa ad Advani, potrebbe creare dei problemi al governo di New Delhi in quanto Pechino non riconosce l’annessione del Sikkim all’India avvenuta nel 1975.

Il 13 dicembre 2000 è stato reso noto che, all’inizio dell’autunno, Ugyen aveva inviato una lettera con le medesime richieste al primo ministro indiano Atal Binari Vajpayee. u

ESPLODE UNA BOMBA A LHASA

Londra, 8 novembre 2000. Il gruppo di informazione Tibet Information Network ha diffuso la notizia che una bomba è esplosa a Lhasa il 26 ottobre, alle otto di sera, all’esterno degli edifici del tribunale, nella parte interna della città. Non sembra vi siano stati feriti. Dopo l’esplosione, la polizia ha ordinato agli stranieri che si trovavano nelle vicinanze del luogo dell’esplosione di fare ritorno ai propri alberghi. Un turista ha tuttavia dichiarato che la bomba non ha causato danni. Le autorità cinesi e la polizia non hanno rilasciato dichiarazioni. Negli ultimi cinque anni sono esplose a Lhasa almeno otto bombe (l’ultima nel 1998), tutte nei pressi di edifici governativi. u

DHARAMSALA RESPINGE LE ACCUSE DEI SEGUACI DI SHUGDEN

Dharamsala, 14 novembre. Rinfocolando una disputa che certo non giova all’unione e alla causa del popolo tibetano, il 14 novembre tre membri della Shugden Devotees Charitable and Religious Society hanno indetto a New Delhi una conferenza stampa nel corso della quale hanno accusato il Dalai Lama e l’Amministrazione Centrale Tibetana di voler sopprimere la libertà religiosa dei tibetani e di avere tirato le fila del complotto che ha portato all’arresto di otto monaci residenti presso il centro profughi di Bylakuppe (India del sud). I tre seguaci di Shugden hanno dichiarato di rinunciare alla guida spirituale del Dalai Lama e hanno manifestato l’intenzione di chiedere la cittadinanza indiana.

Il Dalai Lama e l’Amministrazione Centrale Tibetana hanno respinto entrambe le accuse: il Dalai Lama ha affermato di essere contrario a questo culto da molti anni in quanto i suoi seguaci tendono a porre Shugden al di sopra degli insegnamenti del Budda, riducendo il Buddismo alla venerazione di uno spirito e causandone quindi la degenerazione. L’Amministrazione Centrale Tibetana, dal suo canto, ha reso noto che gli otto monaci di Bylakuppe sono stati arrestati dalla polizia indiana per aver picchiato a sangue il capo dell’insediamento di Dekyi Larso, Phurbu Sithar, e sua moglie Lobsang Choedon, oggetto della vendetta dei monaci dopo che, lo scorso mese di settembre, gli abitanti del campo profughi avevano inscenato una manifestazione per impedire una riunione dei seguaci di Shugden. (Per maggiori informazioni sulla questione della setta Shugden, vedi Tibet News Nr. 22, Inverno 1998). u

MARCIA DI PROTESTA DELLE DONNE TIBETANE

Dharamsala, 25 novembre. Le donne tibetane in esilio in India hanno indetto una marcia di protesta a Dharamsala in occasione della Giornata Internazionale della Violenza contro le Donne. La manifestazione, organizzata dalla Tibetan Women Association, si proponeva di richiamare l’attenzione internazionale sulle torture e le violenze inferte alle donne tibetane vittime della brutale repressione di Pechino. I dati sono tristemente noti: un quarto dei prigionieri politici detenuti nelle carceri cinesi è costituito da donne e, di queste, ben 180 sono prigioniere di coscienza; una volta scarcerate, non è consentito alle monache di tornare ai propri monasteri d’appartenenza e molte sono costrette a fuggire in esilio per completare la loro preparazione religiosa. Molte prigioniere sono subiscono torture e abusi sessuali. La Cina attua inoltre in Tibet la politica del controllo forzato delle nascite attraverso l’imposizione su larga scala dell’aborto e della sterilizzazione. u

 

 

CELEBRATI I 50 ANNI DI GOVERNO DEL DALAI LAMA

Dharamsala, 4 dicembre 2000. Con una solenne cerimonia nel tempio principale di Dharamsala è stato ricordato il 50° anniversario dell’assunzione del Dalai Lama a capo spirituale e temporale dei tibetani. Assenti capi di stato o esponenti di governo di paesi stranieri e assente anche il Karmapa, forse per ordine delle autorità indiane timorose della reazione di Pechino alla presenza del giovane reincarnato ad una cerimonia ufficiale.

In un incontro con la stampa il Dalai Lama ha dichiarato che alla fine del mese di ottobre 2000 e su richiesta delle autorità cinesi, il fratello, Gyalo Thondup, si è recato a Pechino e ne è tornato con un messaggio sui cui dettagli il leader tibetano non ha voluto soffermarsi. "Ho espresso allora il mio desiderio di inviare in Cina una delegazione" – ha proseguito il Dalai Lama – "ma per ora non ho ricevuto alcuna risposta". Da parte cinese non vi è stato alcun commento ufficiale a questa dichiarazione. Interrogato a proposito, un portavoce del ministero degli esteri si è limitato ad affermare: "Vorrei poter dire che esistono canali di comunicazione".

Ricordiamo che i contatti formali tra il Dalai Lama e Pechino, attraverso l’ambasciata cinese a New Delhi, sono stati interrotti nel 1993. Qualche comunicazione informale è proseguita fino al 1998, anno a partire dal quale la Cina si è chiusa nel più ostinato silenzio. u

REGIONE PIEMONTE: APPROVATO UN O.D.G. PER TIBET LIBERO E AUTONOMO

Torino, 5 Dicembre 2000. Con il voto favorevole di 34 consiglieri appartenenti a Radicali-Lista Bonino, Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega Nord, CCD, CDU-PPE, Democratici di Sinistra, Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Popolari, SDI, Democratici; nessun contrario; assenti i Verdi, i dipietristi e i Federalisti liberali, il Consiglio Regionale del Piemonte ha approvato un ordine del giorno sul "Riconoscimento dei diritti del popolo tibetano",presentato dai consiglieri radicali, Bruno Mellano e Carmelo Palma, dall'Assessore alla Cultura, Giampiero Leo, e dal capogruppo dei Democratici di Sinistra, Pietro Marcenaro.

Il documento approvato recepisce e chiede al governo di attuare la risoluzione del Parlamento Europeo del 6 luglio 2000, con la quale si invitano "i Governi degli Stati membri dell'Unione Europea ad esaminare seriamente la possibilità di riconoscere il governo tibetano in esilio come legittimo rappresentante del popolo tibetano qualora, entro un termine di tre anni, le autorità di Pechino e il Governo tibetano in esilio non abbiano raggiunto un accordo relativo a un nuovo statuto per il Tibet, mediante negoziati organizzati sotto l'egida del Segretario Generale delle Nazioni Unite".

Per ribadire il proprio impegno, il Consiglio Regionale ha deciso di mantenere esposta la bandiera tibetana in un edificio deputato "fino a quando il Governo della Repubblica Popolare di Cina e il Governo tibetano in esilio non avranno concordato un nuovo status che garantisca una piena autonomia per il Tibet".

Questa la dichiarazione di Bruno Mellano e Carmelo Palma, consiglieri regionali del Piemonte:

 

"L'approvazione del nostro ordine del giorno non poteva cadere in un momento più propizio; proprio oggi la CNN ci informa dei contatti in corso fra il Dalai Lama e il governo cinese; giovedì, invece, molti di noi saranno a Bruxelles per partecipare al seminario del Partito Radicale Transnazionale dove l'argomento in discussione sarà proprio quello di " un nuovo status di piena autonomia per il Tibet entro 3 anni o il riconoscimento del governo tibetano in esilio". Al seminario interverranno militanti nonviolenti da tutta Europa, assieme a Wei Jinghsheng (leader dell'opposizione democratica cinese), Claude Levenson (sinologa e scrittrice), Kunzang Yuthok (rappresentante del Dalai Lama a Parigi), parlamentari europei e nazionali.

