Lhasa: contrastanti notizie sull’incendio divampato nel complesso dello Tsuglakhan

Incendio Jokhang122 febbraio 2018. A distanza di giorni dall’incendio divampato a Lhasa nel complesso dello Tsuglakhan restano incerte e contrastanti le notizie su quale degli edifici religiosi che lo compongono sia andata a fuoco.

Le immagini pervenute da Lhasa la sera del 17 febbraio mostrano alte fiamme levarsi dal tetto di una delle cappelle dello Tsuglakhan, il complesso monastico di cui fa parte il Jokhang, il tempio buddhista risalente al 7°secolo che ospita la famosa statua del dodicenne Jowo Buddha Sakyamuni portata in Tibet, secondo la tradizione, dalla moglie cinese del re tibetano Songtsen Gampo. A fronte delle primissime e drammatiche notizie che davano per certo l’incendio della cappella del Jokhang, i siti di informazione Phayul e TibetNet hanno reso noto che le fiamme non sono divampate nel Jokhang ma in una cappella ad esso adiacente, presumibilmente quella di Lhamo Khang situata al piano superiore dell’edificio accanto al tempio principale.

Nonostante la smentita, la notizia che le autorità cinesi, pur avendo provveduto a domare le fiamme, avevano chiuso al pubblico e ai pellegrini il tempio del Jokhang e avevano diffidato i tibetani dal diffondere qualsiasi immagine riguardante l’incendio, ha per giorni alimentato interrogativi e speculazioni su dove effettivamente il fuoco sia divampato e sull’entità dei danni. Secondo alcune ricostruzioni le fiamme potrebbero essersi sviluppate al secondo piano del Jokhang danneggiando, anche se solo parzialmente, la famosa statua dello Jowo Buddha dietro la quale sembra sia stato appeso un drappo giallo presumibilmente a nascondere il guasto provocato dall’incendio. Una fonte tibetana ha fatto sapere che è stato vietato a chiunque l’accesso al secondo piano dell’edificio.

Su quanto avvenuto le autorità e gli organi di informazione cinesi non hanno diramato alcun comunicato affrettandosi tuttavia a tacitare ogni notizia e a rimuovere dai social media ogni immagine dell’incendio. Osservatori occidentali hanno fatto notare le autorità cinesi potrebbero aver scelto il silenzio nel timore che il danneggiamento di uno dei più venerati luoghi di culto, meta incessante di pellegrinaggio, avrebbe potuto essere fonte di disordini e proteste al di fuori di Lhasa e in tutto il Tibet.


Fonti: Phayul – TibetNet – Radio Free Asia