nomadi tibetani

Xi Jinping esorta i pastori nomadi del Tibet sud orientale a “mettere radici” nella loro terra a salvaguardia dell’integrità della Cina

nomadi tibetani2 novembre 2017. Rispondendo a una lettera inviatagli da una famiglia di pastori nomadi della Contea di Lhunze, terra al confine con lo stato indiano dell’Arunachal Pradesh, il Presidente cinese Xi Jimping ha esortato gli abitanti del luogo a “mettere radici” nell’area di frontiera a salvaguardia del territorio cinese.

La Contea di Lhunze è situata nella parte sud orientale della cosiddetta Regione Autonoma Tibetana, al confine con lo stato indiano dell’Arunachal Pradesh che Pechino rivendica come territorio cinese e che dal 2006 chiama “Tibet meridionale”. Il suo centro storico Tawang, luogo chiave per il buddismo tibetano, è stato per breve tempo occupato dalle forze cinesi durante la guerra del 1962 e da allora i due governi discutono l’esatto tracciato del confine. Nella primavera dell’anno in corso, in concomitanza con la visita del Dalai Lama nella disputata terra di confine, la Cina ha unilateralmente cambiato i nomi di sei località del confine nord dell’Arunachal Pradesh ribattezzandole con i nomi (in caratteri romani) di Wo’gyainling, Mila Ri, Qoidêngarbo Ri, Mainquka, Bümo La e Namkapub Ri. Ancora una volta la Cina ha voluto riaffermare la sua pretesa sovranità sul “Tibet meridionale”, mentre il governo di New Delhi continua a dichiarare che l’Arunachal Pradesh è parte integrante dell’India.

Alla luce della pluridecennale tensione geo politica tra India e Cina e soprattutto della linea politica adottata dal governo di Pechino nei confronti dei nomadi tibetani, hanno destato stupore (e scalpore) le parole del Presidente cinese che improvvisamente sottolinea l’importanza delle famiglie nomadi, esorta i pastori a mettere radici nell’area di frontiera, a sviluppare il loro senso di appartenenza all’unità amministrativa di residenza e a diventare “i guardiani del territorio cinese”. Va ricordato che sotto il governo di Pechino oltre 300.000 nomadi sono stati forzatamente allontanati dalle loro terre d’origine e migliaia di pastori sono stati costretti a trasferirsi nei “nuovi villaggi socialisti”.

La politica di rilocazione della popolazione, iniziata negli anni ’90 del secolo scorso, è culminata nel 2014 con l’allontanamento di migliaia di nomadi dalle loro terre. Le autorità cinesi affermarono che il provvedimento era necessario per proteggere i pascoli dall’eccessivo sfruttamento. Al contrario, ricerche condotte da esperti indipendenti dimostrarono che tale misura era scientificamente ingiustificata: le tecniche agricole praticate dai tibetani hanno in realtà protetto i pascoli per centinaia d’anni. Tuttavia i nomadi, privi delle conoscenze necessarie per opporsi alle politiche governative, sono stati persuasi – anche col ricorso alle minacce – ad abbandonare le loro terre.

Una volta trasferiti in fatiscenti agglomerati urbani, raramente i nomadi hanno avuto la capacità o l’istruzione sufficienti a garantirne la sopravvivenza. Molti sono stati costretti a pagare almeno i tre quarti del costo delle nuove, povere abitazioni e, a causa dei debiti, non sono più in grado di provvedere al sostentamento delle rispettive famiglie e del bestiame. Nell’arco degli anni, l’ingerenza di Pechino nella gestione dei territori destinati al pascolo ha gravemente minato l’equilibrio ambientale e, per i nomadi tibetani, è stata fonte di gravi problemi sociali ed economici.

Fonti: The Tibet Post – Phayul – Redazione