Gli enti locali possono svolgere un ruolo molto importante nel sostegno alla causa di un popolo che da cinquant'anni lotta per il suo diritto ad esistere utilizzando esclusivamente la nonviolenza gandhiana. Ci impegneremo già dai prossimi giorni affinché l'ordine del giorno del " Consiglio Regionale sia adottato nel maggior numero di Consigli Comunali piemontesi ". u

DUE ATTIVISTI AUSTRALIANI MANIFESTANO A PECHINO

Pechino, 14 dicembre 2000. Alex Butler e Paul Bourke, rispettivamente vice-presidente e direttore esecutivo del gruppo australiano di sostegno al Tibet "Australia - Tibet Council", hanno inscenato una manifestazione di fronte all’ambasciata australiana a Pechino. I due attivisti desideravano attirare l’attenzione del ministro australiano per le arti e la comunicazione, sig. Alston, in visita nella capitale cinese, sulla questione del Panchen Lama e sollecitarlo a chiedere notizie sulle sue condizioni assieme a una copia delle foto velocemente mostrate ai membri di una delegazione inglese lo scorso autunno. Agitando uno striscione con la scritta "Senatore Alston, dov’è il Panchen Lama?", i due australiani hanno richiamato l’attenzione delle guardie in servizio davanti all’ambasciata che, non riuscendo a leggere l’inglese e a capire cosa stesse succedendo, inizialmente hanno reagito con sconcerto, indecise sul da farsi. Con l’arrivo dei giornalisti e della polizia, i due attivisti sono stati invitati da un funzionario dell’ambasciata ad allontanarsi. Il ministro Alston ha dichiarato la propria disponibilità a farsi latore delle richieste avanzate. u

SI AGGRAVA LA SITUAZIONE AL CONFINE NEPALESE

Kathmandu, 20 dicembre 2000. Negli ultimi due mesi almeno sessanta tibetani, e tra essi molti bambini, fuggiti dal Tibet attraverso la frontiera nepalese sono stati riconsegnati alla polizia cinese. Lo riferisce Tibet Information Network precisando che, essendo le guardie nepalesi in rapporti amichevoli con la controparte oltre frontiera, vi sono fondati sospetti che spesso i profughi siano rispediti in Cina dietro pagamento di una somma di danaro. Julia Taft, coordinatrice speciale del Dipartimento di Stato americano per i profughi tibetani, ha dichiarato ai giornalisti di avere chiesto al primo ministro nepalese di intervenire presso le autorità di frontiera affinché vengano assicurate ai rifugiati assistenza e protezione. L’intervento di Julia Taft è avvenuto in un momento particolarmente delicato sia per i tibetani residenti in Nepal sia per quelli in fuga dalla Cina o al rientro da un pellegrinaggio in India. Alla difficile situazione hanno contribuito vari fattori tra i quali il recente consolidamento dei rapporti tra Nepal e Cina, la fuga del Karmapa (fonte di grave imbarazzo per il governo di Kathmandu e di risentimento per quello di Pechino) e la revisione del Trattato di Frontiera, stipulato nel 1950, tra i due stati.

Ufficialmente, i tibetani che entrano in Nepal non rientrano nella categoria dei "rifugiati" così come stabilito dal Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite ma sono considerati persone in cerca di asilo o dei semplici pellegrini e, secondo la procedura, ritenuti "in transito", in attesa di ricevere un permesso di uscita dal paese che consenta loro di raggiungere l’India. u

DHARAMSALA: RAPPORTO ANNUALE SUI DIRITTI UMANI IN TIBET

Dharamsala, 5 gennaio 2001. Il Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia ha pubblicato il rapporto annuale sulla situazione dei diritti umani in Tibet. Nel documento, intitolato "Enforcing Loyalty", si legge tra l’altro che, nel corso dell’anno 2000, 862 tibetani sono stati espulsi dai loro monasteri (il numero comprende anche 147 monache), portando così ad un totale di 12.271 il numero dei monaci allontanati dai centri religiosi dall’inizio della campagna "Colpisci Duro", iniziata nel 1996. Continua inoltre ad essere negata in Tibet la libertà di parola e di espressione: vi sono prove certe che 451 prigionieri politici, di cui 26 arrestati nell’anno 2000, sono attualmente detenuti nelle carceri cinesi per aver manifestato in modo pacifico, per essere stati trovati in possesso di fotografie del Dalai Lama o per aver favorito la fuga dal Tibet di alcuni compatrioti. In seguito alle torture subite, due prigionieri politici sono morti. Ad altri 22 è stato sentenziato un prolungamento della pena. E’ proseguita la sistematica violazione dei diritti delle donne e dei bambini ed è cresciuta la discriminazione in tutti i settori dell’amministrazione con una generalizzata diffusione dei pregiudizi razziali nei confronti dei tibetani considerati "incompetenti e arretrati". A causa della politica repressiva e della difficoltà a reperire adeguati mezzi di sussistenza, 2660 tibetani sono stati costretti a prendere la via dell’esilio. Di questi, 900 sono bambini o ragazzi al di sotto dei diciotto anni, 507 sono donne e 642 sono monaci. u

DELHI: TIBETANI MANIFESTANO CONTRO LI PENG

New Delhi, 14 gennaio 2001. Il presidente del parlamento cinese Li Peng, arrivato il 9 gennaio in India per una visita di dieci giorni, è stato oggetto di forti contestazioni da parte di gruppi di giovani tibetani. Al suo arrivo a New Delhi, il giorno 11 gennaio, una quarantina di attivisti appartenenti al movimento "Tibetan Youth Congress" e all’Associazione delle Donne Tibetane hanno cercato di bloccare il corteo delle auto che accompagnavano Li Peng all’albergo. Sessanta persone sono state fermate e trasferite, il giorno successivo, alla prigione di Tihar. La mattina di sabato 13 gennaio, circa trecento tibetani hanno dato vita a una manifestazione di protesta di fronte al Centro Internazionale Indiano e, nel corso del pomeriggio, in prossimità del Museo Nazionale. Più gravi gli incidenti avvenuti domenica 14 gennaio quando un gruppo di giovani tibetani ha tentato di forzare la sorveglianza e di entrare all’interno dell’albergo che ospitava il leader cinese. La polizia indiana ha reagito aprendo il fuoco contro i dimostranti: due tibetani sono stati raggiunti dai proiettili e ricoverati in ospedale mentre un terzo è rimasto ferito nel fuggi-fuggi generale che ne è seguito. Analoghe dimostrazioni sono state organizzate in tutte le città indiane meta del viaggio di Li Peng. Molti gruppi indiani di sostegno al Tibet ed eminenti personalità della politica e della cultura hanno sottoscritto un documento in cui si chiede l’immediata scarcerazione dei dimostranti (nella sola Delhi la polizia ha arrestato anche 25 indiani) e si denunciano i discutibili metodi con i quali il governo indiano cerca di rabbonire il leader cinese esplicitamente definito "il macellaio di Tien An Men". u

 

PARLAMENTARI
EUROPEI A BERNA PER DISCUTERE LA QUESTIONE TIBETANA

Berna, 13-14 gennaio 2001. Su invito del Gruppo Parlamentare Svizzero per il Tibet, numerosi esponenti del Parlamento Europeo provenienti da diversi paesi, compresi gli Stati Baltici, si sono riuniti presso il Parlamento della Confederazione Elvetica, per discutere la grave situazione tibetana. Al termine dell’incontro, al quale hanno partecipato anche il ministro degli Esteri della repubblica confederale e l’Alto Commissario per i Diritti Umani presso le Nazioni Unite, i parlamentari hanno firmato un accordo per la presentazione di una risoluzione di condanna della Cina alla prossima sessione della Commissione Diritti Umani che si terrà a Ginevra nei mesi di marzo e aprile. I partecipanti alla conferenza di Berna si adopereranno affinché i parlamenti degli stati europei adottino una politica più efficace e coordinata nei confronti della Cina, richiamando Pechino al rispetto dei diritti umani in Tibet e all’apertura di negoziati con il Dalai Lama. Thomas Mann, presidente dell’intergruppo Tibet presso il Parlamento Europeo, ha così dichiarato: "L’adozione di un piano di azione concreto per censurare la Cina nella sede delle Nazioni Unite, dovrebbe costituire un chiaro messaggio sia per le autorità cinesi sia per i tibetani vittime della violazione dei diritti umani". L’Italia era rappresentata a Berna dalla senatrice Francesca Scopelliti e dall’onorevole Adria Bartolich. Il giorno 25 gennaio, la senatrice Scopelliti ha presentato al senato della Repubblica, assieme ad altri 50 firmatari, la risoluzione che pubblichiamo nel riquadro in fondo alla pagina. L’onorevole Adria Bartolich ha dichiarato che presenterà tra breve alla Camera una risoluzione analoga. u

 

 

Risoluzione della senatrice Scopelliti

 

Il Senato della Repubblica, viste le precedenti risoluzioni sull'occupazione del Tibet e sulla repressione del suo popolo da parte delle autorità cinesi, premesso che

il rispetto per i diritti umani è un principio fondamentale oltre che una priorità della politica italiana,

la 57ª sessione della Commissione delle Nazioni Unite sui diritti Umani sarà convocata a Ginevra dal 19 marzo al 27 aprile 2001,

profondamente preoccupato del fatto che, nonostante la pressione da parte di organismi internazionali sul rispetto di diritti umani in Cina, il patrimonio culturale e spirituale tibetano continua ad essere minacciato di estinzione e permane una diffusa restrizione delle libertà fondamentali, quali quella di riunione, espressione, religione e associazione;

confermando che la discriminazione in corso del popolo tibetano da parte della Repubblica Popolare Cinese sul piano religioso, politico, linguistico, culturale e dell'istruzione, è da condannare.

