UNANIME CONDANNA DELLE SENTENZE CAPITALI INFLITTE A DUE TIBETANI

Dharamsala, 10 aprile 2009. Tutte le più importanti organizzazioni tibetane e i gruppi internazionali a difesa dei diritti umani condannano senza riserve le sentenze capitali inflitte il giorno 8 aprile dalla corte di giustizia della municipalità di Lhasa a due tibetani.
I condannati alla pena di morte sono Lobsang Gyaltsen e Loyak. Il primo è stato accusato di aver dato alle fiamme, il 14 marzo 2008, due negozi di abbigliamento nel centro di Lhasa. Secondo quanto riferito dall’agenzia di stato cinese Xinhua, nell’incendio avrebbe perso la vita il proprietario dell’emporio. Loyak è stato accusato di aver appiccato il fuoco a un negozio di motoveicoli e di aver causato la morte del proprietario e della sua famiglia nonché di due dipendenti. Le due sentenze capitali saranno eseguite a breve.
Altri due tibetani, Tenzin Phuntsok e Kangtsuk sono stati condannati a morte ma la loro esecuzione è stata sospesa per due anni. A un quinto tibetano, Dawa Sangpo, è stato inflitto il carcere a vita.

Il Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia ha definito le sentenze “un’intimidazione nei confronti di quei tibetani che osano esprimere il loro dissenso” e ha dichiarato che le condanne “sono un segno evidente dell’attuale livello di repressione esistente in Tibet dove lo stato, impunemente, calpesta i diritti umani del popolo tibetano”.

Il Tibetan Youth Congress, la maggiore organizzazione indipendentista tra i tibetani in esilio, ha a sua volta espresso ferma condanna delle due sentenze capitali, definendo il verdetto della corte “politicamente motivato” e al servizio delle richieste del governo della Repubblica popolare e delle sue politiche. Ha inoltre denunciato l’illegalità dei processi, condotti senza che sia data agli imputati la possibilità di essere assistiti da un avvocato a loro scelta e senza che sia consentita la presenza in aula di rappresentanti delle organizzazioni operanti a favore dei diritti umani o delle Nazioni Unite.

Nel condannare le sentenze, il Parlamento Tibetano in Esilio ha chiesto a tutti gli individui, organizzazioni e governi desiderosi di pace e giustizia di intervenire presso la Repubblica Popolare affinché sia garantita ai quattro tibetani una revisione del processo secondo giustizia. Le sentenze pronunciate dovrebbero, infatti, essere riesaminate dalla Suprema Corte Popolare di Giustizia cinese.

Anche un portavoce del governo tibetano in esilio ha dichiarato che i condannati a morte non hanno avuto un giusto processo poiché non è stata loro offerta alcuna assistenza legale. Ha inoltre precisato che sentenze di questo tipo non fanno che acuire il problema tibetano contribuendo ad accrescere il sentimento di esasperazione del popolo.
Dura condanna anche da parte di Amnesty International. Sam Zafiri, responsabile della sezione Asia – Pacifico, ha affermato che la Suprema Corte di Giustizia deve riesaminare le sentenze, così come è previsto in tutti i casi di condanna a morte. “In Cina abbiamo raccolto un gran numero di prove documentate di processi condotti senza garanzia di legalità e terminati con sentenze di pena capitale” – ha dichiarato – “Chiediamo che le condanne a morte siano annullate”.
In base alle ricerche di Amnesty International, nel 2008 in Cina sono state pronunciate 7.003 condanne alla pena capitale di cui 1.718 sono state eseguite.