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Chiediamo a Google di rinunciare al progetto “Dragonfly”

google dragonflyIl 10 dicembre, Giornata Internazionale dei Diritti Umani, il gruppo di sostegno al Tibet Free Tibet in collaborazione con International Tibet Network ha dato il via a una campagna di raccolta firme per chiedere a Google di rinunciare al lancio di “Dragonfly”, il nuovo motore di ricerca con il quale il gigante del web vorrebbe rientrare in Cina. Con Dragonfly Google si renderebbe complice della censura cinese limitando o addirittura bloccando la ricerca su argomenti da Pechino ritenuti sensibili quali “diritti umani”, “democrazia”, “Dalai Lama” e “Tibet”.

Se non si riuscirà a dissuadere Google dal lanciare Dragonfly (il nuovo motore di ricerca dovrebbe essere operativo in Cina entro il 2019), il governo di Pechino avrà un elemento in più per nascondere l’abuso dei diritti umani perpetrati nei confronti dei dissidenti cinesi, della popolazione di Hong Kong che si batte per la democrazia, dei tibetani e degli uiguri che chiedono la libertà.

E’ possibile firmare la petizione al sito:

https://actions.sumofus.org/a/google-cancel-project-dragonfly-1?mc_cid=b29b6f47a0&mc_eid=3d73de5943

Che cos’è Dragonfly

(dal sito Agi.it – 29 novembre 2018)

Nel 2010, dopo quattro anni di convivenza con la censura, Big G decise di uscire dal mercato cinese proprio per le crescenti imposizioni di Pechino. Otto anni fa, in un post, Big G accusò il governo di bloccare la libertà di parola, minacciare i dissidenti e promuovere cyberattacchi contro alcune compagnie (Google inclusa). Da allora è cambiato molto e il mercato cinese è diventato sempre più importante. Tanto che Mountain View sarebbe pronta al lancio di Dragonfly, un motore di ricerca a misura di regime. Oscurerà immagini, link e chiavi di ricerca sgradite a Pechino.

Non sarebbe raggiungibile, ad esempio, Wikipedia. Così come banditi sarebbero molte fonti di informazione occidentali. Nella “lista nera” ci sarebbero anche ricerche come “diritti umani”, “protesta studentesca” e altre legate al presidente Xi Jinping e ad altri membri del partito comunista.

Lacci anche sull’ambiente: agli utenti cinesi sarebbero accessibili solo i dati sulla qualità dell’aria certificati dal governo. Non solo. Secondo una lettera inviata al Senato degli Stati Uniti dall’ex ingegnere di Google Jack Poulson, il motore di ricerca avrà, internamente, la possibilità di capire cosa ha cercato un utente, legando le sue richieste al suo numero di telefono. Un lasciapassare per una sorveglianza di massa, che potrebbe portare le autorità a puntare gli occhi su un cittadino per aver digitato frasi poco gradite al partito.

Le accuse dei dipendenti

I dipendenti di Google scrivono che oscurare link e chiavi di ricerca non sarebbe solo un modo per “destabilizzare la verità che è alla base del voto popolare e del dissenso”, ma anche per “mettere a tacere le voci minoritarie e favorire gli interessi del governo”. Un principio che non vale solo per Dragonfly.

“La nostra opposizione – spiegano i dipendenti – non riguarda la Cina ma le tecnologie che aiutano i potenti a opprimere i vulnerabili, ovunque siano. Il governo cinese non è certamente il solo a essere pronto a soffocare la libertà di espressione e ad usare la sorveglianza per reprimere il dissenso. Dragonfly costituirebbe un pericoloso precedente in un momento politico instabile, che renderebbe più difficile per Google negare concessioni simili ad altri Paesi”. Il motore di ricerca sarebbe, in sostanza, un altro strumento per la sorveglianza di massa cinese, già in piena espansione.

“Moti strumenti per il controllo della popolazione – si legge nella lettera – si basano su tecnologie avanzate e combinano attività online, dati personali e monitoraggio per tracciare e profilare i cittadini. Fornire al governo cinese renderebbe Google compiacente sugli abusi dei diritti umani”.

Cosa dice Google 

Il progetto Dragonfly è rimasto sottotraccia fino alla fine di luglio. Da allora sono emerse, spiffero dopo spiffero, tassello dopo tassello, la sua identità e la sua portata. La prima conferma ufficiale è arrivata solo il 26 settembre, quando il capo della privacy di Google, Keith Enright, ha ammesso l’esistenza di Dragonfly davanti alla Commissione per il commercio, la scienza e i trasporti del Senato Usa. Sui tempi, però, era rimasto vago, sostenendo di “non essere vicini al lancio”.

Una versione confermata alla Bbc anche dal capo degli ingegneri Ben Gomes: “Abbiamo solo esplorato” soluzioni, ma “non c’è un piano di lancio”. Le cose, secondo un  articolo pubblicato da The Intercept il 9 ottobre, non starebbero proprio così. Le dichiarazioni pubbliche sarebbero state una versione concordata della società. Gomes avrebbe detto ai dipendenti che le parole dette alla Bbc sarebbero state “cazzate”. Già a luglio, il capo-ingegnere parlava ai circa 300 lavoratori di Google coinvolti nel progetto e affermava che Dragonfly fosse ben oltre “l’esplorazione”. Che si trattava di un progetto “estremamente importante”, decisivo per “il prossimo miliardo di utenti” di Google e mirato a conquistare “il mercato più interessante al mondo”.

La tabella di marcia fissata a luglio prevedeva il lancio in Cina “entro sei-nove mesi”. Cioè tra gennaio e aprile del 2019. E (almeno fino al mese scorso) i programmi non avrebbe subito variazioni.

Il dissenso interno

La lettera dei dipendenti conferma quanto descritto due mesi fa da Jack Poulson: in Google c’è una guerra interna. L’ingegnere dice di aver lasciato la compagnia, il 31 agosto, dopo aver notato “decisioni inspiegabili e non etiche dei vertici dell’azienda, culminate nel rifiuto di divulgare informazioni sul progetto Dragonfly”. Del quale dice di aver saputo solo il primo agosto dalla stampa. Poulson affermava che i manager di punta avrebbero “bloccato” ogni tipo di investigazione interna che avrebbe fatto luce sul motore di ricerca.

L’ingegnere sottolineava l’esistenza di molti dipendenti scontenti, la cui voce veniva “soffocata”, anche per il timore di ritorsioni. “Non posso parlare per gli altri – spiegava Poulson – ma condivido la loro paura delle possibili conseguenze”. Fino a ora.

Un anno di delusioni”

Big G, ricordano i dipendenti, aveva rinunciato alla Cina per tenere fede al proprio motto aziendale: “Don’t be evil”, “non essere malvagio”. “Molti di noi – scrivono i lavoratori – sono entrati in Google con la convinzione che i valori dell’azienda venissero prima dei profitti”. Adesso, dopo un anno di delusioni, non crediamo sia più così”.

Tra le “delusioni”, oltre a Dragonfly, la lettera cita il progetto Maven (con cui Google ha supportato il Pentagono nella creazione di intelligenza artificiale per scopi militari) e “la tutela dei molestatori” (il riferimento è al fondatore di Android Andy Rubin, che Google avrebbe coperto e costretto a dimettersi – con lauta buonuscita – dopo un caso di molestie sessuali a una collega). Il messaggio non termina solo con la richiesta di bloccare Dragonfly. La lettera chiede ai dirigenti “trasparenza, comunicazione chiara e responsabilità”. Perché “Google è troppo potente per non essere ritenuto responsabile”.