Chiede al Governo:

di avviare serie trattative con la Cina affinché il suo Governo intraprenda un dialogo senza pregiudiziali, sul futuro del Tibet, con il Dalai Lama;

di prendere l'iniziativa, nella 57ª sessione della Commissione delle Nazioni Unite sui diritti umani a Ginevra, per l'adozione di una risoluzione, in cui si esprima preoccupazione per le gravi violazioni dei diritti umani perpetrate in Cina, ivi compresa la continua oppressione del Tibet;

di farsi altresì carico di raccogliere il sostegno di altri stati membri della 57ª Commissione sui diritti umani per impedire una possibile "mozione di non-azione" e assicurare che la situazione dei diritti umani in Cina sia discussa.

 

 

COLIN POWELL: SOLIDARIETA’ CON IL POPOLO TIBETANO

Washington, 17 gennaio 2001. Alla vigilia della sua nomina ufficiale a Segretario di Stato nella nuova amministrazione Bush, il generale Colin Powell, che succede a Madeleine Albright, ha risposto ad alcune domande in merito alla questione tibetana a lui rivolte da alcuni senatori appartenenti al Comitato delle Relazioni con l’Estero. Al senatore Craig, che lo aveva interrogato circa il ruolo del "Coordinatore per il Tibet", figura voluta dal governo Clinton, Powell ha così affermato: "Avrà un ruolo importante. Durante il periodo di transizione tra i due mandati presidenziali, abbiamo cercato di ipotizzare la strutturazione di questa carica e il suo contributo nell’attuazione di una politica in grado di portare ad una riconciliazione tra i tibetani e i cinesi. La situazione odierna è molto critica a causa del continuo insediamento in Tibet di coloni Han e riteniamo che questa politica porterà alla distruzione della società tibetana. Penso che nelle discussioni con Pechino dovremmo essere più decisi e mostrare chiaramente quale sarà il comportamento che caratterizzerà i nostri rapporti. Dobbiamo inoltre rendere manifesta la nostra solidarietà con il Dalai Lama e con il popolo del Tibet".

Alla fine della riunione, il senatore Helms ha chiesto a Colin Powell se avesse mai incontrato il Dalai Lama. Alla risposta negativa del Segretario di Stato, Helms ha replicato che avrebbe dovuto farlo e si è offerto di organizzare l’incontro. Le affermazioni del generale Powell sono state accolte con soddisfazione dagli attivisti tibetani negli Stati Uniti: a nome di International Campaign for Tibet, Mary Beth Markey ha definito "gratificante" la solidarietà mostrata da Powell alla causa tibetana.

Il 19 gennaio, Julia Taft, nominata "Coordinatore speciale per il Tibet" da Madeleine Albright il 20 gennaio 1999, ha rassegnato le dimissioni e lasciato vacante la carica in attesa che il nuovo Segretario di Stato designi il suo successore. u

PECHINO: PROBABILE RATIFICA DI UNA CONVENZIONE INTERNAZIONALE

Pechino, 22 gennaio 2001. Alcuni alti funzionari governativi hanno annunciato al Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, in visita a Pechino, che molto probabilmente la Cina ratificherà, entro la fine di marzo, la Convenzione Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali sottoscritta nel 1997 ma mai formalmente adottata. Con questa decisione il governo cinese sembra intenzionato a evitare un confronto diretto con la nuova amministrazione Bush sul problema della violazione dei diritti umani nell’approssimarsi dell’apertura della 57° sessione della Commissione ONU che inizierà i suoi lavori a Ginevra il prossimo 19 marzo. Come avvenuto negli anni passati, gli Stati Uniti dovranno infatti decidere se presentare alla Commissione una risoluzione di condanna della Cina per violazione dei diritti umani. Pechino desidera inoltre garantirsi maggiori probabilità di ottenere l’assegnazione dei giochi olimpici dell’anno 2008, assegnazione fortemente contrastata dopo le recenti persecuzioni e gli arresti operati tra i militanti del movimento spirituale Falun Gong.

La decisione di Pechino è trapelata inoltre all’indomani di una importante risoluzione del Parlamento Europeo in vista dell’inizio dei lavori della 57° sessione della Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani. Sulla base delle decisioni adottate nel corso della conferenza di Berna (13-14 gennaio), il giorno 18 gennaio 2001 il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione in cui, tra l’altro, si invitano il Consiglio e gli Stati Membri alla ratifica di tutte le convenzioni internazionali in materia di diritti umani e si invitano altresì gli Stati Membri ad adoperarsi affinché le suddette convenzioni siano ratificate da tutti i governi rappresentati presso le Nazioni Unite.

La Convenzione Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali pone l’accento sul diritto dei popoli all’autodeterminazione, sull’uguaglianza tra le razze e i sessi e sui diritti degli individui alla casa, al cibo, all’educazione e all’assistenza medica. Sancisce inoltre il "diritto alla formazione di sindacati e alla libertà individuale di iscrizione al sindacato prescelto", diritti certamente non riconosciuti nella Cina d’oggi dove l’unico sindacato legale è strettamente controllato dal Partito Comunista.

Rimane aperta la questione della ratifica della Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici, firmata da Pechino nel 1998 e mai discussa in parlamento. u

SI DANNO FUOCO ALCUNI SEGUACI DELLA SETTA FALUN GONG

 

Pechino, 23 gennaio 2001. L’agenzia di stampa cinese Xinhua ha dato notizia che cinque seguaci della setta Falun Gong, quattro donne e un uomo, si sono dati fuoco in Piazza Tien An Men dopo essersi cosparsi di benzina. Una donna è morta in seguito alle gravi ustioni riportate e le altre quattro persone sono state ricoverate in ospedale dalla polizia. Sebbene alcuni aderenti alla setta abbiano dichiarato che la notizia è completamente infondata in quanto Falun Gong è del tutto contraria a ogni forma di violenza, anche contro la propria persona, il Dipartimento di Stato americano ha inviato una protesta al governo di Pechino per il perdurare delle persecuzioni contro i seguaci del movimento spirituale. Un portavoce del ministero degli esteri cinese ha risposto, a sua volta, che gli Stati Uniti devono smettere di usare la questione di Falun Gong come pretesto per ingerirsi negli affari interni della Cina. Secondo dati forniti dalle più importanti organizzazioni che operano nel campo dei diritti umani, 65 membri della setta sono morti, 450 si trovano in carcere, 600 in cliniche per malattie mentali, 10.000 in campi di lavoro e 50.000 trattenuti in centri di detenzione. u

IL DALAI LAMA INTENDE NOMINARE UN SUO SUCCESSORE POLITICO

New Delhi, 28 gennaio 2001. Nel corso di un’intervista concessa all’agenzia AFP, il Dalai Lama ha dichiarato di considerare necessaria la designazione di un suo successore per garantire la continuità del movimento di liberazione del popolo tibetano anche dopo la sua morte. Pur dicendosi ottimista sulla possibilità che la questione tibetana possa trovare una soluzione in tempi brevi, il Dalai Lama, oggi sessantacinquenne, ha affermato che la procedura per la successione deve iniziare subito onde evitare un vuoto di poteri nell’eventualità di un suo decesso. Ha inoltre sottolineato che il suo successore dovrà essere eletto democraticamente per evitare ogni possibile spaccatura tra le scuole di buddismo tibetano nell’ambito della comunità degli esiliati. "La scelta deve avvenire attraverso elezioni democratiche", ha affermato il leader tibetano, ed ha aggiunto che il procedimento per la designazione del suo successore potrebbe iniziare quest’anno. A chi gli chiedeva se il Karmapa potesse essere tra i candidati all’assunzione della leadership, il Dalai Lama ha risposto: "Non credo, è troppo giovane". u

CONCESSO AL KARMAPA LO STATUS DI RIFUGIATO POLITICO

Dharamsala, 3 febbraio 2001. Kalon Tashi Wangdi, ministro per la Religione e gli Affari culturali del governo tibetano in esilio, ha annunciato alla stampa che il governo indiano ha formalmente comunicato di aver concesso a Ugyen Trinley Dorjee, 17° Karmapa, lo status di rifugiato politico. Rispondendo alle domande dei giornalisti, ha precisato il provvedimento è stato esteso anche alle persone del suo seguito e che il Karmapa intende programmare quanto prima una visita ai luoghi sacri del Buddismo in India. Nulla è stato ancora deciso circa una visita o l’insediamento del giovane reincarnato presso il monastero di Rumtek, in Sikkim: per il momento continuerà ad abitare a Dharamsala. u

MONITO DI PECHINO ALL’INDIA

Pechino, 4 febbraio. Immediata replica delle autorità della Repubblica Popolare all’annuncio del riconoscimento da parte del governo di Delhi dello status di rifugiato politico al giovane Ugyen Trinley Dorje, 14° Karmapa. Il Ministro degli Esteri cinese ha infatti annunciato di aver espresso al governo indiano la speranza che l’intera questione sarà trattata "in modo prudente ed appropriato", nell’interesse "delle relazioni bilaterali tra i due paesi". Ha inoltre reso noto che l’India si è impegnata a non consentire né al Karmapa né ad alcuna forza straniera di condurre, sul proprio territorio, alcun tipo di attività contro la Repubblica Popolare Cinese.

