In Italia ci sono molte stazioni non autorizzate della polizia cinese

12 dicembre 2022

L’Italia ospita sul suo territorio undici diverse stazioni di polizia non ufficiali del governo cinese, secondo un’indagine di Safeguard Defenders, una ONG spagnola che si occupa di diritti umani nei paesi asiatici. Secondo un nuovo rapporto dell’organizzazione alcune di queste stazioni di polizia sarebbero state aperte in collaborazione con le autorità locali, ma la maggior parte non avrebbe nessuna autorizzazione: sono descritte ufficialmente come uffici burocratici e di tutela per i turisti cinesi.

In realtà svolgerebbero attività di ricerca e repressione di cittadini e dissidenti all’estero: uno dei compiti principali di queste stazioni sarebbe quello di riportare in Cina i dissidenti fuggiti, spesso con metodi coercitivi.

Il rapporto “Patrol and persuade” (“Pattugliare e persuadere”), è il seguito di una prima inchiesta dello scorso settembre, che aveva mostrato l’esistenza di 54 stazioni di polizia cinesi non ufficiali nel mondo fra Nord America, Europa e Africa. Ora il numero di centrali identificate è salito a oltre 100, e l’Italia sarebbe il paese che ne ha più di tutte, con undici diverse stazioni di polizia sparse tra Milano, Roma, Prato e altre città.

Safeguard Defenders è un’organizzazione non governativa fondata nel 2016 in Spagna, nata dopo la chiusura in Cina della ONG China Action, che si occupava di promuovere i diritti umani e bloccata dal governo cinese lo stesso anno. Lo svedese Peter Dahlin e lo statunitense Michael Caster sono fra i fondatori di entrambe: Safeguard Defenders si avvale di avvocati e attivisti cinesi e taiwanesi e si occupa di diritti umani principalmente in Cina e in Vietnam.

Secondo il rapporto, che si basa su dichiarazioni e dati pubblici in Cina, le città italiane interessate al caso sono Roma, Milano, Bolzano, Venezia, Firenze, Prato (dove è presente una vasta comunità cinese) e una città siciliana non specificata. In Italia risiedono 330.000 cittadini cinesi, secondo i dati ISTAT relativi al 2021.

In almeno un paio di queste l’apertura della stazione, fra il 2015 e il 2016, è stata pubblicamente presentata, con collaborazione attiva della Polizia italiana. Queste prime aperture autorizzate sarebbero però seguite a varie altre fatte in maniera informale, senza autorizzazione.

Il 27 aprile 2015 l’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni firmò quattro accordi di cooperazione internazionale con il suo corrispettivo cinese Wang Yi, fra cui un memorandum per pattugliamenti congiunti delle due polizie, che vennero poi presentati dal ministro dell’Interno Angelino Alfano l’anno successivo e iniziarono nel maggio 2016 a Roma e Milano, nell’ambito della «lotta al terrorismo, al crimine organizzato internazionale, all’immigrazione illegale e al traffico di esseri umani». I pattugliamenti congiunti sono stati interrotti nel 2020, in corrispondenza delle misure di contenimento della pandemia da coronavirus.

Secondo Safeguard Defenders quelle prime stazioni di polizia italiane diventarono un modello per la creazione di centri simili in altri paesi e nel corso del tempo iniziarono a svolgere operazioni illegali volte a «molestare, minacciare, intimidire e spingere al rientro in Cina particolari obiettivi». Secondo Laura Hart, direttrice della campagna della ONG, il metodo prevederebbe «inizialmente telefonate, poi minacce ai parenti rimasti in Cina, infine l’impiego di agenti sotto copertura all’estero, che possono arrivare anche a pratiche di adescamento e rapimento».

Tra le persone coinvolte ci sarebbero criminali comuni, dissidenti ma anche obiettivi dell’operazione “Fox Hunt” (“Caccia alla volpe”), avviata nel 2014 dal presidente Xi Jinping per perseguire funzionari corrotti fuggiti all’estero.

Il rapporto indica almeno un caso accertato di intimidazione che avrebbe portato al rientro di un cittadino cinese, evitando i canali legali dell’estradizione. Si tratterebbe di un operaio accusato di appropriazione indebita e residente da 13 anni in Italia: dopo il ritorno in Cina se ne sarebbero perse le tracce. Secondo la ONG, che si basa su informazioni provenienti dallo stesso governo cinese, sarebbero oltre 210.000 i cinesi “convinti” a rientrare in Cina. Il settimanale L’Espresso, che aveva avuto accesso al rapporto della ONG in anteprima, specifica che solo una percentuale fra l’1 e il 7 per cento dei ricercati all’estero dalla Cina rientra attraverso le vie ufficiali, gli altri vengono “persuasi” (dati della Commissione centrale per l’ispezione disciplinare cinese).

Dopo la pubblicazione del primo rapporto alcuni paesi, fra cui Canada, Irlanda, Portogallo, Stati Uniti, Regno Unito e Spagna avevano aperto inchieste sulla presenza delle stazioni di polizia non ufficiali sul proprio territorio. In Italia fonti del ministero dell’Interno sentite dal Foglio, che aveva scoperto l’esistenza di una stazione della “Fuzhou Police Overseas Service Station” a Prato, avevano dichiarato che queste stazioni «non destavano particolari preoccupazioni», occupandosi principalmente di questioni burocratiche.

Anche il governo cinese ha definito i centri di polizia presenti nel mondo come uffici di supporto ai cittadini cinesi che, anche per colpa della pandemia, non erano in grado di rientrare in Cina per espletare necessità amministrative. Secondo le versioni ufficiali si occuperebbero di rinnovi delle patenti e sarebbero gestiti da volontari. Safeguard Defenders ha però potuto confermare che almeno 135 dipendenti delle varie stazioni sono regolarmente stipendiati. Nel nuovo rapporto le nazioni interessate dalle centrali di polizia illegali sono, oltre all’Italia, principalmente Croazia, Serbia, Romania e Sudafrica.

ilpost.it – 5 dicembre 2022