Ricordiamo che il Karmapa occupa il terzo posto in ordine di importanza nella scala gerarchica del buddismo tibetano, dopo le figure del Dalai Lama e del Panchen Lama, e che è l’unico reincarnato di alto rango ad essere stato riconosciuto come tale sia da Dharamsala sia da Pechino. Secondo alcuni osservatori, la presenza del Karmapa in India assicurerebbe ai tibetani in esilio di poter contare, in un prossimo futuro, sulla figura di un leader giovane e carismatico. u

 

 

 

 

 

 

BRUXELLES: SEMINARIO EUROPEO SUL TIBET

 

 

 

Bruxelles, 8 Dicembre 2000. Organizzato dal Partito Radicale Transnazionale, si è tenuto a Bruxelles il giorno 8 dicembre 2000 un importante seminario sul problema tibetano al quale sono stati invitati a partecipare numerosi esponenti di gruppi di sostegno al Tibet europei, membri della comunità tibetana in esilio e personalità del mondo politico. Per l’Associazione Italia-Tibet erano presenti il presidente Piero Verni e Karma Chuckey. Al termine del seminario è stato redatto il seguente documento conclusivo che riportiamo integralmente.

 

 

ricordando la tragedia in corso del popolo tibetano e dei popoli mongolo e uighuro che vivono, nel silenzio e nell'assenza di qualsiasi reazione significativa delle autorità dei paesi del mondo libero, la feroce oppressione di un regime autoritario, coloniale e imperialista;

considerando che, se non sarà presa rapidamente alcuna iniziativa politica concreta, questi popoli saranno nel giro di pochi anni relegati al ruolo di comparse all'interno di riserve per turisti e la loro esistenza in quanto popoli sarà cancellata dalla superficie del pianeta;

ricordando la politica di oppressione e di negazione dei diritti fondamentali del Partito Comunista Cinese di cui sono vittima circa un miliardo e 300 milioni di cinesi, tibetani, mongoli e uighuri;

considerando che il riconoscimento dell'integrità territoriale dello Stato cinese non costituisce, come dimostrano in particolare i casi dei paesi baltici, del Caucaso e d'Asia centrale, il riconoscimento della legittimità dell'invasione e dell'occupazione del Tibet;

considerando che la trasformazione del regime di Pechino da regime comunista in regime nazional-comunista accresce la sua pericolosità e costituisce una minaccia estremamente grave tanto per l'insieme delle popolazioni che vivono nella Repubblica Popolare di Cina quanto per la pace e la stabilità in Asia e nel mondo intero;

costernati dal rifiuto da parte dei governi democratici di prendere in conto questa minaccia e considerando ormai la loro inazione come un atto di complicità attiva con la politica di negazione dei diritti fondamentali messa in atto dalla RPC se non persino di non-assistenza nei confronti delle vittime di questa politica;

salutando la risoluzione votata dal Parlamento europeo lo scorso 6 luglio nella quale il PE "invita i parlamenti e i governi degli Stati membri a considerare seriamente la possibilità di riconoscere il governo tibetano in esilio come legittimo rappresentante del popolo tibetano se, nell'arco di tre anni, le autorità di Pechino ed il governo tibetano in esilio non saranno arrivati ad un accordo su un nuovo statuto del Tibet attraverso un negoziato organizzato sotto l'egida del Segretario Generale delle Nazioni Unite";

ricordando, come precisato dal Parlamento europeo, che tale statuto deve prevedere la piena autonomia in tutti i settori della vita politica, economica, sociale e culturale, con la sola eccezione delle politiche estera e di difesa;

ricordando inoltre che questa autonomia dovrà applicarsi sull'insieme del territorio tibetano quale esisteva al momento dell'invasione cinese del 1949 e non sul solo territorio dell'attuale Regione Autonoma del Tibet (TAR);

salutando l'adozione da parte del Consiglio Regionale del Piemonte di un ordine del giorno attraverso il quale fa propria la risoluzione adottata dal Parlamento europeo lo scorso 6 luglio;

salutando l'adesione del Sindaco di Briançon, Alain Bayrou, alla nuova campagna "una bandiera per un nuovo statuto di piena autonomia del Tibet"; cosi come gli altri cinque comuni che si sono già pronunciati in questo senso;

ringraziando i 7 deputati radicali al Parlamento europeo e il Partito Radicale Transnazionale per aver organizzato questo terzo seminario europeo per la libertà del Tibet.

 

I partecipanti al seminario si impegnano e invitano tutti e ciascuno a:

lanciare una campagna rivolta a tutti i parlamenti nazionali d'Europa perché adottino il più presto possibile delle risoluzioni parlamentari simili a quella adottata dal Parlamento europeo nelle quali chiedano al loro rispettivo governo di "riconoscere il governo tibetano in esilio se, nell'arco di tre anni, le autorità di Pechino e il governo tibetano in esilio non sono pervenuti ad un accordo su un nuovo statuto per il Tibet attraverso un negoziato organizzato sotto l'egida del Segretario generale delle Nazioni Unite"; e a moltiplicare le iniziative affinché la manifestazione del 10 marzo prossimo divenga una grande occasione di mobilitazione in questo senso;

lanciare una nuova campagna rivolta alle decine di migliaia di comuni d'Europa con l'obbiettivo di far esporre permanentemente la bandiera tibetana fino all'entrata in vigore di questo nuovo statuto di piena autonomia del Tibet;

mobilitarsi affinché l'UE e i suoi Stati membri continuino il dialogo con la RPC ma abbandonino la politica detta di "dialogo critico sui diritti dell'uomo" con la Repubblica Popolare di Cina e facciano dell'instaurazione della democrazia, dello stato di diritto, della libertà in Cina e nei territori occupati del Tibet, della Mongolia meridionale e del Turkestan orientale, la loro priorità politica assoluta e la difendano in tutti i forum bilaterali e multilaterali, a cominciare dalla Commissione Diritti Umani delle Nazioni Unite;

moltiplicare le iniziative atte a creare un movimento mondiale che riunisca tutti coloro che, in Cina, in Tibet e nel resto del mondo, hanno deciso di fare della lotta per l'instaurazione della democrazia e dello Stato di Diritto in Cina e per la libertà in Tibet, in Turkestan Orientale e in Mongolia meridionale, una delle priorità assolute del loro impegno politico

Per far ciò, i partecipanti al Seminario decidono di:

porsi come primo obiettivo della nuova campagna "una bandiera per un nuovo statuto di autonomia per il Tibet", l'esposizione permanente, entro 6 mesi, di questa presso mille comuni d'Europa;

di dotarsi, attraverso l'apertura sul loro rispettivo sito internet, di uno spazio comune di riflessione e di azione denominato "EuroTibetForum";

creare un gruppo di lavoro sulla situazione economica nella RPC e sulle relazioni economiche sino-europee.

 

 

 

 

ATTUALITA’

 

PETROCHINA, BRITISH PETROLEUM E ENI

 

Alcuni importanti gruppi petroliferi (tra cui l’italiana ENI-AGIP) hanno stipulato accordi con la compagnia cinese PetroChina per la costruzione di un gasdotto e lavori di perforazione e ricerca in un’area geografica abitata da popolazioni di etnia tibetana. In considerazione dell’attualità dell’argomento e delle implicazioni che avrà sul nostro lavoro, proponiamo ai lettori un quadro dell’intera vicenda.

 

Il contesto storico geografico

Sull'altopiano tibetano l'area dove avvengono il maggior numero di prospezioni ed estrazioni minerarie è il Bacino dello Tsaidam (in cinese Qaidam o Chaidamu). La regione ha una superficie di circa 220.000 km2 (circa due terzi dell'Italia) e si trova nel Tibet nord orientale nello stato del Qinghai, regione conosciuta come Amdo. Il grande bacino si sollevò a seguito della formazione dell'altopiano tibetano. Venne così in superficie l'antico fondale marino ricco di petrolio, gas ed altri giacimenti formatisi circa 400 milioni di anni fa.

 

 

I Tibetani si insediarono nel Bacino dello Tsaidam nel corso del settimo secolo. Da allora i pastori nomadi tibetani vivono qui assieme a Mongoli arrivati nel 12° secolo e a popolazioni di origine turca arrivate più recentemente. Nella seconda metà del 20° secolo, un grande numero di Cinesi Han furono deportati in questa zona: soldati smobilitati, quadri di partito rimossi con zelo rivoluzionario e, soprattutto, condannati ai lavori forzati. I campi di reclusione proliferarono e lo Tsaidam divenne una zona destinata al confino dei nemici di classe, giovani mandati dalle città ad "imparare fra le masse", criminali ed ex-internati cui era vietato il ritorno a casa.

Oggi le maggiori attività economiche sono la costruzione di strade e l'estrazione mineraria. Assieme a giacimenti di petrolio e gas, lo Tsaidam contiene litio, oro, zinco, potassio e asbesto. Con finanziamenti della Banca Mondiale e l'assistenza della Israeli Chemicals, il potassio viene estratto e trattato sul posto per essere usato come fertilizzante.

 

 

PetroChina

PetroChina è una azienda creata nel 1999 dalla "China National Petroleum Corporation"(CNPC), l’industria petrolifera statale Cinese e svolge le sue attività in Tibet e in Turkestan (Sinkiang), dove le popolazioni locali considerano la presenza cinese un’occupazione straniera. La CNPC possiede il 90% delle azioni della compagnia PetroChina e il rimanente 10% è stato posto in vendita nella borsa valori di New York(1) e di Hong Kong nel marzo 2000. Immediata è stata la mobilitazione di organizzazioni umanitarie e di gruppi operanti nel campo dei diritti civili negli Stati Uniti, in Canada e in Italia contro questa operazione. Inoltre la CNPC possiede il 40% di azioni della Compagnia Operativa di Petrolio "Greater Nile" in Sudan (GNPOC).

Quest’ultima è ritenuta responsabile delle violenze compiute a danno degli abitanti della parte meridionale del Sudan, una zona in cui la compagnia opera. Negli Stati Uniti, altri gruppi hanno preso posizione contro la compagnia cinese, preoccupati di un eventuale coinvolgimento del governo sudanese nel terrorismo internazionale e nel commercio delle armi(2). Il potente sindacato statunitense AFL-CIO è intervenuto pubblicamente per boicottare e sconsigliare l’acquisto delle azioni PetroChina: l’opposizione degli USA verso l’offerta pubblica è pienamente riuscita: a fronte dei 10 miliardi di dollari di finanziamento previsti dalla vendita delle azioni, sono stati ricavati solo 3 miliardi.

Il fallimento sarebbe stato completo se la compagnia inglese BP (British Petroleum) non avesse acquistato un quinto delle azioni in vendita, rendendosi così responsabile di aver appoggiato le attività di PetroChina(3). CNPC mantiene pieno controllo di PetroChina ed è quindi nella posizione di eleggere il consiglio di amministrazione, di controllare l’attività e la gestione della compagnia, di determinare i tempi e la quantità di vendita delle azioni e tutte le transazioni.

 

Il coinvolgimento di ENI e BP

L’attività principale di PetroChina in Tibet è la costruzione di un metanodotto e il progetto di estrazione di metano dal bacino dello Tsaidam nella regione di Amdo. Il metanodotto sarà lungo circa 950 chilometri e trasporterà il gas dal Tibet alle città industriali cinesi della provincia di Gansu. Questo tratto si inserirà nell’ampia rete di condotte già esistenti che , partendo dal Turkestan e dalla Siberia raggiungono, dopo 4.000 chilometri, Shanghai.

I Tibet Support Group stanno conducendo una campagna di pressione sulla dirigenza della British Petroleum per far recedere la Compagnia dalla partecipazione alla costruzione del gasdotto ma soprattutto per indurla a vendere le azioni di PetroChina.

Ma nell’indotto della costruzione delle condotte è coinvolta anche ENI, la maggior azienda energetica italiana. Nel maggio 2000 l'Eni, attraverso la sua consociata Agip China B.V., ha ottenuto dal governo della Repubblica Popolare Cinese un permesso di esplorazione nel bacino di Qaidam, nella Cina centro occidentale(4). L'accordo di Production Sharing firmato con la compagnia statale CNPC, che ne ha assegnato l'esecuzione alla propria consociata PetroChina, riguarda un'area di 7000 km quadrati dove, secondo una prima valutazione, vi sono riserve complessive di gas pari a 250 miliardi di metri cubi.

ENI è già da alcuni anni presente nel Turkestan orientale (Sinkiang) dove ha prospezioni ed uffici di rappresentanza. Il forte interesse dell’ENI per l’attività di prospezione, perforazione ed estrazione in Tibet ha portato all’apertura di un ufficio della compagnia italiana a Xining(5).

ENI non può ignorare che l’ attività nel bacino dello Tsaidam è giudicata negativamente in quanto:

· vi lavorerà un grande numero di cinesi e mano d’opera non tibetana

· sfrutterà le risorse naturali senza che i Tibetani ne possano beneficiare

· consoliderà il controllo cinese del Tibet fornendo ai cinesi ulteriori ragioni per esercitarlo

· contribuirà all’erosione della cultura e delle tradizioni tibetane

· faciliterà il trasferimento di coloni e lavoratori cinesi

· avrà un impatto negativo sull’ecosistema del Tibet

· darà lavoro solo a pochi Tibetani, in posizioni si scarsa specializzazione.

Ma soprattutto deve essere chiaro che in questi progetti di sviluppo vengono impiegati in condizioni disumane prigionieri politici condannati ai lavori forzati solo per aver espresso le proprie convinzioni. La politica ambientale dell’ENI si è orientata negli anni passati ad un maggior rispetto non solo dell’ambiente, ma anche delle popolazioni che vivono nelle regioni dove l’Azienda svolge le proprie attività. Per questo è sorprendente che al momento non sia stata presa in considerazione la reale situazione di occupazione della regione tibetana dell’Amdo. La vicenda ha già portato ad una interpellanza in Parlamento(6), ma sicuramente avrà ulteriori sviluppi nei prossimi mesi.

 

 

Tibet: nessun beneficio dallo sviluppo economico

Il primo pozzo di petrolio iniziò la sua attività nel 1958 e rapidamente il bacino divenne il maggior centro di produzione petrolifera del paese: 300.000 tonnellate annue di greggio costituivano, negli anni "60, il 12% della produzione cinese(7), sufficienti a soddisfare le richieste delle raffinerie e degli impianti petrolchimici di Golmund e di Lanzhou, capitale della provincia del Gansu, dove il greggio giungeva per ferrovia. Nella seconda metà del 1998 e nel 1999 nuove prospezioni hanno riportato l'attenzione su questa area. Nel corso del 2000 lo Tsaidam è diventata un "area prioritaria" per la Cina in quanto si ritiene probabile che contenga il 10% delle riserve di gas naturale nazionale.

Nel febbraio 2000, un nuovo giacimento è stato individuato nel nord ovest del bacino e, nel marzo dello stesso anno, la Cina ha iniziato la costruzione del gasdotto Sebei-Lanzhou. Con l'aiuto delle compagnie petrolifere straniere, nei prossimi anni la produzione di gas e petrolio aumenterà in modo vertiginoso.

La corsa all'oro nero ed agli altri prodotti da immettere sul mercato interno e su quello mondiale ha già avuto un impatto fortemente negativo sull'ambiente della regione. I ricercatori Song Xinyu e Yao Jianhua, in una comunicazione presentata al Simposio Internazionale sull’Altopiano tibetano del Qinghai(8), hanno annunciato che la metà delle foreste originarie del bacino dello Tsaidam sono ormai state distrutte e che la deforestazione procede va a una velocità superiore ad ogni tentativo di piantare nuovi alberi.

Inoltre, poiché le misure adottate per prevenire l’inquinamento sono state pochissime, i corsi d’acqua e i laghi situati a valle dello Tsaidam sono stati danneggiati e la fauna locale è in serio pericolo. I ricercatori hanno denunciato altresì le numerose perdite riscontrate negli oleodotti. Secondo Song e Yao, le stesse leggi cinesi che regolano l’attività estrattiva non sono rispettate.

I benefici economici che deriveranno dalle attività di estrazione attraverso impieghi, infrastrutture e guadagni avvantaggeranno gli immigrati cinesi Han e, soprattutto, il governo provinciale e quello nazionale: questo è il principio ispiratore che ha guidato il cosiddetto "sviluppo economico" del Tibet occupato ed è facile prevedere che non sarà cambiato.

L’immigrazione, che già costituisce la più grande minaccia per la cultura tibetana, aumenterà in maniera drammatica. Immigrati cinesi costruiranno nuove strade, stenderanno nuove linee elettriche e cablaggi in fibra ottica, controlleranno le nuove tecnologie. Le poche opportunità di formazione professionale e di acquisizione di nuove conoscenze che emergeranno da questo massiccio impiego di capitali saranno riservati solo ai cinesi Han.

Poiché la maggior parte delle risorse tibetane sono esportate e usate in Cina, il Tibet non trarrà alcun beneficio da queste entrate poiché i burocrati che lo governano non incentiveranno la promozione a lungo termine delle risorse a favore delle popolazioni locali.

Pochissimi sforzi saranno compiuti per fare sì che lo sviluppo inevitabile delle infrastrutture soddisfi le comprensibili richieste delle popolazioni indigene. Ogni stanziamento del governo provinciale sarà destinato a favorire gli interessi e la rapida crescita dell’ industria locale.

La salvaguardia dell’ambiente continuerà ad essere ignorata. Lo sviluppo dell’attività privata nell’ambito dell’economia cinese, unita alla spinta espansionistica verso l’occidente, porrà come principale obbiettivo la "crescita economica ad ogni costo".

Come in altre regioni del mondo, un improvviso aumento della ricchezza in Tibet creerà forti centri di potere locale che favoriranno lo sviluppo ad ogni costo dell’industria senza alcun riguardo per l’ambiente.

L’attenzione del governo, la ricerca e i finanziamenti saranno concentrate sulle estrazioni minerarie e opzioni più morbide non verranno prese in considerazione. La già scarsa e poco rispettata legislazione cinese in materia di protezione ambientale non sarà neppure presa in considerazione.

In questo scenario di degrado ambientale, economico ed ambientale del Tibet potrebbe inserirsi uno degli incubi di Pechino: la spinta centrifuga ed indipendentista di varie regioni sia recentemente conquistate, come Tibet e Sinkiang, sia di quelle che hanno avuto un maggior sviluppo economico negli ultimi anni. Il governo dovrà aumentare in modo massiccio la presenza militare per proteggere questi nuovi e vulnerabili assetti. Nel Turkestan orientale (Sinkiang Autonomous Region), come nel vicino Kazakistan, crescerà la possibilità di attentati e sabotaggi agli oleodotti o ai campi di estrazione e aumenterà quindi la necessità di militarizzare la regione, prospettiva che viene già presa in considerazione dalle autorità cinesi.

Per realizzare la propria crescita la Cina deve spingersi ad Ovest(9) e sfruttare le risorse dell'altopiano tibetano: per molti cinesi il Tibet ha lo stesso richiamo che ebbero la California o l’Alaska nella corsa all'oro dello scorso secolo. Tibet e Sinkiang sono il Selvaggio West dove è possibile arricchirsi senza interferenze da parte delle autorità. Le vittime della corsa all'oro della Cina sono Tibetani, Uighuri e Mongoli e tutte le popolazioni che vivono nelle province occidentali.

Lo sviluppo economico del Tibet può avvenire in varie forme, ma deve essere chiaro che, in qualsiasi modo esso si realizzi, deve garantire un reale beneficio ai Tibetani. Nel settembre 2000 il Dalai Lama ha ripetutamente invitato le multinazionali a consultare il Governo Tibetano in Esilio prima di intraprendere iniziative economiche in Tibet.

I Tibetani devono avere il controllo delle loro risorse naturali, devono poter scegliere il loro sviluppo economico: è un diritto di ogni popolo, un diritto garantito dalle leggi internazionali.

 

A cura di Marco Vasta

 

  

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New York Stokh Exchange, 6 aprile 2000

"Il saccheggio della Casa dei Tesori" dossier in lingua inglese di Project Underground e Milarepa Found

BP- Amoco detiene la maggior parte del 10% rimasto (e cioè il 2,2% dell’intera compagnia) per 578 milioni di dollari.

Comunicato Eni, 20 maggio 2000

Comunicato Xinhua, 7 dicembre 2000 ripreso da BBC in data 13/12/2000

Interrogazione del 10 agosto 2000 presentata dal sen. Milio sulla partecipazione Italo-Cinese allo sfruttamento risorse in Tibet

Oil Driller Chooses the Hard Life", China Daily, 30 aprile 1999.

Song Xinyu e Yao Jianhua, "Resources Exploitation and Conservation of Qaidam Basin under Principles of Sustainable Development".; comunicazione presentata al Simposio Internazionale sull’Altopiano tibetano del Qingai (Xining, 24 luglio1998)

"China launches extensive gas pipeline project" CNN, 30 novembre 2000

 

 

 

LA COMMISSIONE ONU SUI DIRITTI UMANI

 

Nell’approssimarsi dell’inizio dei lavori della 57a Sessione della Commissione ONU sui Diritti Umani, forniamo alcune informazioni sulla sua nascita e sul suo operato.

 

 

La Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani si riunì per la prima volta nel 1947 con il solo scopo di redigere la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. I suoi lavori durarono un anno e il 10 dicembre 1948 la Dichiarazione fu approvata dall’Assemblea Generale. Da allora, il 10 dicembre di ogni anno si celebra la "giornata mondiale dei diritti umani".

 

Per i primi vent’anni (1947-1966), la Commissione concentrò i suoi sforzi nella stesura di un voluminoso corpo di leggi internazionali in materia di diritti dei popoli. Questo imponente lavoro culminò, nel 1966, con l’adozione da parte dell’Assemblea Generale di due importanti convenzioni sui diritti umani: la Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici e la Convenzione Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali. L’insieme della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e delle due Convenzioni è ormai comunemente conosciuto come la "Legge Internazionale sui Diritti Umani".

Il tipo di lavoro svolto nei primi venti anni della sua esistenza è stato reso esplicito dalla Commissione stessa in una enunciazione del 1947, là dove specificava di "non possedere alcuna competenza per decidere in merito a denunce di violazioni di diritti umani".

 

Vent’anni dopo, nel 1967, la Commissione fu autorizzata dal Consiglio Sociale ed Economico dell’Assemblea Generale ad occuparsi di violazioni di diritti umani. Da allora, ha dato vita ad un elaborato sistema procedurale in base al quale, prendendo in considerazione determinate aree geografiche o procedendo a controlli su temi specifici, è in grado di verificare l’ottemperanza alla legge internazionale sui diritti umani da parte dei singoli stati. Questo compito di verifica è affidato ad uno "Special Rapporteur" o ad appositi gruppi di lavoro, inviati in ogni paese del mondo, ricco o povero, per constatare e riferire circa la situazione esistente. Per fare un esempio, può essere interessante ricordare che, nel 1994, fu inviato in Cina uno "Special Rapporteur" sulle persecuzioni religiose e, allo stesso tempo, ne fu inviato uno negli Stati Uniti con l’incarico di indagare sulle possibili forme di razzismo esistenti ai nostri giorni.

 

Durante gli anni ’70 e ’80, l’attenzione della Commissione si è concentrata unicamente sul perfezionamento di queste procedure di verifica. Negli anni ’90, oltre a fornire agli Stati servizi di assistenza tecnica e di consulenza per la rimozione di ogni ostacolo all’applicazione delle norme sui diritti umani, la Commissione ha rivolto la sua attenzione anche alla promozione dei diritti economici, sociali e culturali, compreso il diritto allo sviluppo e a un adeguato standard di vita. Maggiore interesse è stato inoltre rivolto alla protezione dei gruppi sociali più vulnerabili, quali le minoranze etniche e i popoli indigeni, i bambini e le donne, con particolare riguardo al problema della lotta alla violenza loro arrecata e il riconoscimento dei pari diritti del mondo femminile.

 

Il nuovo corso del lavoro della Commissione è stato sancito nella Dichiarazione e Programma d’azione di Vienna, il documento conclusivo della Conferenza Mondiale sui Diritti Umani tenutasi a Vienna nel 1993, che considera la democrazia e lo sviluppo parte integrante dei diritti umani.

 

 

COMUNICAZIONI

 

 

A Milano l’Assemblea dei Soci

Il giorno 26 novembre 2000 si è tenuta a Milano l’Assemblea dei Soci dell’Associazione Italia-Tibet. E’ stata una riunione estremamente costruttiva nella quale sono state affrontate e discusse alcune importanti azioni e strategie alle quali impronteremo il nostro lavoro nei prossimi mesi. Al di là delle azioni specifiche e degli eventi a voi preannunciati nella lettera del 15 gennaio 2001 (che speriamo abbiate tutti ricevuto) e sui quali troverete informazioni e approfondimenti nelle comunicazioni che seguono, nel corso del dibattito è emersa la necessità di rendere più efficace il nostro lavoro attraverso la massima attivazione delle reti internazionali a sostegno della lotta del popolo tibetano per consentire alle azioni dei gruppi un maggiore coordinamento e una maggiore sinergia. Accanto a questo momento di "internaziona-lizzazione" del nostro lavoro, è stata inoltre rilevata la necessità di agire a livello nazionale di concerto con altre organizzazioni e gruppi operanti nel campo dei diritti umani, nonché nel settore della difesa dell’ambiente, delle donne e dei bambini. Infine, in un’epoca in cui la comunicazione ha un ruolo sempre più rilevante nella nostra quotidianità, è stata avvertita l’esigenza di ampliare e potenziare l’uso della rete telematica per la diffusione delle notizie in tempo reale attraverso la creazione di un sito web dell’Associazione cui accedere direttamente pur continuando a essere presenti all’interno di Padmanet.

Ricordiamo che il verbale dell’Assemblea è a disposizione dei Soci presso la sede e che potrà essere inviato, a chi ne farà richiesta, sia per posta ordinaria sia elettronica.

 

 

La Marcia Transappenninica

Il Comitato Promotore della Marcia Transappenninica, annunciata nel corso dell’Assemblea dei Soci, si è riunito a Bologna attorno alla metà di gennaio per esplorare le concrete possibilità di organizzazione dell’evento. Il Comitato, di cui fanno parte le organizzazioni sindacali CGL, CISL, UIL di Bologna, l’Associazione Aiuti Zanskar, l’Associazione Action Dolpo, l’Associazione Eurasia, la rivista Re Nudo e l’Associazione Italia-Tibet, ha individuato nei giorni 30 giugno-6 luglio le date di inizio e fine della manifestazione. L’iniziativa, denominata "In Marcia per il Tibet", partirà da Bologna e, attraversato l’Appennino, si concluderà a Firenze il giorno del compleanno del Dalai Lama. Si svolgerà a breve una seconda riunione del Comitato Promotore nel corso della quale dovrebbero essere delineati gli aspetti organizzativi, amministrativi e logistici dell’evento nonché le manifestazioni collaterali ad esso legate: si è pensato ad una conferenza stampa e ad un concerto, a Bologna, il giorno d’inizio della Marcia e all’organizzazione di un convegno, a Firenze, il giorno della sua conclusione.

A partire dal mese di marzo troverete informazioni aggiornate sulla marcia presso il sito web:

http://www.inmarciaperiltibet.it

e-mail: inmarciaperiltibet@libero.it

 

 

Questo l’appello del Comitato Promotore

 

"Dal 30 Giugno al 6 Luglio marceremo al fianco degli esuli e dei profughi tibetani per rivendicare libertà e giustizia per un popolo oppresso da una feroce dittatura, per affermare il suo diritto all'autodeterminazione.

Con noi ci saranno personalità del mondo della cultura e dello spettacolo, politici e amministratori locali, laici e religiosi accomunati dal desiderio di esprimere solidarietà alla lotta non violenta dei Tibetani e determinati nel chiedere alle Istituzioni di intervenire con il governo di Pechino affinché questi apra immediatamente negoziati con il Dalai Lama e il suo governo in esilio, per risolvere al più presto il dramma del popolo tibetano.

Ad ogni tappa un evento ricorderà il sacrificio di quanti, in Tibet   e Cina, si sono battuti per l'affermazione dei diritti umani. Ogni sera offriremo un'occasione di incontro con una cultura ed una spiritualità oggi negate da un regime che illegalmente occupa da 50 anni il paese.

All'arrivo a Firenze un convegno internazionale, presieduto da Fosco Maraini, concluderà una settimana che ci auguriamo sia di grande mobilitazione.

Chiediamo quindi a tutti coloro che lottano per la libertà del Tibet di aderire all'iniziativa e di sostenere con ogni mezzo la marcia anche portando la propria testimonianza."

 

 

A Vienna per il 10 marzo

 

Quest’anno la ricorrenza del dieci marzo, anniversario della sollevazione di Lhasa, verrà celebrata con una grande manifestazione europea a Vienna. L’evento è organizzato dal gruppo di sostegno "Austrian Committee for Tibet", in collaborazione con International Campaign for Tibet, Save Tibet, l’Associazione per i Popoli Minacciati, la Comunità Tibetana in Europa e il Tibet Restaurant.

Come già annunciato nella lettera che vi abbiamo inviato a gennaio, contiamo sulla presenza nella capitale austriaca del maggior numero possibile di soci.

Vi saremmo grati se voleste prendere contatto con la sede di Via Pinturicchio 25, Milano (tel. 0270638382; e-mail: italia.tibet@flashnet.it) per dare notizia della vostra partecipazione e facilitare il coordinamento del gruppo. L’Associazione si è informata circa gli orari dei treni per Vienna in partenza non solo da Milano ma anche da Torino, Bologna, e Verona.

Da Milano, il diretto parte alle ore 20.15 (arrivo a Vienna alle ore 8.43) e il costo del biglietto a/r, comprensivo del supplemento cuccetta, è di circa £. 350.000.

Poiché qualunque sia la stazione di partenza,l’arrivo a Vienna è intorno alle ore 8,30., in caso di partenze individuali sarebbe ipotizzabile un raggruppamento alla stazione di Vienna entro le ore 9.00 per poi raggiungere assieme il luogo d’inizio della manifestazione.

Ricordiamo inoltre che è possibile raggiungere Vienna in aereo. La tariffa "week-end" Alitalia per il viaggio a/r, comprensiva del pernottamento (due notti) è di £. 480.000.

 

 

Queste alcune notizie circa lo svolgimento della giornata

 

Ritrovo: sabato 10 marzo, ore 13.30 alla Shwarzenbergplatz, (4° distretto)

Inizio del corteo: ore 14

Percorso: il corteo raggiungerà prima l’ambasciata cinese, poi si snoderà attraverso il centro di Vienna (Kaerntering, Kaerntnerstrasse, Graben, Kholmarkt) fino al Palazzo Imperiale e quindi verso la Heldenplatz e la Ballhausplatz dove si trovano il Ministero degli Esteri austriaco e gli uffici del Presidente e del Cancelliere. Dopo una breve cerimonia religiosa, sarà data lettura di un messaggio del Dalai Lama e avranno inizio i discorsi ufficiali.

Per un elenco completo degli oratori e altre informazioni (eventi culturali connessi alla manifestazione, pensioni e ristoranti), vi ricordiamo di consultare il sito web:

 

www.tibetfreedommarch.net

 

oppure di telefonare all’Associazione Italia-Tibet.

 

 

 

Formalmente costituito il Gruppo Internazionale di Sostegno al Tibet

Il 31 gennaio 2001 si è formalmente costituito il Gruppo Internazionale di Sostegno al Tibet (International Tibet Support Network), un organismo di coordinamento delle azioni dei Tibet Support Group la cui creazione era stata approvata nel corso della Conferenza di Berlino, lo scorso mese di maggio 2000. Hanno aderito al Network oltre cento Gruppi di Sostegno di ogni parte del mondo: ampia la presenza di quelli europei, con 45 adesioni, assieme a gruppi del nord America, dell’Africa, dell’America Latina, del Medio Oriente e dell’ Asia. Sono inoltre rappresentate diverse Organizzazioni non Governative che si pongono come obiettivo primario l’aiuto alla causa tibetana. L’Associazione Italia-Tibet ha aderito al Network assieme ad altre realtà che da tempo operano sul territorio nazionale a sostegno del popolo del Paese delle Nevi: segnatamente, l’ISCOS-CISL Piemonte e il Centro di Unificazione Ewam.

L’elezione del Comitato Direttivo dell’ITSN è avvenuta attraverso una votazione "telematica"nel corso della quale ogni gruppo membro è stato chiamato a designare i rappresentanti della propria zona geografica di appartenenza. Poiché all’Europa occidentale (alla quale l’Italia appartiene) sono stati assegnati tre seggi, il voto espresso ha designato a rappresentanti della nostra area:

 

Claudio Tecchio Italia – coordinatore della "Campagna di Solidarietà con il Popolo Tibetano", all’interno della Campagna ISCOS

Alison Reynolds UK – direttrice di "Free Tibet Campaign"e co-direttrice del Comitato Provvisorio dell’ITSN

Tsering Jampa Olanda – Presidente della Comunità Tibetana in Olanda, presidente del Tibet Support Group olandese, direttrice dell’Ufficio Europeo di International Campaign for Tibet

Nel congratularsi con i tre gli eletti, l’Associazione Italia-Tibet desidera esprimere a Claudio Tecchio un particolare ringraziamento per avere accettato la candidatura. A nome di tutti, il nostro sostegno e calorosi auguri di buon lavoro.

 

 

I TSG a Londra: conferenza preparatoria alla sessione dell’UNCHR

Convocata dal Comitato ad interim del Tibet Support Group Network, si è svolta a Londra nei giorni 20 e 21 gennaio 2001 una conferenza preparatoria dei TSG europei in vista dell’inizio dei lavori della 57° sessione della Commissione Diritti Umani delle Nazioni Unite che si riunirà a Ginevra dal 19 marzo al 27 aprile. L’Associazione Italia-Tibet era rappresentata alla conferenza dal Consigliere Günther Cologna. Perché vi siano buone speranze che a Ginevra venga presentata una risoluzione di condanna della Cina per violazione dei diritti umani, occorre l’adesione compatta di tutti i paesi dell’Unione Europea. I delegati presenti a Londra hanno quindi discusso e approvato una serie di azioni mirate e coordinate rivolte al mondo politico e ai mezzi di informazione (con particolare attenzione ai paesi considerati "a rischio", quali la Francia, l’Italia, il Regno Unito e la Germania) allo scopo di promuovere una campagna unitaria di sensibilizzazione. ITSN allestirà presso un apposito sito (www.tibet.org) con tutte le informazioni aggiornate sulla campagna e il materiale informativo necessario. Il lavoro avrà i suoi momenti chiave in una serie di scadenze tra le quali ricordiamo il 24 febbraio, ricorrenza del Losar (il capodanno tibetano), il 10 marzo e il 19 marzo, giorno in cui inizieranno i lavori della Commissione e la Comunità Europea renderà nota la sua decisione.

L’Associazione Italia-Tibet parteciperà a questa campagna inviando alla Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuliano Amato, al Ministro degli Esteri, Lamberto Dini, e alle Commissioni Esteri della Camera e del Senato una lettera di sensibilizzazione sul problema della violazione dei diritti umani in Cina e Tibet. Comunicati stampa saranno inviati ai responsabili per i servizi esteri dell’Ansa e delle principali testate. I soci che desiderassero far pervenire a giornalisti sensibili a questa tematica informazioni utili sull’argomento sono pregati di contattare l’Associazione che provvederà a fornire il materiale necessario.

 

 

La campagna per il Panchen Lama

Il Consiglio dell’Associazione Italia-Tibet, riunitosi a Milano il giorno 3 febbraio 2001, ha deciso di rendere più incisiva e visibile la campagna a sostegno del Panchen Lama con l’organizzazione di un’azione dimostrativa da tenersi a Roma nel prossimo mese di maggio. L’idea è quella di dare vita a una forte manifestazione di protesta alla quale saranno chiamati a partecipare personaggi pubblici, gruppi e organizzazioni che operano nel settore dei diritti umani e sociali, la comunità dei tibetani in Italia e i Centri di Buddismo Tibetano. Contiamo inoltre di avere a disposizione e distribuire ai soci entro breve termine un blocchetto di cartoline, con indirizzi prestampati, da inviare ad esponenti politici sia italiani sia cinesi in cui si chiede la liberazione di Gedhun Choekyi Nyima.

Invitiamo nel frattempo tutti i soci a continuare ad attivarsi a livello locale presso le istituzioni e la stampa, anche in considerazione della vicina ricorrenza del 10 marzo e della riunione della 57°sessione della Commissione Diritti Umani presso le Nazioni Unite. La concomitanza di queste date può offrire uno spunto per articoli e riflessioni sull’intera vicenda tibetana e sulla specifica questione del Panchen Lama.

 

 

Aiuti e assistenza ai profughi

Sta prendendo avvio il progetto (cui è stato dato corso su iniziativa del socio ing. Umberto Devetak) concernente la formazione, in Italia, di alcuni giovani tibetani nel campo della gestione delle risorse idriche. I relativi corsi di addestramento saranno tenuti da alcuni tecnici esperti del settore ed avranno la durata di circa due mesi. E’ a buon punto la procedura per la sponsorizzazione del progetto da parte della Provincia di Milano.

 

L’Associazione ha altresì stanziato la somma di £.1.000.000 per consentire il definitivo avvio di un generatore elettrico nel campo profughi di Bylakuppe (India del sud) destinato ad alimentare non solo la locale clinica odontoiatrica ma anche quella oftalmica. Per la copertura dell’intera somma è stata chiesta anche la collaborazione dei Centri Buddisti Italiani ai quali ci siamo rivolti con una lettera inviata all’inizio del nuovo anno. L’Associazione Italia-Tibet si augura vivamente che questo appello venga accolto.

 

 

A Gubbio un museo d’arte tibetana

In primavera dovrebbe inaugurarsi a Gubbio, in Umbria, un museo d'arte tibetana con la collezione d'inestimabile valore lasciata alla cittadina, intorno agli anni Venti, dal colonnello Gabriel, discendente della famiglia eugubina Gabrielli. Tra gli oggetti donati figurano costumi, maschere d'oro, vasi d'ogni genere, trombe in rame, scudi finemente cesellati. Alcuni lavori necessitano attualmente d'essere restaurati. I metalli, con il passare del tempo, si sono ossidati o arrugginiti e diverse stoffe sono tarmate. Per questo motivo il Comune ha contattato alcuni istituti romani specializzati. Si spera che per la fine di aprile almeno una parte consistente possa essere esposta al pubblico.

 

 

 

 

 

 

Il Dalai Lama a Trento

Informiamo i Soci che, su invito della locale Provincia Autonoma, il Dalai Lama sarà a Trento i giorni 27, 28 e 29 giugno 2001. Il giorno 28 giugno terrà un incontro pubblico presso il Palazzetto dello Sport.

 

 

 

 

 

ATTIVITA' DELL'ASSOCIAZIONE

 

Torino, 22 ottobre 2000.

All’interno della sezione "Altri Ambienti: Tibet", organizzata nell’ambito della rassegna Cinema Ambiente, sono stati proiettati, presso il Cinema Centrale d’Essai alcuni video sulla questione e la cultura tibetana. All’inaugurazione della rassegna erano presenti Claudio Tecchio per ISCOS-CISL, Campagna di Solidarietà con il Popolo Tibetano, Piero Verni per l’Associazione Italia-Tibet e la cantante Ivana Spagna. Sono stati presentati i filmati "Les Guerriers de l’Esprit" (Francia, 1999), "J’ai six ans et je suis Tibetain" (Francia, 1999) e "La Luce del Buddha" (Italia, 1996).

 

Perugia, 28 ottobre 2000.

Sabato 28 ottobre, nella sala conferenze "Porta S. Susanna" di Perugia si è svolta la manifestazione "Tibet, l'umanità strappata", promossa da Gruppo regionale Verdi, Coordinamento dei radicali umbri, Associazione Italia-Tibet, Umbria per il Tibet. Nel corso dell'incontro, cui hanno preso parte l'On. Carlo Ripa di Meana, capogruppo dei Verdi al Consiglio regionale dell'Umbria, Piero Verni, Francesco Pallia e Amato De Paulis, è stato deciso di coinvolgere, con adeguate iniziative, il Consiglio regionale, anche in vista di una possibile visita del Dalai Lama in Umbria, e il Comune di Gubbio, località dove si sta realizzando un museo d'arte tibetana. E' emersa la volontà d'incontrare Mons. Vincenzo Paglia, vescovo della diocesi Terni, Narni, Amelia e fondatore della comunità di S. Egidio, per valutare eventuali azioni comuni e sollecitare un intervento fattivo a sostegno del dialogo tra il governo di Pechino e quello tibetano in esilio. Forte impatto emotivo ha suscitato la proiezione del video "Il mio Tibet", realizzato da Piero Verni e Karma Chuckey.

 

Desenzano (BS), 17 novembre 2000.

Piero Verni e il fotografo giornalista Angelo Tondini hanno parlato del Tibet e delle sue problematiche nel corso di una serata dedicata al Tibet organizzata dal Lions Club di Desenzano. Di fronte a un pubblico numeroso e attento, i due relatori, grazie anche alle diapositive di Angelo Tondini, hanno potuto illustrare sia i tratti principali della civiltà tibetana sia la drammatica situazione del Tibet occupato dai cinesi

 

Milano, 11 dicembre 2000. Lunedì 11 dicembre, presso il cinema de Amicis di Milano, nell’ambito di un ciclo di conferenze organizzato dal WWF Lombardia, Piero Verni e il socio Aldo Tempesti hanno parlato delle culture di tradizione tibetana del regno del Mustang. Nel corso dell’affollata conferenza sono state proiettate le belle diapositive di Aldo Tempesti su questo angolo di Tibet himalayano.

 

Arese (MI), 12 dicembre 2000.

Il Circolo Don Chisciotte, con l’Associazione Italia-Tibet e l’Associazione El Ceibo, ha organizzato l’iniziativa "Natale 2000, scorci sul mondo per un Natale solidale verso i popoli che ancora oggi vivono nella sofferenza e nello sfruttamento". Elena Tommaseo ha portato la testimonianza dell’Associazione e ha curato uno stand con materiale informativo, libri e video sulla questione tibetana.

 

Milano, 31 gennaio 2001.

In occasione della presentazione del libro "La Via del Nirvana", allegato al numero "India del Nord" della rivista Meridiani, Piero Verni ha parlato del dramma del popolo tibetano e, in modo particolare, della repressione della tradizione buddista in Tibet. La serata, alla quale hanno partecipato tra gli altri il teologo Ambrogio Pisoni, la professoressa Roberta de Ponticelli, dell’Università di Ginevra e il sacerdote giornalista e saggista Franco Cecchin, si è tenuta alla presenza di un folto pubblico nei locali del Centro Culturale di Milano.

 

 

In programmazione

 

L’Assessorato alla Cultura della città di Castellanza (Varese) e l’Associazione fotografica l’Incontro, organizzano un ciclo di conferenze e proiezioni di diapositive sul tema "Il Tibet nel Cuore". La rassegna avrà inizio venerdì 30 marzo, alle ore 21.15, presso Villa Pomini (Via Don Testori 14) con l’inaugurazione della mostra "Tibet, le danze rituali dei Lama" di Vicky Sevegnani alla quale seguirà una proiezione di diapositive sul tema "Tibet in esilio". Venerdì 6 aprile, Aldo Tempesti presenterà la diaproiezione "Viaggio nel Mustang".

 

 

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